1992: decadenza politica e seduzione della nostalgia

1992-fictiondi Fabio Disingrini

Sadness that overwhelmed me My mind carelessly matched that You are happy with your life right now, oh I guess that’s just the way it goes (P.M. Dawn, Set adrift on memory bliss)

Ero piccolo, ma chiedevo di continuo a mio padre perché, a ogni ora del giorno, ci fossero in televisione Di Pietro e, sempre al suo seguito, un uomo più alto dai capelli ricciuti, con gli occhiali spessi e talvolta una sigaretta spenta fra le mani. Non potevo capire perfettamente tutte le pazienti spiegazioni di mio papà, eppure quell’anno diventai curioso di tutto. Perché quell’anno eravamo già diventati grandi.

1992 è l’ultima prova “all’italiana” di come il “telefilm” abbia ormai superato il cinema secondo i dettami della serialità «generatrice di mondi complessi e profondi». Così ci ha spiegato Massimo Cotugno sulla Balena Bianca a proposito di Fargo. Così, dopo i recenti prestiti statunitensi, tocca a uno degli attori nostrani più affermati, Stefano Accorsi, ideare e interpretare l’attesa “serie cinematografica” diretta da Giuseppe Gagliardi e prodotta da Wildside, in collaborazione con Sky e La7.

Che poi il motivo per cui un serial televisivo italiano abbia scelto gli anni Novanta, anzi il 1992, avrà perfino il sapore dell’inedito, se pensiamo a quanto cinema sia ancora inabissato negli anni di piombo e a quanto sia invece stato sprecato in chiave umoristica, ma di una comicità davvero scadente, per “spaccare” gli anni Ottanta… Che se pure erano “di plastica” e “da bere” si prestavano anche a certi riflussi tonali. Di film (romanzati) su Mani Pulite non ce ne sono, e nemmeno su Craxi (vorrebbe farlo Bellocchio): ecco allora che Tangentopoli arriva in televisione prima che sul grande schermo e lo fa con una promozione pneumatica. Una fittissima campagna di marketing con flash-mob milanesi a distribuire banconote da centomila lire, floppy disk e t-shirt siglate “Ho ucciso Laura Palmer”; perfino un canale Sky monotematico di ripasso (o tirocinio) degli anni Novanta, “1992 mania”, con i telefilm dell’epoca in loop-palinsesto. Un carico di altissime aspettative come era già accaduto per Romanzo Criminale, che prima fu film di Michele Placido e poi trascrizione televisiva, ma stavolta non ci sono riscontri di settima arte e per la première al Festival di Berlino ci è andata direttamente la serie.

Parliamo di cosa abbiamo visto, ovvero dei primi due episodi (su 10) di 1992, trasmessi martedì sera su Sky Atlantic: un plot avvincente di tre protagonisti (maschili) e almeno altrettanti personaggi (femminili) di rilievo, un progetto strutturato e una Milano riflessa nella luce opaca delle pellicole d’antan e degli establishing shot sul Palazzo di Giustizia, con una flemma tardo-invernale come la città non era mai stata scenografata. I primi personaggi di 1992 sono, in ordine di apparizione, il giovane agente di polizia Luca Pastore (Domenico Diele), ultimo venuto nel team del magistrato Antonio Di Pietro; Leonardo Notte (Stefano Accorsi), pubblicitario rampante di residuato yuppie, e Pietro Bosco (Guido Caprino), ex-militare di ritorno dalla Guerra del Golfo facendo il giro lungo via Bangkok… Se Pastore è l’eroe buono, la faccia pulita e il protagonista “meno evoluto” delle prime sequenze, Leo sfreccia per corso Buenos Aires in Porsche Carrera sulle note di Set adrift on memory bliss (campionata su True degli Spandau Ballet…), vive dirimpetto la Torre Velasca e la sua ouverture è una specie di manifesto programmatico:

Lo so a cosa pensate tutti, gli anni Ottanta sono finiti. Bei momenti, tutto era possibile. Fatturato alle stelle, ci siamo divertiti, siamo andati a letto tardi. Oggi c’è la crisi è vero […] Ma gli anni ottanta sono uno stato mentale, possono tornare e durare per sempre, dipende solo da voi. La crisi per voi è un’opportunità. Niente più a cena fuori, niente cinema, niente weekend al mare: la gente resterà a casa… A guardare la tv. Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente.

Facciamo un salto triplo: un pubblicitario che cita Mao Tzse-tung mentre Marx diceva che la televisione, pardon, la religione è l’oppio dei popoli. Non bastasse, nella serie Marcello Dell’Utri monologa da professore sull’Italia da salvare come la repubblica delle banane, intanto vengono arrestati per concussione Mario Chiesa (presidente del Pio Albergo Trivulzio) e il costruttore Michele Mainaghi per le prime falcidie intorno al Partito Socialista, mentre a Palermo muore assassinato Salvo Lima e Berlusconi è ancora un innesto fra l’eminenza grigia e una fonte ispirativa di trasversale successo mediatico.

In questa temperie stratificata di decadentismi politici e commerciali, si schiude un pop-revival di culti e pionierismi nostrani: Non è la Rai, Lorella Cuccarini, Buona Domenica vs Domenica In, il Foggia di Zeman, le scuole new-age, i tubi catodici, i cellulari Motorola e la pubblicità progresso contro l’AIDS, così conturbante (sento di parlare a nome di un’intera generazione…) con i suoi aloni viola e la tremenda sillaba cantata sotto cute da Laurie Anderson. Un’iconolatria di modernariato che tocca le corde della memoria e che, con flussi più elegiaci che ragionevoli, distrae lo spettatore dalle lacune storiche della narrazione. Che queste siano piccoli difetti descrittivi o gravi anomalie diacroniche, forse non ci sarà dato saperlo dopo solo due episodi. Ma posto che si tratti del primo caso, non potremmo già dirle necessarie alla performance senza fare scalpore?

Intanto rinviamo il nostro giudizio sulla qualità recitativa di Antonio Gerardi alias Di Pietro e siamo felici di rivedere sullo schermo Giuseppe Cederna (Paolino o il Farina dei capolavori di Salvatores) nei panni del PM Francesco Saverio Borrelli. Saremo invece già consapevoli di come la serialità filmica non possa più fare a meno del sesso, di quello effettivo e carnale, e di certo non ce ne assilliamo. Che poi uno come Guido Bosco, inetto e triviale, possa ritrovarsi eletto alla Camera dei Deputati per aver aggredito degli albanesi e poi detto a un comizio della Lega Nord, applaudito da Bossi, “Li mandiamo tutti a casa cazzo”, beh, questo sì che diventa un cliché certamente forzato… Per quanto non si ricordino tutti questi esponenti del Carroccio distinguersi per brillantezza intellettiva.

Farà riflettere infine quello che ha scritto il “Frankfurter Allgemeine”: «Raramente un paese ha il coraggio di guardarsi allo specchio come in questo caso». Se lo prendiamo come un complimento, allora capiremo il segreto del successo di una serie autoriale come 1992: la critica di una storia sociale di nature incomode, un piano analgesico di seduzioni nostalgiche.

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Categorie:Fabio Disingrini, L'occhio della madre

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