La critica nella terra della prosa #3 – Sonia Caporossi e Fabio Donalisio

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a cura di Giacomo Raccis

Questa è la terza e ultima puntata di una piccolissima indagine sulla critica militante, che prende spunto (come annunciato qui) dalla recente uscita di La terra della prosa. Narratori degli anni Zero, a cura di Andrea Cortellessa. Ogni antologia, soprattutto quando presentata con un testo dal rilievo teorico e critico così pronunciato, si presenta come un invito a discutere e a mettere in questione, tanto le specifiche scelte compiute dal curatore, quanto i presupposti primari di un’operazione di selezione e giudizio qual è un’antologia. Ecco allora un piccolo drappello di critici e critiche delle nuove leve chiamato a confrontarsi intorno a tre domande su antologie e canoni, orizzonti di scrittura e orizzonti di lettura, cartografia e militanza.

Dopo Raoul Bruni e Francesca Fiorletta (qui) e dopo Raffaello Palumbo Mosca e Marco Mongelli (qui), a rispondere sono oggi Sonia Caporossi e Fabio Donalisio

Terra della prosa 41. La produzione letteraria contemporanea si presenta come un orizzonte vasto, slegato, in continua trasformazione, difficile cioè da contenere in un unico sguardo. Come accogli questa antologia? Ti sembra che riesca a mettere ordine e che colmi un vuoto nel panorama critico e letterario di oggi?

2. Spesso, e purtroppo anche giustamente, si parla della critica letteraria come attività autoreferenziale: credi che il lavoro antologico possa essere una soluzione a questa “debolezza”? Il fatto che le scelte per Narratori degli anni Zero rispecchino la nozione di letteratura del curatore ne rende inattendibile il valore?

3. Chi avresti aggiunto, tra i non “selezionati”? Oppure – più crudele – chi credi che sia presente ingiustamente?


Sonia Caporossi – scrittrice, musicista, critico letterario

1.

Dipende da cosa intendi per “orizzonte vasto, slegato”. Se con questa espressione si intende la carenza di gruppi poietici (nel senso di “creativi”) che facciano capo ad un meditato riconoscimento “di scuola” da parte del critico, ci può stare. Oggi i gruppi letterari si manifestano spesso, ma per fortuna non sempre, in un fenomeno che altrove, riferendomi specificamente alla poesia, ho criticamente definito come “gruppi di Cantor”: “L’insieme di Cantor […] è l’insieme che rimane dopo aver iterato il procedimento dell’individuazione di x intervalli fra 0 e 1 infinite volte; questo vuol dire che, applicando il concetto per analogia alla fondazione reiterata di x gruppi poetici, ciò crea una polvere, un’indistinzione, fino al punto che ci si domanda se all’interno dell’insieme sia presente davvero qualcosa; e allora il gruppo poetico appare in qualche modo come nell’insieme di Cantor. Se non c’è alla base una poetica predeterminata, chiara e distinta, un gruppo poetico o un altro pari sono, e allora che senso ha crearli, non avendo contenuti diversi da comunicare? Si giunge al punto che risultano carenti i contenuti stessi, ovvero la stessa distinzione stilematica, di poetica, di intenzioni, di ragioni. Perché dunque oggi ci si ostina a fare gruppo a rischio dell’indistinzione?” (Sonia Caporossi, I gruppi poetici e gli insiemi di Cantor: una riflessione sull’indeterminatezza poetica d’oggi). Come dire che un tempo si faceva gruppo per uscire dall’indistinzione, oggi per entrarvi e fare massa corporea nel mucchio (penso al fenomeno TQ, erososi presto per mancanza di stimoli). Che il panorama sia “in continua trasformazione” va giustificato alla luce dell’analisi stilistica: a me sembra che da Tondelli a oggi, siano passati sostanzialmente indenni più di vent’anni di minimalismo paratattico mainstream all’interno del quale i massimalismi stilistici e gli sperimentalismi sono stati a volte malvisti, a volte osannati, a volte sommersi, a volte individuati come epifanie geniali, altre volte bollati come bizzarrie del Sottosuolo dostoevskijano; nel frattempo mi sembra che almeno un certo “osare” in direzione dell’inclusione di scritture sperimentali, di commistioni prosastiche dei generi e delle specie abbia trovato giusto luogo nell’antologia di Cortellessa, anche laddove questa scelta non sia in direzione di un immediato riconoscimento del “genere romanzo”.

