Visit Palestine #2 – Il ruolo degli intellettuali nel processo di pace israelo-palestinese

Visit Palestine

di Francesco Casati

Il processo di pace che coinvolge lo Stato di Israele e i territori palestinesi si articola in una moltitudine di iniziative che nella loro complessità cercano di creare un movimento sociale, culturale e politico in grado di catalizzare, da un lato, e accogliere, dall’altro, gli sforzi per il raggiungimento di una pace duratura e accettabile da entrambe le parti.

Tante sono le organizzazioni attive sul territorio che lavorano per costruire questo processo di pace, io proverò a riportare l’esempio concreto di una di queste.

Innanzitutto, un processo di pace non è da intendere come la firma di un trattato di pace.

La firma degli accordi è solo il momento conclusivo di un processo molto più lungo che coinvolge gli elementi più profondi di una società. Si deve operare un passaggio storico e cruciale che cambia la prospettiva con cui si considera il proprio interlocutore, da “nemico” in “amico”. Per poter accompagnare questo momento è fondamentale che tutte le parti sociali siano pronte e predisposte ad accogliere il “nemico” in casa propria. La recente storia del conflitto israelo-palestinese ci informa di quali potrebbero essere le conseguenze di una impreparazione rispetto a tale avvenimento.

A titolo esemplificativo, basti ricordare come i negoziati intrapresi nei primi anni ‘90 tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il rappresentante dell’OLP Yasser Arafat, tramite la mediazione di Bill Clinton e che si sono successivamente concretizzati negli accordi di Oslo del ’93, abbiano scatenato la reazione violenta di una parte della società israeliana, con il risultato finale dell’assassinio di Rabin da parte di un ebreo ultraortodosso. Evidentemente quella parte sociale più estremista non era ancora pronta per “accogliere” nel suo seno il “nemico” palestinese.

Servono dunque degli interlocutori privilegiati che abbiano gli strumenti per poter influire sulla collettività. In questo sforzo di modellamento della società, un ruolo di primaria importanza viene svolto dalla classe degli intellettuali, i quali sono in grado di intercettare i bisogni più semplici della popolazione e coordinarli con le politiche di più alto lignaggio che provengo sia da un fronte che dall’altro.

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Il Center for Democracy and Community Development di Gerusalemme sta agendo proprio in questa direzione tramite l’implementazione dei suoi progetti di cui è possibile avere una panoramica consultando il sito.

Il progetto denominato “Academic Freedom” prevede la creazione di un trait d’union tra accademici, professori universitari e studenti delle due più importanti università israeliane e palestinesi presenti qui a Gerusalemme. L’obiettivo consiste nel coinvolgere un ampio numero di accademici e professori della Hebrew University e della Al-Quds University in incontri, conferenze, meeting, tavole rotonde ecc. con lo scopo di redigere un codice etico comune, al fine di tutelare la “Libertà Accademica.”

Si ritiene, infatti, che, qualora dei “tecnici” si trovino a confrontarsi su questioni puramente tecniche, possano permettersi di smarcarsi dai propri convincimenti politici e di collaborare verso un obiettivo comune.

L’idea di creare un code of ethics tra le università più importanti del paese non è cosa nuova nel panorama internazionale.

I primi a intravedere l’importanza di avere un’università libera, per poter avere una società libera, furono paradossalmente i Sovietici i quali tramite gli scritti di Michael Polanyi cominciarono ad opporsi alla dottrina dominante che vedeva la scienza, nella sua più larga accezione, soggiogata agli interessi di Stato. A loro volta gli Americani già a partire dalla metà degli anni trenta del 1900 cominciarono a intavolare una serie di discussioni, forum e conferenze per individuare dei principi in difesa di un certo grado di libertà – che non potesse essere limitato o compresso – da altre istituzioni del paese, principalmente per interessi di tipo politico. L’ingerenza da parte dei partiti politici anche negli Stati Uniti liberal era forte.

Furono proprio questi ultimi ad elaborare un documento programmatico in difesa della libertà accademica. Nel 1940, in seguito a più di una decina d’anni di elaborazione, si pervenne alla stesura conclusiva dello “Statement” sui principi fondanti. Il nucleo della dichiarazione verteva su alcuni punti inderogabili:

  1. La piena libertà degli insegnanti nella ricerca e nella pubblicazioni dei loro elaborati;
  2. La libertà di insegnamento, ponendo particolare attenzione a non introdurre materie controverse non relazionabili alla loro materia;
  3. La libertà dei professori nell’espressione delle proprie idee in qualità di cittadini, ma la obbligatoria e doverosa attenzione nei momenti di espressione in qualità di rappresentanti dell’Istituzione pubblica scolastica.

 Molto spesso la libertà accademica è un corollario di una più ampia libertà di espressione – quella che in termini anglosassoni si chiama freedom of speech – e molto spesso la libertà di espressione è contenuta nella stessa costituzione dello Stato, come per esempio accade per la Costituzione italiana (art.21).

