Sulla nuova edizione dei “Segreti di Milano” di Giovanni Testori

di Davide Valtolina

A quasi vent’anni dalla morte, Giovanni Testori (1923-1993) rimane un autore ancora troppo poco conosciuto: la ripubblicazione delle sue opere assume allora un valore particolarmente significativo. È il caso del volume I segreti di Milano, edito a marzo per “Le Comete” Feltrinelli, che raccoglie l’intero ciclo di testi narrativi e teatrali composto dal 1958 al 1961. Il libro si inserisce nel progetto dell’editore di dare nuova vita alla storica collana economica, originariamente diretta da Valerio Riva dal 1959 al 1967 e ora rilanciata con una nuova serie di titoli che per il momento propone, oltre a Testori, Bassani, Tabucchi e Cheever: “È un segno importante – avverte nell’introduzione al libro Carlo Feltrinelli –, per la casa editrice, che ridisegna la sua storia attraverso l’evidenza fisica delle opere, e riconsegna ai lettori uno fra i più grandi scrittori e uomini di cultura del Novecento italiano in una edizione che ne interpreta le intenzioni originarie”.

La ripubblicazione dei Segreti di Milano – il grande affresco della periferia milanese negli anni del boom economico, a cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta – costituisce una grande occasione per leggere un autore ricchissimo e al contempo fortemente problematico, la cui collocazione nella costellazione letteraria rimane ancora assai difficile. La poliedricità di Testori – fu narratore, poeta, drammaturgo e regista e attore, oltre che critico d’arte e pittore in proprio – è sfociata in una produzione variegata, diseguale e complessa che è stata troppo spesso assorbita nell’ambito di Comunione e Liberazione, secondo le intenzioni manifestate dallo stesso autore nell’ultima parte della sua vita. Il suo spirito irrequieto e religioso è infatti approdato negli anni a un cattolicesimo tradizionalista che ha comportato una vicinanza sempre più stretta al movimento di don Giussani. Verso la fine degli anni Settanta lo scrittore comincia inoltre a collaborare al Corriere della Sera diretto da Di Bella con interventi in prima pagina di carattere etico-morale, succedendo di fatto al Pasolini degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, quello degli accesissimi interventi su politica e società. Testori diventa così una figura molto discussa per le sue critiche forti e intransigenti, finanche integraliste, nei confronti del mondo contemporaneo, fondate sulla passione della propria testimonianza cristiana.

I giudizi ideologici, s’intende, sono quindi finiti per sovrapporsi a quelli critici, deviando inevitabilmente la discussione sul merito effettivo della sua opera. Ne è nato un equivoco che perdura ancora oggi: spesso ancora prima di essere letto, Testori è uno scrittore acclamato acriticamente o per contro visto con estrema diffidenza, persino respinto.

Questo volume Feltrinelli dà modo di riscoprire una voce originalissima della nostra tradizione recente, che seppe raccontare con straordinaria incisività l’anima delle periferie urbane durante un momento delicatissimo di transizione della storia italiana. Due raccolte di racconti (Il ponte della Ghisolfa e La Gilda del Mac Mahon), due testi teatrali (La Maria Brasca e L’Arialda) e un romanzo (Il Fabbricone) raffigurano mirabilmente uno spaccato di vita dell’epoca e al tempo stesso, secondo le modalità tipiche dell’arte testoriana, tentano di scandagliare vertiginosamente l’esistenza e i suoi significati più reconditi.

Il piano editoriale è presentato nella Postfazione di Fulvio Panzeri, già curatore dei primi due volumi dell’opera omnia testoriana per i Classici Bompiani (Opere 1943-1961 e Opere 1965-1977). Si tratta di un progetto suddiviso in due tomi: il primo raccoglie l’intero ciclo dei Segreti di Milano mentre il secondo, di prossima pubblicazione, proporrà, oltre alla prima edizione del memorabile Dio di Roserio (edito nei “Gettoni” Einaudi nel 1954 e poi rivisto per l’inserimento nel Ponte della Ghisolfa), testi inediti e frammenti vari che testimoniano la volontà di creare una Commedia lombarda, secondo l’esempio della Commedia umana di Balzac.

In origine il ciclo testoriano era infatti inteso come un disegno aperto ad infinitum, che avrebbe dovuto diventare “di volume in volume pressoché imperquisibile”. Si interruppe tuttavia bruscamente dopo l’uscita del Fabbricone, forse perché le soluzioni adottate non soddisfacevano più Testori; va comunque riconosciuto che sul piano storico è lo stesso mondo rappresentato a mutare velocemente, travolto dall’impetuoso sviluppo economico (in questo senso, si tenga presente l’accostamento più volte proposto con il Pasolini di Una vita violenta e Ragazzi di vita).

