Dieci per Dieci

Foto di gruppo anni Dieci   

di Giacomo Raccis

Oggi, alle 18, alla Libreria Todo Modo di Firenze, si tiene l’incontro ispirato all’inchiesta #DieciPerDieci: Giacomo Raccis, insieme a Raoul Bruni, converserà con Alessandro Raveggi e Vanni Santoni, intervistati un anno fa. Cogliamo l’occasione per pubblicare la prefazione che aprirà l’ebook in cui saranno raccolte le interviste di #DieciPerDieci, in uscita a breve.

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Paolo Cognetti

“Per me uno scrittore di narrativa dovrebbe scrivere poco. Ogni parola superflua toglie valore a quelle necessarie, e se credi al valore della parola dovresti credere anche al valore del silenzio, no? E poi se io la mattina scrivo un articolo per un quotidiano, il pomeriggio un intervento su un blog culturale, la sera la prefazione al libro di qualcun altro, che cosa succede alla lingua delle mie storie, come posso proteggerla dall’inquinamento e dal rumore?”

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Emmanuela Carbé

“Quando Pinocchio, affamato e solo, cerca qualcosa da mangiare nella casa di Geppetto, trova un uovo e subito si affretta a romperlo per cucinarlo sul tegamino. Nell’uovo però non c’è albume e non c’è tuorlo: c’è un pulcino che sculettando verso le porta di casa si congeda allegramente: “Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi risparmiata la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa!”. Il pulcino per me è la leggerezza, la sfacciataggine e il candore di chi non si pone il problema dell’albume e del tuorlo. Vorrei imparare anche io, almeno quando scrivo, a uscire dalla casa di Geppetto sculettando”.

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Andrea Scarabelli

“No, non penso che la necessità di scrittura sia aumentata, semplicemente che quello che prima restava al di fuori delle pagine dei libri o degli articoli editi era confinato a una dimensione diaristica o di corrispondenza privata (anche se magari in seguito pubblicata). Oggi c’è la rete e per la maggior parte degli autori è un’occasione troppo ghiotta. Si tratta di una situazione condizionata da un mezzo che prima non c’era. Personalmente credo paghi (sia in termini di autopromozione sia in termini di azione culturale) un uso consapevole del mezzo, mentre ritengo che la dinamica dell’occupazione massiccia di spazi come la definisci efficacemente sia deleteria, e non faccia altro che alimentare la parte peggiore dell’ego, che in un percorso artistico può solo essere d’intralcio”.

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Virginia Virilli

“Pasolini in un’intervista con Biagi fatta negli anni Settanta disse a proposito del suo suscitare sempre reazioni polemiche con le sue opere che forse questo era determinato da una sua tendenza a immettere sempre l’oxymoron nella sua scrittura, cioè a costruire il suo pensiero per opposizioni, cosa che impediva alle sue creazioni di essere consumate in modo liscio, normale. Ecco, io credo in questa matrice istintiva e quasi indeterminabile dell’impegno civile. Viceversa non credo a un impegno civile che si manifesta perché altrimenti come autori ci sente sminuiti, meno importanti”.

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Paolo Di Paolo

“Dopo i cannibali, poetiche o correnti se ne sono viste più a fatica. I Tq (trenta-quarantenni) avevano provato un paio d’anni fa a lanciare una prospettiva generazionale, ma con risultati – direi per fortuna – scarsi. L’etichetta è già scomparsa e i Tq, com’è naturale che sia, invecchiano verso altre sigle. Sono più sensibile a rapporti di vicinanza, di amicizia “casuali” che producono effetti nel lavoro editoriale, nei libri, nel paesaggio culturale, e molto meno ai “gruppi”, agli intruppamenti. Le foto-ricordo del Gruppo 63, per esempio, non mi danno nessun brivido. Né, più indietro, le adunate futuriste. Sono un po’ allergico ai manifesti, ai precetti, ai programmi. Mi interessano le singole personalità in rapporto ad altre…”

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Giovanni Montanaro

“Ci si legge, ci si stima. Poi ognuno fa le sue scelte. Certo, noi venti/trentenni siamo piuttosto noiosi, ironici ma seri, scriviamo libri seri. Altro che il “cazzeggio” esasperato degli anni Novanta, la fantasia irresistibile degli Ammanniti e Scarpa. Siamo comunque, in generale, più introspettivi ma forse meno individualisti. Sarà che stiamo crescendo nella paura? Sarà il periodo buio che vive il nostro paese?”

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Vanni Santoni

“…Io sono molto presente in rete perché mi piace starci, più che per chissà che strategia di comunicazione. È pur vero però che da quando ho cominciato a pubblicare con regolarità tendo a mettere meno “contenuti originali” sul blog, ma è più che altro questione di tempo – più libri uguale meno post.
 Sicuramente per l’esordiente assoluto tenere un blog e frequentare le riviste online è un ottimo mezzo per guadagnare, prima ancora che la famosa “visibilità”, un po’ di esperienza e disciplina: scrivere tutti i giorni non viene sempre naturale, e curare un proprio spazio di scrittura online può aiutare in questo senso”.

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Andrea Gentile

“Mi pare di poter dire che negli ultimi vent’anni – con picchi massimi e forse irrimediabili negli ultimi cinque – la maggior parte delle case editrici italiane abbiano quasi totalmente modificato le traiettorie decisionali, all’insegna di criteri quali la leggibilità a ogni costo, il sentimento a ogni costo, il medio a ogni costo. Solo poco più di trent’anni fa, entrava in classifica Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino; questo oggi sarebbe impossibile perché quel libro non sarebbe pubblicato, oppure lo sarebbe da piccolissimi editori, e quindi, loro malgrado, con una tiratura bassa, e una presenza in libreria minima, seppellita sotto pile polverose di libri risibili. Lo dico davvero senza snobismi…”

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Marco Montanaro

“È chiaro però che la discrezione non paga, e qui la responsabilità è ancora del sistema industriale-editoriale. Devi farti vedere in giro per vendere, e ovviamente non stiamo parlando di qualità di scrittura ma di altre cose. I miei editori mi hanno chiesto spesso di apparire, virtualmente o meno, di farmi vedere in giro. Capisco la necessità da un punto di vista commerciale, e mi sono anche divertito a scarrozzare il mio corpo o la mia copia digitale in lungo e in largo, ma quando scrivi ti occupi d’altro, di discrezione, di persone e storie misteriosamente scomparse nel nulla, di zone d’ombra su cui devi portare un po’ di luce. E poi c’è una questione molto semplice: ha più valore qualcosa che non si lascia sciupare ogni giorno.”

Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Tommaso Giagni

“La letteratura che mi interessa racconta cose universali senza perdere d’occhio il proprio tempo e il proprio spazio. Al netto di questo, lo stato di salute della narrativa italiana oggi mi pare buono. Il mio immaginario è molto italiano (Pavese, su tutti) e me lo tengo stretto, il che non significa non avere importanti riferimenti altri (da Céline a Faulkner).”