Tuttavia, io non so se questa antologia possa aspirare legittimamente a mettere ordine “nel panorama” laddove metodologicamente è stata concepita giocoforza come un insieme di autori e testi passati al vaglio di una selezione per forza di cose perpetuamente incompleta perché neanche in fieri, bensì cristallizzata nel momento della scelta, tanto che dopo soli tre anni l’opera infaticabile ricomincia da capo e fa spazio ad altri autori e pagine, in un processo che dovrebbe divenire, a livello di principio, inevitabilmente ad infinitum (e ciò è evidentemente il motivo per cui Cortellessa può prestare il fianco al maggior numero di critiche, piuttosto che il fatto di aver compiuto scelte individuali: non è che si possa fare altrimenti, voglio dire; questa qui, come critica, lascia il tempo che trova). Allora bisogna porsi la domanda fondamentale, che forse è la seguente: operazioni del genere servono per creare un canone? Bene, nella mia personalissima e spostatissima opinione, il canone è la morte del sommerso, la masochizzazione della critica e l’oppio del lettore. Al lettore in quanto tale della critica canonizzante importa sostanzialmente solo fintanto che la critica lo blandisca, ovvero fintanto che, tramite la costruzione di un canone, la critica non si riduca a ufficio stampa editoriale, dismettendo la vocazione non solo accademica, non solo militante, ma anche quella che io e Antonella Pierangeli, da tre anni a questa parte, ci peritiamo di definire “impura”. E la critica impura aborre il canone come fattore cristallizzante, concependo l’atto critico come un perpetuo fieri in un moto magmatico di indefessa e mai coercizzante fluidità. Il dilemma infatti è il seguente: può darsi in natura un canone composto da gente ancora in vita, col principio di Heinsenberg lì appostato ad inficiare, ogni minuto che passa il Signore, qualsivoglia  osservazione critica, oppure un canone di tal fatta può darsi solo come operazione artificiale? A dirla tutta, la mia regola personale quando lavoro ad un’antologia, come ultimamente m’è capitato di fare, è questa: non operare alcun tentativo di cristallizzare un canone, affidarsi ad un tema maestro che faccia da collante fra le selezioni e i testi, incentrarsi più sulla funzione del textus (oltre che sul suo valore) piuttosto che sul “nome” degli autori.

2.

Come si capisce bene, i problemi metodologici sono sempre al varco, e solo tappandosi naso bocca e occhi si può “avanzare in terra vergine, tremando”, come si legge nel manifesto del Blaue Reiter. La critica, per certi versi, oggi è un atto di coraggio e di fede. Al di là dell’antologia in questione e del bravo curatore, dotato di grande passione e competenza, permane certamente indelebile all’interno di qualsiasi lavoro antologico, come ho già detto, l’aspetto soggettivo: a livello metodologico, detto in generale, gradirei che questo venisse sempre esplicitato e non rimanesse implicito, perché sennò facciamo del critico vincitore il canonista ufficiale, e di un de gustibus un exegi monumentum aere perennius. Cortellessa un’esplicitazione del proprio punto di partenza, nel paratesto, la fa, e questo gli fa onore. Fatto sta che il discorso è ben più grande: ho scritto anche altrove che “i critici letterari oggi, nella maggior parte dei casi, si affidano ad un crasso de gustibus, ignorando bellamente in larga parte la doverosità del possedere fondamenti metodologici ed estetici, ognuno il suo proprio, il più confacente alla propria forma mentis, a patto che siano chiari, distinti ed esplicitati, e da cui sempre, prima di fare critica letteraria, occorrerebbe partire.” (Versante Ripido, Le meccaniche terrestri, editoriale di luglio 2014). Pensiamo invece ad operazioni ideologiche vere e proprie come quella che compì Edoardo Sanguineti quando all’interno della sua celeberrima antologia della Poesia italiana del Novecento per Einaudi, concesse uno spazio enorme ad un poeta per molti versi secondario come Gian Pietro Lucini, colui che introdusse in Italia il verso libero, volendo così sottolineare l’importanza dello sperimentalismo nella versificazione; allo stesso modo Sanguineti introdusse nella sua antologia alcuni versi poco felici di Sandro Penna, scelti fra i peggiori del poeta perugino, quasi a svilire la linea sabiana apposta (sulla questione, si legga il mio saggio su Penna pubblicato dai colleghi della rivista In Realtà, La Poesia). Ciò che voglio dire con quest’esempio è che le scelte antologiche sono sempre frutto di un’impostazione ideologica o di pensiero: sono sempre anche, in qualche modo, un messaggio in primis critico, in secundis politico e sociale del Curatore. Tutto ciò è giusto e normale, perché così è la critica: l’importante è avere gli strumenti ermeneutici per dipanarne i messaggi reconditi. Il problema è che questi strumenti non tutti i lettori ce l’hanno.

3.

