Edda: è da una vita che mi faccio schifo. La rinascita di un’anima imperfetta

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di Gianluca Talia

Questa storia come tutte le belle storie comincia tanto tempo fa. Da una fine.

L’anno è il 1.9.9.6. e per il rock alternativo in Italia è l’età dell’oro. Videomusic e le radio passano qualunque cosa abbia una chitarra, Stefano Accorsi e Violante Placido sono gli ingenui Alex e Aidi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, e tante band dopo anni di gavetta nei centri sociali cercano di approfittare del momento, prima che le major si metteranno a inseguire il prossimo fenomeno.

Tra queste ci sono anche i Ritmo Tribale, band di punta e di lungo corso della scena alternativa milanese. Attivi dalla seconda metà degli anni 80 e fattisi conoscere con l’hardcore in italiano figlio del decennio appena trascorso di Kriminale (1990), rimangono inevitabilmente investiti dalla rivoluzione rock dei 90s. Non potranno vantare l’ispirazione e la solidità dei concittadini Afterhours, o le stigmate dei mostri sacri CSI, ma come pochi altri in Italia hanno saputo incarnare lo spirito di quegli anni, evolvendosi e modulando il proprio stile secondo l’estetica del momento, talvolta anticipandola. Fino a raggiungere il culmine della loro parabola artistica con l’ispirato Psychorsonica (1995), il cui maggiore dei pregi è stato proprio quello di  calzare come un guanto al proprio tempo.

Ma come spesso accade, sul più bello qualcosa si inceppa e, durante il tour di Psychorsonica, il carismatico frontman Stefano Rampoldi, da tutti conosciuto come Edda, senza dare spiegazioni pubbliche gela i fans e lascia il gruppo. Senza di lui la band si trascina mutilata per un altro disco, fino allo scioglimento. Edda invece, in anni in cui è ancora possibile farlo, sparisce letteralmente dalla circolazione, sembra svanito nel nulla, inghiottito dalle nebbie milanesi.
Qualcuno lo dà per morto, altri giurano di saperlo in India con gli Hare Krishna, ma non sono altro che semplici chiacchiere da bar e così non appena il brusio cessa, sul primo atto della storia cala un pesante sipario.

Inizia un intervallo che durerà dodici anni. Durante i quali di Edda non si avrà alcuna notizia.

Bisognerà attendere fino al 2008, quando su YouTube, senza alcun preavviso compaiono alcuni video a nome ‘Edda Ponteggi’ nei quali si può vedere un signore di mezza età, non più capellone, eseguire alcuni brani acustici inediti accompagnato da qualche amico.

A differenza di dodici anni prima non è più pensabile passare inosservati e la rete reagisce all’istante: Edda è tornato. Dopo pochi mesi viene inaspettatamente annunciato l’accordo con un’etichetta indipendente per l’uscita di un disco prevista per l’anno successivo. Il primo dopo quattordici anni e il primo senza la band.
Rimaneva solo un nodo da sciogliere prima di potersi gettare alle spalle quello che è stato e passare oltre. Il mistero di dove si fosse cacciato per tutto questo tempo viene svelato senza troppi giri di parole da Edda stesso: tanta eroina e comunità di recupero. Sei tragici anni senza speranza passati da tossico e altri sei alla ricerca di un nuovo posto nel mondo.
Va detto a onor di cronaca che la dipendenza da eroina non fu un effetto dell’uscita dal gruppo, semmai la causa. Il vuoto che Edda cercava di riempire con la droga non era quello lasciato dall’attività musicale.  Fin dagli esordi con i Ritmo Tribale, infatti, fu chiaro a chiunque ne venisse a contatto come la personalità di Edda fosse tanto speciale quanto ingestibile. Anche all’interno dei Ritmo Tribale la sua presenza non venne mai data per scontata, tanto che il primo disco Bocca Chiusa dovette essere registrato senza di lui, che del gruppo era il cantante. Negli anni tribali lo spettro dell’eroina per Edda si manifestò più volte e altrettante venne scacciato, ma evidentemente mai sconfitto. Finchè non si arrivò alla resa dei conti e alla conseguente rottura.

