Gogol’, Poe e due racconti di cronaca nera


Il cappotto

di Fabia Tolomei e Camilla Boneschi

Gogol’ nasce nel 1809 e ha una paura matta dei fantasmi. Per questo, nel suo racconto Il Cappotto, ce ne presenta uno: si chiama Akakij Akakievič Bašmačkin ed è un fantasma, da morto ma soprattutto da vivo. Impiegato copista dal “colorito emorroidale”, non si nota, quasi non mangia e cammina in punta di piedi per non consumare le suole delle scarpe. Ignorato da colleghi e conoscenti, si muove nella vita come uno spettro occupandosi di un’unica esaltante attività: copiare cose scritte da altri. Tutto sembra procedere nella noia di una routine imperturbabile, in cui le giornate di Akakij Akakievič scorrono una identica all’altra. Ma ecco il colpo di scena: alla notizia che il suo vetusto cappotto-vestaglia non si può più riparare, nella testa di Akakij Akakievič comincia a farsi largo un sogno: “come se non fosse più solo, ma una gradita compagna avesse acconsentito a percorrere al suo fianco il cammino della vita (…) Egli diventò anche più vivace, persino più fermo di carattere, come un uomo che si sia ormai stabilito e fissato uno scopo (…) talvolta nei suoi occhi brillava una fiamma, nella testa gli balenavano persino i pensieri più bruschi e arditi: perché, proprio, non mettere della martora sul colletto?”. Proprio così: il nostro impiegato azzarda l’idea di mettere via un rublo dopo l’altro per potersi comprare un bel cappotto nuovo. Chi conosce le classiche tinte grottesche gogoliane immaginerà come va a finire: il povero Akakij Akakievič viene scippato la prima sera che sfoggia il suo adorato, caldo cappotto e muore di dolore pochi giorni dopo.

(D’altronde se vuoi leggere Gogol’ non ti puoi mica aspettare Liala).

Questa storia è inserita in un mondo parallelo e assurdo che permette all’autore di giocare con le dimensioni e con la realisticità degli oggetti e delle vite. Il cappotto, per esempio, non è che un piccolo particolare su cui Gogol’ mette una lente d’ingrandimento dandogli un valore sempre più sproporzionato, surreale. É proprio in questo mondo gogoliano che Akakij Akakievič può vivere ancora qualche giorno dopo la morte, acquistando nell’assenza una materialità e un’importanza che la vita non gli aveva mai dato. Ora finalmente la gente parla di lui, di quel fantasma che si aggira tra i ponti di una spettrale Pietroburgo e ruba cappotti ai passanti; ora riesce persino a condizionare la vita del cosiddetto Personaggio Importante, lo stesso a cui erano bastati un paio di bicchieri di champagne per sciacquare via il ricordo di quel modesto impiegato derubato e bisognoso d’aiuto. Ora che è un fantasma Akakij Akakievič non è più invisibile.

Il cuore rivelatore

Per una spettrale coincidenza, il 1809 è un anno che ha dato alla luce più di una ghost victim. Il coetaneo americano di Gogol’ si chiama Edgar Allan Poe ed è un instancabile macinatore di racconti del mistero. Non mancano, tra le sue pagine, veri e propri spettri “da manuale”, anche se la sua creazione più originale è un fantasma che, a dirla tutta, non si vede affatto; un fantasma senza nemmeno un nome che fa capolino in un racconto lontano dalle atmosfere gotiche del tempo; Il cuore rivelatore infatti assomiglia a un thriller ad alta tensione, se non addirittura a un articolo di cronaca nera da prima pagina.

Nel racconto la partita è breve e si gioca tra due personaggi: uno che non ci sta tanto con la testa e un vecchio innocente. Il primo ammazza il secondo. Ma la sciapa storia di un omicidio non era abbastanza agghiacciante per il buon Poe che decide di raccontarcela attraverso la confessione in prima persona dell’assassino pazzo; cercando di farcela passare come una cosa del tutto normale, il narratore snocciola dettagliatamente tutto il suo diabolico delitto sotto il naso del lettore, premurandosi di sottolineare come non vi fosse alcun movente: “Motivo non c’era. Passione non c’era. Ero affezionato al vecchio. Non mi aveva mai fatto un torto. Non mi aveva mai offeso. Non volevo il suo oro. Penso che sia stato il suo occhio! Sì, fu proprio questo! Lui aveva l’occhio di un avvoltoio: un occhio di un azzurro pallido, coperto da un velo (…) Così, lentamente – molto lentamente decisi di togliere di mezzo il vecchio e liberarmi così per sempre dell’occhio”.

Così, una volta fatto fuori il vecchio e riposti meticolosamente i pezzetti sotto il pavimento, l’assassino si illude di averla fatta franca. E in effetti, all’arrivo in casa degli agenti di polizia, non c’è nulla di sospetto. Tutto appare ordinato. Il nostro sta per cantar vittoria quand’ecco che ritorna in scena il vecchio, o meglio il suo cuore (rivelatore) che batte sempre più forte nelle orecchie dell’assassino. Proprio quel personaggio muto e mansueto in vita si fa finalmente sentire a gran voce, assumendo concretezza e identità. Ora che è un fantasma, ottiene un ruolo attivo nel mondo e può manipolare il suo assassino costringendolo a confessare il delitto. Ora che è un fantasma può riscattare il suo conto in sospeso.

Akakij Akakievič e il vecchio sono personaggi diversi, ma entrambi brillano e agiscono più nella loro assenza che nella loro presenza. Comparse marginali in vita, da morti finiscono sotto ai riflettori. Sono loro che tornano a prendersi il centro della scena o è il pubblico a chiamarli indietro perché non riesce a separarsene? D’altronde, si sa, i fantasmi esistono solo per chi ci crede.

Questi racconti ci parlano perché oggi il mistero va ancora per la maggiore, ce lo propinano giorno e notte, colorando di tinte gotiche e spesso grottesche ogni notizia che racconta di scomparsi o omicidi. Sembra che oggi nessuno creda più ai fantasmi ma la verità è che il mondo ne è pieno: la cronaca nera ne produce a bizzeffe, almeno quanti il Romanticismo in letteratura. E allora chi ha la sventura di diventare protagonista di una di queste storie diventa il fantasma del pubblico pagante, nella realtà come nelle pagine di un libro.



Categorie:Camilla Boneschi, Fabia Tolomei, Letterature

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