A mio parere, un canone letterario di autori viventi non è mai in funzione del domani, ma dell’oggi. Aggiungerei, e non me ne voglia Harold Bloom, che un canone è sempre frutto di una parzialità. Potrebbe non essere parziale solo a patto di essere onnicomprensivo, ma ciò è impossibile. Ecco perché un canone davvero serio in realtà è un’operazione che diventa irreale, intrinsecamente letteraria, borgesiana: se tu fai uscire un volume 1999-2014 oggi, cristallizzando un periodo e fornendo al lettore un terminus ante e un terminus post quem, mi devi poi anche far uscire il secondo volume, e il terzo, e il quarto, e il quinto eccetera entro il 2014, con tutti gli autori che mancano all’appello. Come se volessimo disegnare una carta geografica del globo che ricopre interamente la sua superficie, l’operazione diventa non solo inutile e disagevole, ma perde anche la propria istanza teleologica. A ciò aggiungiamo che il canone è principio autoescludente, perché ci sono generi e stili che rimangono “fuori” per forza di cose (lancio fra parentesi un appello per recuperare la figura dell’outsider, a me molto cara!). È ciò che accade all’interno del principio di Heisenberg che citavo prima: ogni volta che si osserva il moto di una particella, se ne influenza la traiettoria tale che un’osservazione oggettiva del fenomeno si rende impossibile. Ecco perché ogni antologia di tipo classificatorio (nel senso che abbia l’intenzione di proporre un “canone”) non può e non potrà mai essere altro che parziale e, in quanto, tale, una (legittima, per carità) operazione ideologica. Per questo, a mio parere, fare nomi è un vezzo sportivo abbastanza inutile: mancano tutti quelli che dentro non ci stanno già! (Se proprio debbo fare qualche nome, che ne dite di Alessandro Raveggi? E Vanni Santoni? E Laura Liberale? Magari proporre qualche novità per dar spazio al sommerso? Ad esempio un Vladimir Di Prima farebbe troppo ridere, col suo stile arguto e grottesco, ipotattico e barocco?).


Fabio Donalisio – poeta e critico

1.

Parli, con forse felice lapsus, di “produzione letteraria”, e non di “prosa”, cui tecnicamente si riferisce l’antologia in questione. E subito salta fuori il segreto di Pulcinella, il grande rimosso che pare sia doveroso dare per scontato: che, sulla “terra”, non esista che la prosa. Certo, la poesia si palesa, anzi, ha la sua pletora forse proporzionalmente ancora più fitta, debitamente antologizzata, del tutto compresa nell’illusione di ininfluenza a cui partecipano tutti gli attori, ognuno nel suo ruolo, con più o meno dolo. Eppure da tanto tempo non ci si trovava in un tempo di poesia come questo. Tempo di necessità, in cui la parola necessita di scrollarsi le ancore del dettaglio per aprire uno sbrego di “realtà”, per riuscire a dire. Ma questo è un altro discorso. Perché poi, dire prosa, è spesso ormai una sineddoche. Dire il tutto intendendo una parte. Che prosa, in questo luogo linguistico, in questo hic e in questo nunc, vuol dire soprattutto romanzo. La cittadinanza per la prosa letteraria altra, eretica o ibrida, è stata progressivamente ristretta, vige il dogma eterodiretto che solo la “storia” possa veicolare qualsiasi tipo di pensiero letterario, che l’unico scopo sia il narrare. Va dato atto al curatore di aver posto un’attenzione particolare nello scovare, nell’esistente, le non molte zone grigie in cui la tirannia narrante sfuma – lavoro che peraltro porta avanti da anni con la collana fuoriformato. Essendo dunque questa la terra della prosa, l’antologia curata da Cortellessa ne fornisce una mappa esauriente, quasi certosina, direi. Considerati anche i limiti “anagrafici” che si autoimpone. Posto che, come dici, è (grazie a dio) impossibile contenere tutto in unico sguardo, credo che queste pagine permettano di vedere in modo più che plausibile (quasi, iperreale) quello che è successo e sta succedendo tra le parole che non vanno a capo degli ultimi dieci abbondanti anni. Poi, che quello che si vede piaccia, sta nell’occhio (e nell’orecchio) di chi guarda. Ma nulla toglie il gusto a uno strumento prezioso, per le modalità, per la pluralità di voci addossate a ogni autore. Se un ipotetico marziano si dedicasse alla lettura di questo tomo, capirebbe perfettamente cosa c’è lì fuori (o meglio, qui dentro). Ed è, forse, proprio questo il problema.

2.

