Il cinema italiano (non) è morto: storia di una fenice migrata oltralpe

Cinema italiano

di Giuseppe Cavaleri

«La crisi economica è il tratto più saliente dell’industria cinematografica italiana (…). Le difficoltà di ogni genere – disorganizzazione delle imprese, aumento dei costi di produzione, perdite relative ai mercati stranieri, concorrenza (…) americana, ritardo tecnologico, assenza d’immaginazione creativa, poca conoscenza dei gusti del pubblico, disinteresse dello Stato per quanto riguarda il cinema – provocano una spettacolare diminuzione quantitativa (delle produzioni cinematografiche)».

Leggendo quest’impietosa analisi riguardante la cinematografia del Bel Paese, si potrebbe pensare che questi dati siano stati appena comunicati da uno degli ultimi bollettini ANSA; la realtà però è ben diversa: con queste profetiche parole lo storico del cinema italiano Jean Gili, autore del libro Le Cinéma italien (2011), descrive le condizioni del cinema italiano degli anni Venti. Che il cinema italiano degli ultimi trent’anni attraversi, con alti e bassi, una crisi economica, creativa e d’impegno sociale è cosa nota, ma quello che gli osservatori più o meno attenti dimenticano è che il cinema nostrano ha subito, durante i suoi 114 anni, varie crisi. Sin dalla sua nascita, segnata dalla  creazione delle prime case di produzione come l’Ambrosio Film (1904) di Torino, subisce delle crisi cicliche legate agli incassi, alla politica del paese, alla mancanza di ispirazione dei suoi artisti e ai turbolenti cambi generazionali, mai veramente metabolizzati.

Ma andiamo oltre il dannunziano Cabiria (1913), dimentichiamo i telefoni bianchi e superiamo i grandi padri neorealisti per arrivare al cinema italiano contemporaneo. Dal marasma creativo degli anni settanta escono fuori generi e sotto generi che in quel periodo erano considerati di serie B, ma che oggi sono rivalutati con l’appellativo di “Cult”. Ricordiamo dei titoli noti ai più come La compagna di banco (1977), film che ci introduce ai trasgressivi anni Ottanta padri di una cinematografia dai titoli grevemente più espliciti come W la foca (1982).

Nello stesso decennio, il cinema italiano, dato dai critici per morto, ci offre i film di un alieno autarchico come Nanni Moretti che dirige Bianca (1984) e La Messa è finita (1985), apprezzati non solo in Italia; La messa è finita (1985), per esempio, vince nel 1986 un Orso d’argento al Festival di Berlino.

Proprio in quel periodo, si formano nella Scuola di cinema Gaumont, voluta dai “cugini transalpini” a Roma, giovani del calibro di Daniele Luchetti. Alla fine d’un decennio carico di cambiamenti, il cinema nostrano è colpito da un evento inaspettato: un regista al suo secondo film, Giuseppe Tornatore, vince l’Oscar per il miglior film straniero con la pellicola Nuovo Cinema Paradiso (1989). Il suo oscar non sarà l’unico di quegli anni.

Durante gli anni Novanta la cinematografia sperimentale e interessata al sociale, o almeno a una parte della società che lo circonda, si fa spazio, con non poche difficoltà, tra le superproduzioni americane e quelle dei fratelli Vanzina che di cinematografico hanno ben poco. Ricordiamo dei film come La seconda volta (1995) di Mimmo Calopresti, candidato nel 1996 alla Palma d’oro al Festival di Cannes,  che ci mostra come il tema del terrorismo italiano degli anni di Piombo sia ancora difficile da trattare, o Cosi ridevano (1998) di Gianni Amelio che si attarda sulla migrazione italiana, all’interno del nostro Paese, alla fine degli anni Cinquanta.

Gli anni Novanta vedono formarsi un’altra generazione di cineasti che farà gridare finalmente i critici ad una ripresa, anche se pallida se comparata al periodo aureo ormai divenuto un caro ricordo. Dei nomi più o meno apprezzati come quelli di Paolo Sorrentino o Matteo Garrone si fanno spazio nell’immaginario cinematografico di pubblici anche meno cinefili di quanto ci si potrebbe aspettare con film come Il Divo (2008) e Primo amore (2004) .

La ripresa di cui si parla si può valutare dal numero delle produzioni degli ultimi anni; basti pensare che secondo i dati ANICA, nel solo 2011, sono stati prodotti 132 film interamente italiani. Questi numeri non devono però trarci in inganno, visto che i film di qualità sono una parte minoritaria della produzione complessiva. Non bisogna dimenticare che i film che meriterebbero la loro presenza nei tanti multisala del Paese sono spesso schiacciati dalle case di distribuzione, che privilegiano dei film di cui i critici più lungimiranti spesso si vergognano o le super produzioni americane.

Le opere prime, spesso sovvenzionate da fondi statali, sono ostacolate in partenza da una distribuzione attuata con strategie fallimentari e quindi, dopo una breve vita sugli schermi, ritornano alla casa madre dove saranno inseriti negli immensi archivi RAI.

