Perdersi nell’India di Anita Desai

 

Fatehpur Sikri

 di Andrea Pitozzi

L’India è recentemente tornata agli “orrori” della cronaca per via della sempre più difficile convivenza tra un passato e una cultura millenari da una parte, e la struttura economica e sociale richiesta dal mondo contemporaneo dall’altra. Un simile contrasto è sentito dalla letteratura e soprattutto dai molti autori di lingua inglese che, sulla linea delle rivendicazioni portate avanti dalla cultura post-coloniale, si assumono la responsabilità intellettuale di presentare i rischi di questa transizione. Da qui nascono storie come quella narrata da Vikas Swarup in Le dodici domande (2008) da cui il regista inglese Danny Boyle ha tratto il fortunato The Millionaire (2008), o ancora il più recente Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente (2013) di Mohsin Hamid, acclamato autore de Il fondamentalista riluttante (2007). Da un punto di vista più politico, anche la scrittrice Arundhati Roy, autrice de Il dio delle piccole cose (1997), ha recentemente usato parole piuttosto dure per criticare il clima di retroguardia culturale della classe dirigente indiana che difende il sistema castale hindu, del quale sono figlie molte delle violenze di cui abbiamo letto negli ultimi mesi. La Roy si batte da molto tempo per i diritti dei dalit, i senza casta, e lo fa nel modo a lei più congeniale: con una letteratura militante. Recentemente ha scritto un saggio introduttivo ad una nuova edizione di Annihilation of Caste, manifesto contro il sistema delle caste, intitolato The Doctor and the Saint, nel quale mette in discussione anche un mito come Gandhi e porta alla luce alcune ambiguità insite nelle battaglie sociali del Mahatma, non per “screditarlo, ma almeno per invitare quanti hanno bisogno di un santo a vederlo nella sua interezza”.

anita-desai

La difficoltà di mettere in relazione la tradizione religioso-culturale con le nuove strutture socio-politiche a cui l’India contemporanea si sta affacciando è un tema che assume sempre maggiore rilievo. Dopotutto, è veramente possibile parlare di una sola India? Il subcontinente è molte città in una stessa nazione, è molte culture in una stessa nazione e soprattutto è un’infinita varietà di modi di vita e di esistenze difficilmente inquadrabili in canoni occidentali. Nonostante questa distanza non sia soltanto geografica, la letteratura riesce a parlare ancora di storie universali e ad emozionare, facendo riflettere ma anche portando alla luce frammenti e contraddizioni che attraversano la più grande democrazia del mondo (senza dubbio almeno in termini numerici). Di questi contrasti si fa portavoce da molti anni la scrittura breve di Anita Desai, che incarna a pieno quella dimensione di ibrido culturale che fa grande il paese. Di madre tedesca e padre indiano, Desai ha sempre vissuto su una soglia, anche linguistica, che l’ha portata ad appassionarsi alla letteratura inglese e a fare dell’inglese la lingua della sua scrittura. Nell’ultimo libro, L’artista della sparizione (Einaudi, 2013, pp. 160, € 13,50), pubblicato in Italia nell’ottima traduzione di Anna Nadotti, Desai racconta tre storie dell’India di oggi che fanno i conti con un passato antichissimo e che sopravvive nella dimensione fantasmatica di un’apparizione effimera. Lampi della memoria di un paese che sta viaggiando nel futuro a gran velocità, e rischia di tradire anche l’ultima speranza di salvezza per molte persone – e quando si parla dell’India le molte persone diventano milioni. Il trittico, composto da Il museo dei viaggi ultimi, Tradurre, Tradursi e L’artista della sparizione (che dà anche il titolo al libro), è prevalentemente un viaggio a cavallo tra distanze temporali quasi siderali. Il centro delle storie si mostra in controluce, per poi svanire subito nella polvere, nelle nebbie e nelle foreste del tempo, che sono anche quelle di un’India sconfinata. Le figure che appaiono – perché di figure si tratta più che di personaggi –, hanno la debole consistenza di un ricordo, di una trasparenza, e sono minacciate ad ogni pagina non da un nuovo che avanza ma da una mancanza di attenzione.

Così, ne Il museo dei viaggi ultimi il misterioso guardiano di un museo dimenticato, ormai dimora di ragni e animali, cerca disperatamente di convincere un giovane tirocinante ad interessarsi ad un pezzo di mondo che sta per scomparire. Insieme ai due attraversiamo le stanze dimesse di quella sorta di eterocronia. Nella mente dell’uomo, però, divenuto ormai funzionario del governo, “di tanto in tanto una scena affiora dall’inconscio […] poi scivola via”. Nella seconda novella, Tradurre, Tradursi una docente di letteratura inglese ritrova un’amica ad un convegno e le propone una traduzione inglese di un’anziana scrittrice che usa una lingua quasi scomparsa per i suoi libri. Sulla base dell’entusiasmo con cui vengono accettate le prime pagine decide di oltrepassare la soglia, di passare dal ruolo di traduttrice a quello ben più gratificante ed emozionante di traditrice, secondo l’idea per cui ogni traduzione è anche tradimento. Decide, infine, di scrivere un romanzo tutto suo, ma presto si rende conto di aver bisogno di un’altra voce per scriverlo: una voce andata perduta insieme alla lingua scomparsa dell’altra scrittrice. Nell’ultima storia, L’artista della sparizione,un giovane orfano sopravvissuto all’incendio della casa di famiglia sulle cime dell’Himalaya vive come un eremita e costruisce il suo rifugio in completa simbiosi con la natura circostante. Quando i componenti di una troupe televisiva decidono di girare un documentario sui danni della sempre più intensa attività estrattiva e mineraria in quelle zone si trovano davanti lo spettacolo di un rifugio fatto interamente da elementi naturali. A quel punto, però, il giovane eremita vede profanato il suo microcosmo e scompare sempre più lontano nelle atmosfere polverose e precarie di un mondo minacciato.

artista della sparizioneLe storie narrate in L’artista della sparizione prendono forma pian piano nella mente del lettore, attraverso un gioco di continue trasformazioni, apparizioni e scomparse. È un libro sulla perdita che assume la forma di una latenza dell’immagine, dove ogni cosa perduta riaffiora come la traccia debole di un’esistenza possibile. Storie che danno la dimensione di un passaggio in atto, in cui l’India di oggi non può che vivere fianco a fianco con i fantasmi in filigrana di quella passata. Desai propone un libro che, nella sua brevità, è un perfetto libro da e di viaggio – che in periodo di vacanza non guasta –, e in cui il viaggio è la storia stessa. Racconto che comincia già dall’epigrafe di Borges sull’impossibilità di dimenticare, e che si trasforma in un viaggio attraverso il tempo. E forse, per questo, è anche un libro per l’estate, in grado di intrattenere e di far pensare; di distrarre nel senso più profondo del termine, far deviare il pensiero verso territori che si dispiegano nella mente attraverso uno svolgersi mai lineare, sempre altro, in un nascondimento della parola che cela una bellezza sempre più fragile.

Anita Desai, L’artista della sparizione, Einaudi, 2013, pp. 160, € 13,50



Categorie:Andrea Pitozzi, Letterature

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