Chi avebbe potuto resistere a un Gengis Khan col telegrafo?

Tolstoj 2

di Camilla Boneschi e Fabia Tolomei

Ci sono Thoreau, Tolstoj e il Telegrafo – e non c’è nulla da ridere, perché qui nasce il problema.

Flashforward.

Metropolitana, centocinquant’anni dopo circa – ci siamo io e te, più altri svariati milioni di persone, e non è un vagone affollato. C’è internet.

Può sembrare polemica trita e ritrita ma la questione del progresso tecnologico, in particolare quello delle comunicazioni, non è nata ieri: è solo esplosa nelle nostre mani di recente.

In New England corre l’anno 1854 quando Henry David Thoreau, nelle pagine del suo Walden, or Life in the Woods, narra dei due anni passati in solitaria sul laghetto a qualche miglio da Concord. Nella sua capanna home-made lo scrittore vuole riscoprire il rapporto primordiale tra individuo e natura, così com’era prima di essere stravolto dalla rivoluzione industriale, dallo sviluppo urbano e, appunto, dalla tecnologia. Per questo motivo il cuore della riflessione di Thoreau è la società e il suo inquietante progresso tecnologico, perché probabilmente già a quel tempo la cosa cominciava a sfuggirci di mano. Una delle questioni che scatena il suo sarcasmo nelle prime pagine di Walden è la foga inutile con cui i suoi compatrioti vogliono costruire un telegrafo e mettersi a tutti i costi in comunicazione da una parte all’altra del paese, e addirittura da una parte all’altra dell’oceano: “Siamo ansiosi di scavare una galleria sotto l’Atlantico, e di portare il Vecchio Mondo qualche settimana più vicino al Nuovo; ma forse la prima notizia che trapelerà all’ampio, pendente orecchio americano sarà che la Principessa Adelaide ha la tosse convulsa”.

Thoreau 2

Per Thoreau il problema è la smania con cui gli uomini vogliono occupare lo spazio della comunicazione mettendo in secondo piano quello che dice chi parla, “come se l’obiettivo principale fosse parlare velocemente e non parlare sensibilmente”. E dire che non aveva mai visto un sms.

Ma vent’anni dopo, dalla Russia, Lev Tolstoj ci va giù ancora più pesante, allargando il problema del progresso tecnologico all’aspetto sociale. Il grande romanziere in quegli anni si è già ritirato nella sua tenuta di campagna di Jasnaja Poljana e ha abbandonato la narrativa per dedicarsi interamente alla definizione della sua ideologia. Gli aneddoti su quest’ultimo periodo si sprecano, dalla fuga di casa nel cuore della notte (a ottant’anni suonati) alla stramba abitudine di vestirsi come i contadini; ma queste bizzarrie sono specchietti per le allodole e per chiunque nutra ambizioni da biografo. La verità è che centro del suo pensiero è il mito del ritorno alla terra e alla semplicità delle piccole comunità agricole. Del resto, nell’immaginario tolstojano società e tecnologia portano sempre connotazioni negative e, guarda caso, anche il telegrafo elettrico non sfugge al suo occhio indagatore: “Noi parliamo del progresso dei telegrafi elettrici. È evidente che l’uso del telegrafo è vantaggioso solo per la classe superiore, cosiddetta istruita […] Tutti i pensieri che volano al di sopra del popolo lungo questi cavi, sono solo pensieri su come sfruttare il popolo nel modo più comodo.”

Conoscendo Tolstoj sappiamo che la dicotomia tra classe superiore e popolo è parallela a quella tra società e natura. E non c’è gara: l’uomo che desidera vivere pienamente e con saggezza deve scegliere il ritorno alla terra. Forte dello stesso giudizio, vent’anni prima, Thoreau aveva scelto di andare “nei boschi per vivere con saggezza e in profondità”, perché i ritmi lenti, arcaici della natura guariscono da tutti i mali virali della società moderna. Ed ecco che per Tolstoj, come per Thoreau, il telegrafo non è solo una diavoleria della modernità ma diventa quel piccolo mattoncino in grado, col tempo, di alimentare un moto di dispersione e disattenzione che iniziava già a incalzare proprio mentre loro erano lì, che guardavano un po’ allarmati. In fondo, “chi avrebbe potuto resistere a un Genghis Khan col telegrafo?”.

Da lì sono passati quasi due secoli. Naturalmente anche questo problema, presagito dai nostri due pensatori, ha avuto tempo di evolvere perché, come ogni virus che si rispetti, ha saputo mutare a seconda delle circostanze esterne. Una delle forme che oggi preferisce assumere è quella della Velocità. I nostri vecchi amici ci prescriverebbero il rimedio della Lentezza, ci direbbero di non ambire a vedere tutto di gran fretta e tutto insieme ma di concentrarci sulla singola parte – da sola già foriera di risposte. Detto ciò, sembra naturale che oggi la logica della velocità debba vincere a mani basse: in un mondo che cerca a più non posso di combattere i limiti del tempo e dello spazio, accogliamo indistintamente tutto ciò che può colmare una distanza. Una possibilità sta forse al crocevia di queste spinte opposte, nella consapevolezza di sapere quando è il caso di mettere il turbo e quando, invece, è tempo di rallentare.

Così la prossima volta che saremo in metropolitana Thoreau e Tolstoj ci suggeriranno un pensiero all’orecchio. Ciascuno vedrà se ascoltarli o scacciarli via, come due sardonici insetti parlanti seduti sulla nostra spalla.



Categorie:Camilla Boneschi, Fabia Tolomei, Letterature

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