Le analogie con le storie dannate del rock però finiscono qui perchè Edda sembra aver cercato e trovato la propria redenzione lavorando come operaio nei cantieri edili. In fondo il vero gossip è proprio questo: è un nuovo Edda quello che si ripresenta al pubblico, che di mestiere non fa più il musicista ma costruisce ponteggi e stuzzica il proprio karma infliggendosi la fatica del lavoro manuale.
Per poter meglio cogliere l’umile lucidità e l’infantile candore con cui affronta la sua seconda vita è imprescindibile la visione dell’intervista televisiva rilasciata a suo tempo a Daria Bignardi, che contiene una “piccola” bugia legata a tempi e modi della sua dipendenza dalla droga.


Semper Biot

Il disco esce nel 2009, si chiama Semper Biot (sempre nudo) ed è un pugno nello stomaco, un pozzo oscuro formato da dodici canzoni acustiche difficilmente catalogabili.
La prima cosa che colpisce sono i testi, visionari e ingenui, deliranti e infantili, sempre declinati in prima persona e al femminile “perché l’anima è donna”. Edda fa bella mostra dei propri errori cercando di esorcizzarli, senza scadere in vittimismi o nell’autocommiserazione, sfoggiando piuttosto accettazione per la propria natura imperfetta di essere umano. L’intensità è a tratti disturbante ma non si fa mai insostenibile grazie a una scrittura sorprendentemente fresca nonostante tutto, le canzoni vivono delle preziose melodie grezze, che fanno capolino pochi secondi prima di accartocciarsi su loro stesse di cui il disco è ricco. La ciliegina è un lavoro di produzione impeccabile e tremendamente funzionale che esalta gli arrangiamenti acustici di tutte le canzoni. Su tutti quello di Io e te, resa straordinaria dal violino di Mauro Pagani.

Odio i vivi

Considerata la reazione entusiasta di critica e pubblico Semper Biot non può rimanere un’operazione isolata e il seguito Odio I Vivi viene pubblicato, è proprio il caso di dirlo, dopo soli tre anni.
Viene abbandonata la via acustica, gli arrangiamenti sono irrobustiti da inserimenti elettrici e in alcuni casi perfino orchestrali. Edda rimane lo stesso lucido e onesto cantore delle proprie storie sbagliate ma forse manca il pizzico di magia che faceva di Semper Biot un’opera unica. Il disco riscuote comunque un buon successo e raggiunge la finale del Premio Tenco.

Stavolta come mi ammazzerai?

La creatura ormai è cresciuta troppo ed il processo è diventato irreversibile. È arrivato il momento di abbandonare una volta per tutte il lavoro da pontista per tornare a dedicarsi a tempo pieno alla musica. Alla vecchia maniera, in uno studio e con una band.
Sembra un lieto fine ma non lo è. La linea della seconda vita di Edda è ancora molto lunga.
Il risultato è Stavolta Come Mi Ammazzerai?. Un disco ispirato, amarissimo, straordinariamente rock.
Il filo conduttore è il rapporto con la sua famiglia. Travagliato, irrisolto e sbagliato, neanche a dirlo.
Musicalmente la differenza col passato è netta e chiara fin da subito ma la maschera cade definitivamente solo con Stellina, due minuti e mezzo di hard punk dal tiro assassino, che non si esaurisce e si ritrova in altri pezzi del disco come Dormi e Vieni e Mademoiselle. Come il 1996, più del 1996.
La seconda parte del disco è meno omogenea ma non avara di passaggi memorabili contraddistinti dalla consueta abilità nel creare mondi con due parole e tre accordi.

Edda oggi rimane un outsider, un personaggio estremamente fuori dai canoni dello show business, sia umanamente che artisticamente, ma finchè sarà in grado di emozionare e sorprendere ci sarà da augurarsi che il suo Krishna preservi a lungo lui e chi gli sta accanto, rendendo possibile questo piccolo miracolo.



Categorie:Gianluca Talia, La baleRa bianca, Plancton

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