Bersaglio minimo, minimo errore: l’eroismo daltonico di American Sniper

Cooper&Kyle

di Fabio Disingrini

Solo perché la Guerra è l’Inferno,
non vuol dire che non ti puoi divertire un po’.
(Chris Kyle, American Sniper)

Non ho letto il libro di Chris Kyle, ma conosco alcuni estratti dal memoir del cecchino più famoso degli Stati Uniti d’America. Protagonista al cinema dell’omonimo American Sniper, il tiratore scelto dei Navy Seal, The Legend per la sua parte, Al-Shaiān Ramadi (“il diavolo di Ramadi”) per quella nemica, ha scritto di aver ucciso per divertimento perché uccidere era «qualcosa che amava», per lui e per qualsiasi altro «bad guy» fra i commilitoni: «I hate the damn savages, I couldn’t give a flying fuck about the Iraqis (Odio quei maledetti selvaggi, non me ne può fregare un cazzo degli iracheni)».

Chris Kyle ha ucciso 160 persone con una taglia di centottantamila dollari sulla sua cattura, The Punisher disegnato sulla divisa e la croce rossa del cavaliere templare tatuata sul braccio. Congedato dopo quattro missioni al servizio del Team 3 Navy Seal, Kyle è stato arrestato per rissa (due volte), guida in stato di ebbrezza e, secondo fonti mai verificate ma spesso “esaltate” da Kyle e parenti stessi, avrebbe freddato due rapinatori (armati) che tentarono di rubargli il pick-up in una stazione di rifornimento di Dallas. E avrebbe ancora sparato, per la materia aneddotica, su alcuni saccheggiatori a New Orleans nei giorni di Katrina… The savageness of The American Sniper.

Chris Kyle s’è però anche distinto nell’impegno civile di assistenza ai veterani affetti da PTSD (disturbo post-traumatico da stress). A suo modo, ma l’ha fatto, organizzando corsi di addestramento per ex-soldati mutilati di guerra o battute di caccia al cervo finanziate dalla Troops First Foundation. Poi ha scritto il suo best-seller, è stato frequente ospite televisivo e ha partecipato a un reality-show della NBC. Per la lobby americana delle armi, Chris Kyle è un perfetto esemplare di patriottismo e solidarietà espressi con l’uso legittimo dei fucili; per alcuni giornalisti liberali come Max Blumenthal o Rania Khalek (gravemente minacciata su Twitter), è invece una specie di «American Psycho»; per Clint Eastwood, commissionato alla regia del film dopo la rinuncia di Steven Spielberg, un eroe nazionale.

Nella pellicola la formazione di Chris Kyle va di pari passo con quella del suo interprete: il primo da cow boy impudente a Leggenda marziale e, in definitiva, marito/padre modello; Bradley Cooper a completare con American Sniper la sua maturazione artistica con un’attendibilità prima minata dalla leggerezza di certe commedie. Il protagonista, nel film, ha una crescita formativa netta, e anche se non brilla per intelletto o sapere (la bassa ironia e un lessico ridottissimo sono i suoi primi tratti distintivi), farà tutte le sue conquiste, sia civili che personali, grazie ai soliti triti slogan camerateschi: Dio, patria, onore, famiglia, eccetera, eccetera. Sciovinista e guerrafondaio nel bene (americano) e nel male (necessario), Kyle uccide donne e bambini, ma quando si tratta di bissare, non preme il grilletto, redento da una macchina da presa che è esposta alla stessa terribile intimità del suo mirino telescopico sul nemico.

Nel film allora non torna tutto ma quasi, se Laura Miller («Salon») scrive che «Nella versione della guerra di Kyle, le parti consistevano in Americani, che sono buoni per virtù di essere Americani, e fanatici Musulmani che, mossi da una “barbara e spregevole malvagità”, uccidono gli Americani semplicemente perché sono Cristiani», oppure Scott Foundas («Variety») osserva che «Chris Kyle ha visto il mondo in termini chiaramente demarcati tra bene e male, e American Sniper suggerisce che tale daltonismo possa essere stata la chiave sia del suo successo che della sua sopravvivenza, perché sul campo di battaglia il dubbio è analogia di morte».

Che Clint Eastwood voglia allora salvare “sul fronte” il suo American Sniper, che è invece piuttosto spregevole nella becera trivialità di inizio racconto, si avverte presto da quella fatale empatia che muove, per l’intensità eroica del protagonista e le efferatezze degli altri, a una ferma presa di posizione dello spettatore. Chris Kyle farà giustizia, e che si tratti di un inganno filmico o qualcosa di preconcettuale, Eastwood racconta una storia dalla parte americana dei fatti, confezionando un film classico senza lo slancio “progressista” di Gran Torino o Million Dollar Baby.

Distante anche, ma non così antitetico, dalla freschezza iconografica di The Hurt Locker (diretto dall’”indipendente” Kathryn Bigelow), American Sniper ha però il merito di aver superato, seppur a stento, alcuni stereotipi e confermato l’infallibilità di altri come la radicalizzazione del mito americano, la sommarietà dei reclutamenti, la funzione repressiva e il superomismo inculcati ai soldati, la povertà critica della classe media. Eastwood smussa infatti alcuni termini dicotomici fra (poco) biasimo e (tanta) ammirazione, istinto protettivo, pause d’amore e dimensione demolitrice di un killer con l’elmetto. Il problema è invece, e ormai tracimato nei film di guerra statunitensi, la definizione totalitaria del nemico islamico, così brutale nel suo oscurantismo irreversibile e calcato (male) sul feticcio di Amir Khalaf Fanus, il luogotenente Macellaio di al-Zarqāwī.

Spietati o caricaturali come nella sequenza, tecnicamente perfetta, della tempesta di sabbia in cui gli iracheni armati sembrano gli indiani pellirosse all’assalto del fortino, figurine a cui Clint Eastwood ha sparato (bene) quando faceva l’attore. Così premono il grilletto Chris Kyle e il siriano Moustafa (Sammy Sheik) e non sbagliano mai nel loro duello a distanza fra tiratori scelti, che però non può avere il fascino espressivo dei cecchini di Jean-Jacques Annaud (Vassili Zaitsev e il maggiore Erwin König in Il nemico alle porte), così umani e intanto ineffabili.

Forse perché l’America, alla ricerca del suo film definitivo sulla Guerra d’Iraq, ha più facilmente bisogno di stelle e strisce dovunque, armi spianate e machismi iperbolanti nella deriva del suo classicismo. Noi europei possiamo invece ancora scegliere se guardare American Sniper come fosse uno “sparatutto” per sorridere di certe esagerazioni (erroneamente, daremmo solo fastidio ai nostri vicini al cinema), oppure cogliere le migliori sfumature anche laddove non ci sono. Non che Clint Eastwood, l’uomo che ha solo due espressioni (col sigaro e senza), nella sua maestria ce ne abbia mai sciorinate.

American Sniper di Clint Eastwood (USA 2015 – Azione 134′) con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban.



Categorie:Fabio Disingrini, L'occhio della madre

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