Altri, invece, trovano delle vie alternative che ne valorizzano i contenuti che possono lanciarne la distribuzione in modo adeguato: stiamo parlando della terra franca dei festival.

Se parliamo di festival, ci vengono in mente naturalmente quelli di Venezia, Roma o ancora Torino. Altri volgeranno lo sguardo oltre confine e penseranno a Berlino o ancora a Cannes. Oltre le Alpi, e soprattutto in Francia, il cinema italiano è da sempre apprezzato, visto ma anche criticato.

VilleruptIl cinema d’autore degli anni Sessanta e Settanta ha permesso al cinema italiano di imporsi a livello internazionale; all’estero, gli spettatori si sono formati con opere come di Federico Fellini o Il giardino dei Finzi-Contini (1970) di Vittorio De Sica, e proprio questi spettatori sono stati il primo target di festival come il Festival du film italien de Annecy o il Festival du film italien de Villerupt. Quest’ultimo nasce nella regione della Lorena nel 1976 dalla volontà di un gruppo di giovani appassionati di cinematografia, che in quegli anni si riuniscono regolarmente nei locali di strutture associative che incoraggiano le iniziative culturali e innovative, e che decidono di utilizzare il successo derivato dai film italiani in Francia per attirare quanti più spettatori possibili in quello che sarebbe stato il loro festival. La loro iniziativa è facilitata dal fatto che la Lorena, e Villerupt in particolare, accoglie una folta popolazione d’origine italiana derivata dai vari movimenti migratori europei del XX secolo; basti pensare che negli anni Sessanta il 70% della popolazione di questo comune proviene direttamente dall’Italia o è di origine italiana. Questa presenza garantisce e spiega, almeno inizialmente, il successo di questa rassegna che durante quasi quattro decenni ha saputo riorganizzarsi e proporre ai propri pubblici un’offerta cinematografica italiana innovativa e di qualità.

Gli spettatori delle ultime edizioni del festival non hanno quasi più nulla a che vedere con quelli delle prime edizioni; oggi nelle platee ritroviamo degli spettatori che sono stati “istruiti” gradualmente, edizione dopo edizione, a un nuovo cinema italiano che si avvalora di tutti quei nomi che hanno segnato la nostra cinematografia più recente.

Il ruolo di questo festival, ma anche degli altri che si occupano esclusivamente di cinema italiano in Francia come quello di Annecy o quello di Bastia, diventano la terra franca di tanti film bistrattati dai distributori della nostra penisola; qui trovano dei pubblici che li sanno apprezzare, e con gl’anni, riconoscere. In un festival come quello di Villerupt un film come La bella gente (2009) di Ivano De Matteo ha trovato degli spettatori pronti ad apprezzarlo; lo stesso film, al Festival du film italien de Annecy nel 2009 vince il Grand Prix. Questi due eventi permettono alla pellicola di De Matteo di essere distribuita nelle sale francesi e di riscuotere un discreto successo. La sola nota stonata di questo percorso è data dal fatto che in Italia, a tutt’oggi, il film non sia mai stato distribuito.

Un luogo come Villerupt, che dopo la chiusura delle industrie metallurgiche che avevano attirato migranti da tutta Europa ha subito un declino economico e demografico esponenziale, diventa oggi il terreno propizio per una cinematografia italiana che non smette di migrare per trovare spazio in un festival che sfrutta la sua vicinanza col Lussemburgo per attirare dei pubblici sempre più eterogenei. Qui il cinema italiano non conosce la crisi, e qui la fenice rinasce dalle sue ceneri, anno dopo anno, per permettere ai film di qualità della nostra cinematografia di guadagnare una visibilità che non sarebbe possibile ottenere nelle sale cinematografiche italiane, una visibilità che si traduce in una distribuzione adeguata di parte di questi film nelle sale francesi grazie ai distributori presenti a ogni edizione del festival. Pensiamo a dei film come Cosimo e Nicole (2012) di Francesco Amato o ancora a 31 Gradi Kelvin (2013) di Giovanni Calvaruso che quest’anno a Villerupt hanno vinto rispettivamente il Gran Prix della Giuria e una Menzione speciale della stessa giuria per le qualità cinematografiche e l’impegno sociale dell’opera.

Si può dunque notare che il cinema italiano di qualità non è morto, ma è solo in procinto di trovare nuovi spazi oltre i confini della penisola per imporsi nelle sale europee, pronte ad apprezzare un cinema che possiede dei contenuti di qualità e delle tematiche che, anche se legate al proprio territorio, abbracciano temi universali adatti ai pubblici d’oltralpe. Nell’attesa quindi che in Italia questo tipo di cinematografia riesca a trovare lo spazio che gli spetta di diritto, gli amanti del buon cinema italiano potranno consolarsi consultando l’offerta filmica proposta dai festival di cinema italiano d’oltralpe.



Categorie:Giuseppe Cavaleri, L'occhio della madre

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