Come dice Panzeri, in questo libro si raccoglie “per la prima volta in unico volume” l’intero ciclo dei Segreti di Milano. Si può così apprezzare appieno la cifra dello stile testoriano, ovvero la raffigurazione di un personaggio che pare debordare dalla pagina e emergere con una lividezza tanto forte da reclamare quasi una totale autonomia. Attraverso l’adozione di tecniche narrative volte a riportare l’incandescenza del magma coscienziale, Testori porta in scena la vita dei ceti bassi, il bisogno impellente di uscire dalla miseria, di sbriciolare la mediocrità, il desiderio irrefrenabile di una vita migliore. Si intrecciano così sulla pagina molte storie, la maggior parte ambientate nelle aree nordoccidentali di Milano fra la Ghisolfa, Roserio, Villapizzone, la Vialba e la Bovisa, e più in là fra Bresso, Sesto e i paesi dell’hinterland, dove andavano gonfiandosi velocemente grosse sacche di povertà. Vicende come quella del Pessina, giovane benzinaio e aspirante campione del ciclismo locale che cerca a tutti i costi il successo che lo incoroni “Dio di Roserio”, o di Rita Boniardi, conosciuta da tutti come “la Gilda del Mac Mahon”, la putain au grand coeur che porta in scena il suo sogno d’amore sfregiato ma tenuto a galla da una vitalità dirompente. E ancora, come non ricordare le storie del baldanzoso Ballabio, detto “il Brianza”, alla ricerca di denaro facile fra i corrotti del centro e avvinto dal fascino della padrona del bar di San Babila dove lavora; del “Sinatra”, che ha finalmente ottenuto la scrittura per una compagnia di varietà con la speranza lasciarsi alle spalle l’anonimato della sua vita alla Vialba; dell’Enrica, che sotto il ponte della Ghisolfa si illude di poter riscattare con il cognato la desolazione della propria esistenza.

Se i temi sono vicini a quelli della galassia neorealista, va tuttavia riconosciuto che Il ponte della Ghisolfa e La Gilda del Mac Mahon illustrano l’orizzonte della periferia milanese con una tecnica particolarissima, una sorta di realismo espressionista che forza alcuni moduli della narrativa tradizionale, sovraccaricando le coordinate rappresentative e piegandole verso la deformazione simbolica.

I due testi teatrali danno continuità a questa istanza, ritraendo la vitalità, le contraddizioni e le incrinature emotive della Maria Brasca e dell’Arialda: la prima sulla linea di un’esplosione vitalistica, con la storia di una donna che conquista trionfalmente il suo innamorato, giovane e vanesio; la seconda secondo modalità tragiche nella raffigurazione della straziante voglia d’amore – sepolta sotto l’ossessione del fidanzato morto – della protagonista. Testori attinge a piene mani dalla realtà e mette in scena argomenti difficili e scomodi, come l’amore omosessuale del fratello dell’Arialda o i legami torbidi e complessi che portano la donna a scontrarsi drammaticamente con la Gaetana, la vedova che finirà suicida. Per questo motivo dovette scontrarsi con la censura, in una stagione caratterizzata dall’aspra dialettica del clima culturale. E così il 24 febbraio 1961 il magistrato Carmelo Spagnuolo firmò l’ordine di sequestro dei copioni dell’Arialda e il divieto di rappresentazione di uno spettacolo che “per turpitudine e trivialità dei fatti considerati dal suo autore si rivela grandemente offensivo del comune senso del pudore”. La vicenda si risolse con l’assoluzione di autore e editore, ma testimonia il clima dell’epoca; si tenga presente che anche il film Rocco e i suoi fratelli di Visconti, liberamente ispirato a Il ponte della Ghisolfa e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1960, venne largamente osteggiato dalla censura.

Le due raccolte di racconti e i due testi teatrali ritraggono con straordinaria efficacia le storie di chi – soprattutto i giovani, votati a definire il proprio destino – lotta per affermarsi tra strade di periferia, cavalcavia, ponti, prati, umili e spoglie stanze d’appartamento, palestre, osterie, bar e balere. Discorso parzialmente diverso per Il Fabbricone, dove lo schematismo elementare della vicenda – la storia d’amore di una Giulietta democristiana e un Romeo comunista sullo sfondo di un grande caseggiato popolare – e la rappresentazione complessivamente meno approfondita rendono il libro, che riscosse un successo popolare immediato, il meno incisivo dell’intero ciclo, nonostante l’esperimento del montaggio a sequenze cinematografiche e la sotterranea valenza simbolica, che non raggiunge però il livello di pregnanza delle altre opere.

Insomma, la ripubblicazione dei Segreti di Milano è un’operazione senz’altro positiva perché propone ai lettori di oggi un autore, com’è s’è visto, conosciuto – e frequentato – in maniera troppo spesso superficiale (in questo senso va anche la pubblicazione all’inizio di quest’anno dell’opera poetica per gli Oscar Mondadori, Poesie 1965-1993, con la curatela di Davide Rondoni). L’iniziativa è senz’altro lodevole; tuttavia, la modalità di riproposizione non è esente, ci pare, da qualche lieve pecca. Per capirci, il volume ha un intento chiaramente divulgativo: non ci sono note, apparato critico e bibliografia; la sola Postfazione di Panzeri si incarica di riassumere in poche pagine alcuni punti di riferimento per inquadrare i testi. Se il volume è pensato per un pubblico non specialistico, ci si chiede perché mai l’indice riporti solamente i nomi delle opere, e non le loro suddivisioni interne: capitoli, atti, paragrafi. Ciò rende particolarmente difficile reperire un singolo passo nelle circa 800 pagine e crea un certo spaesamento nel lettore (sembra poco probabile che si tratti di una scelta funzionale a rafforzare l’idea di ciclo unitario). Manca forse un poco di precisione, ma non sarà questo a precludere la possibilità di ripercorre la prima fase del cammino letterario – per dirla con la protezione dell’auctoritas di Giovanni Raboni – del “più instancabile sperimentatore della letteratura italiana di questi decenni”. 

Giovanni Testori, I segreti di Milano, Feltrinelli, Milano, 2012, pp. 791, € 30,00



Categorie:Davide Valtolina, Letterature

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