Su questo punto ti parlo da un cantuccio sicuramente fortunato. Non sono un critico di formazione, né ho mai ambito a esserlo. Scrivo le mie cose da un osservatorio defilato, una solida rivista di musica, con un pubblico in parte diverso da quello delle pagine culturali dei quotidiani o dai blog letterari (con qualche sovrapposizione, certo, ci mancherebbe). Ma, soprattutto, un luogo che non è ritenuto canonico per il dibattito, che dagli attori del dibattito non è granché considerato e, si badi, lo dico senza ombra di lagnanza. Anzi. È un prodromo di sostanziale e fortunata libertà, per quella che riesco a definire solo come prosa d’amore. Suonerà banale, forse anche stucchevole, ma l’unica mia spinta alla “critica” è comunicare, in senso etimologico, i libri che amo, che diventano parte non prescindibile della vita. Capire quali siano, i libri innamoranti dell’immediato contemporaneo, in un ciclo editoriale sfinente, ipertrofico e devoto alla velocità, è una sfida critica che reputo fondamentale. Perché è anche su questo, che si cementano i canoni. Credo poi che manchi, a molti, indipendentemente dal loro approccio, soprattutto la calma. In un contesto in cui se non scrivi, se non sei evidente, non esisti, si generano meccanismi perversi di rincorsa che sono il primo certificato di garanzia dell’autoreferenzialità. L’amore ha i suoi tempi. Necessita sedimentazione. E anche il rigetto, il conflitto. Spesso tutto si brucia in poche ore. Esce un articolo paludoso, seguono latrati, e nel giro di pochi giorni cala un altro silenzio. Più che idee a volte sembra si traccino linee, confini. Quasi mai frontiere, però. Ci vorrebbe forse del conflitto vero, prolungato, anche incivile. Ma, lento. Non tanto tra gli attori di un sistema (sì, lo è), ma tra gli attori e il fuori. La pace di cui parla Pecoraro val bene anche per il pensiero critico.

Tornando ancora una volta a noi, che l’antologia curata da Cortellessa rispecchi il pensiero e il gusto di Cortellessa mi pare ovvio, no? Ma non vedo il problema. Anzi, a me interessa sapere che c’è un pensiero dietro quella scelta e mi interessa quel pensiero. Anche quando fa scelte che non condivido (e, tra quelle di questa antologia, certo, inevitabilmente, ce ne sono). Dietro a un’antologia, anche corposa come questa, non ci può essere la fallacia dell’esaustività. C’è, possibilmente problematizzato (e qui lo è), il tratto della mano che la mappa la disegna. Quindi, non credo che il problema dell’autoreferenzialità sia in carico soltanto a chi fa le scelte. Ma, molto di più, a chi le recepisce. Noi, nel presente caso. Possiamo subirle, ovvero cadere nelle trappole di chi c’è chi non c’è (vedi sotto). Oppure possiamo usarle come cannocchiale (pur deformante, per forza) per guardare la brughiera, la mugheta che si estende là fuori. Bella o brutta che sia. E trarne qualche conclusione. Dopotutto, la mappa serve a poco se stai chiuso in una stanza.

3.

Non è questo il punto. Davanti a un’antologia ci si chiede sempre cos’è rimasto fuori. In questo caso bisognerebbe dire: c’è qualcosa fuori? I nomi della prosa di questi ultimi quindici anni (sempre mantenendo i limiti anagrafici di cui sopra), tra antologizzati e note, ci sono praticamente tutti. E sono sorprendentemente coerenti, con poche eccezioni. Quindi, volenti o nolenti, questa È la terra della nostra prosa. Può sembrare  piatta, da un certo punto di vista, una sorta di cartografia antica con (a volte, volute) zone d’ombra, terrae (auto)incognitae, e in fondo un grande abisso. Una prospettiva più che allettante, in fin dei conti. Raramente tempi sono stati così moderni, nuovi, forti e interessanti. La direzione da prendere – la perdizione – è ovvia. E chiunque in qualche modo sostenga di vivere la letteratura è chiamato a prenderla. Pena la palude. E questa volta, magari, definitiva.

Qualche nome in ordine sparso: gli eretici Morelli e Permunian, su tutti. Vasta, Pecoraro, Orecchio, Falco per il romanzo.  Hanno fatto e faranno. Tra i fuoriusciti Tonon (per il Nemico) e il recente vomito di Maino.

Riguardo ai possibili “ingiustamente”: nessuna inelegante gogna, ma tra i trenta credo ce ne sia qualcuno (quanti, sarà il tempo a dirlo, a sbugiardarmi, eventualmente) che non resterà.

Chiudo con i saluti di Bazlen a Montale, che siano di buon auspicio:

Ricordami a tutti, con affetto proporzionalmente inverso alla loro produzione letteraria. E scrivimi.
Affettuosamente
Tuo Bobi



Categorie:Giacomo Raccis, Interviste, Letterature

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3 replies

  1. ho sentito che minimum fax farà un’antologia coi dieci migliori under-40, sulla falsariga del New Yorker. Qualcuno sa i nomi?

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