È facile capire come solo una società già strutturata possa permettersi di addivenire a un simile grado di elaborazione culturale. L’Europa è arrivata quasi 50 anni dopo agli Stati Uniti alla formulazione di una tale consapevolezza – con la Magna Cartha Universitatum del 1988 –  ma tale ritardo non è da imputare a una mancanza di sensibilità da parte dell’Accademia europea, quanto piuttosto al fatto che in Europa era decisamente meno sentita la necessità di sviluppare un tale sistema di difesa istituzionale, rispetto al pericolo di una contrazione della libertà accademica, in quanto efficaci e numerosi strumenti di difesa erano già presenti all’interno del dettato costituzionale della quasi totalità degli Stati europei, con l’esclusione della sola Inghilterra, la quale tuttora non è fornita di una costituzione nel senso “moderno” del termine.

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La diatriba politica qui in Palestina, è particolarmente accanita sull’adozione della “One State Solution o della cosiddetta soluzione a due stati.

La prima prevederebbe un unico stato in cui entrambe le realtà sociali convivrebbero sotto un’unica bandiera, mentre la soluzione a due stati prevederebbe la nascita di uno stato palestinese con propri rappresentanti, organi di governo, organi economici privati e di stato, un territorio su cui vige la sovranità esclusiva e confini ben definiti.

Il confronto su questa tematica è molto aperto in quanto buone argomentazioni vengono fornite da entrambi gli schieramenti. Per i sostenitori della soluzione unica non sarebbe poi così difficile “annettere” territori e popolazione a uno stato, de facto e anche de jure già esistente, con una struttura ben chiara e istituzioni funzionanti. Si tratterebbe soltanto di procedere con un ampio programma di inclusione sociale.

I sostenitori della soluzione a due stati invece ritengono che la creazione di un unico stato si rivelerebbe una trappola per il popolo palestinese, il quale una volta costretto in un’unica forma statuale verrebbe escluso dalla partecipazione politica e quindi ben presto ridotto a un regime di apartheid ben più violento di quello già esistente attualmente.

Personalmente ritengo che una soluzione a due stati rischierebbe di esacerbare ancora di più il confronto e lo scontro tra le due parti e a maggior ragione, qualora ai confini di Israele ci fosse uno stato nemico da sempre, la creazione di uno stato palestinese significherebbe guerra aperta per i prossimi 10 anni. Certo, ci sarebbe sempre la soluzione di un percorso guidato da Israele verso la creazione di uno Stato amico. Tale proposta chiaramente non è vista di buon occhio da tutti coloro che invece si augurano la nascita di uno stato pienamente arabo – a religione musulmana, con riferimenti culturali arabi, relazioni diplomatiche di amicizia con i paesi arabi – quale la Palestina potrebbe diventare.

Rimane il fatto che una soluzione a uno stato solo comporterebbe delle restrizioni inaccettabili, magari non apertamente visibili, per il popolo palestinese, il quale sarebbe tutelato solo nell’ipotesi in cui potesse partecipare attivamente alla vita politica del paese; ma dubito fortemente che le intenzioni della attuale classe politica israeliana siano talmente progressiste da potersi permettere un simile lusso.

Due concetti fondamentali si affiancano nell’elaborazione di un’entità statuale palestinese e che sono particolarmente importanti per codificare i passaggi successivi sulla strada di uno State building:

  1. Asimmetria
  2. Normalizzazione

Asimmettria

Con tale espressione si descrive la circostanza tale per cui nei rapporti tra Israele e l’Autorità Palestinese, quest’ultima si trova sempre in una posizione di inferiorità, dove la propria capacità contrattuale è sempre ridotta al minimo. Israele dal canto suo limita fortemente le concessioni alla parte avversa, favorendo così un costante e cronico stato di disparità tra le parti in causa che non aiuta il processo di pace.

Tanto per cominciare la Palestina è un territorio militarmente occupato, e a tale occupazione non è possibile rispondere in quanto l’amministrazione di Ramallah non è dotata di un esercito regolare.

Il controllo economico risiede totalmente nelle mani di Israele il quale regola, tramite i suoi porti e i suoi aeroporti, l’approvvigionamento di materie prime. L’ANP non è in grado di fare lo stesso in quanto non controlla alcun porto o aeroporto. Tutte le “libertà” di cui gode l’amministrazione palestinese sono, di fatto, delle concessioni del governo di Tel-Aviv, ed è facile comprendere quanto una concessione sia facilmente rinegoziabile o sopprimibile.

Da parte sua il “governo” palestinese, già ampiamente accusato di collaborazionismo con la forza di occupazione, ha le mani legate anche da un punto di vista economico, dal momento che le risorse finanziarie, i contratti del private business e anche di quello pubblico sono in mano ad Israele. Tale concetto di asimmetria è l’argomento prediletto di coloro i quali sostengono l’impossibilità di intrattenere relazioni costruttive con Israele. Quali rapporti si possono intrattenere con una parte che ha sempre il coltello dalla parte del manico? Tale assunto porta alla inevitabile conclusione che fino a che non ci sarà una entità statuale palestinese definitiva, non sarà possibile intavolare alcun tipo di relazione politica, economica, sociale, intellettuale o di qualsivoglia natura.

Normalizzazione

Tale nomenclatura definisce il processo di costruzione di aperte e reciproche relazioni con Israele in ogni campo, inclusi quelli politico, sociale, culturale, educativo, legale e quello della sicurezza.

Partendo da questi due principi è possibile cogliere meglio il senso dell’azione di collaborazione che il CDCD cerca d’instaurare. Nel processo di pace in corso, anche se appare paradossale, le due parti in gioco cercano di raggiungere due obiettivi drasticamente differenti:

  • per Israele la cristallizzazione dell’occupazione e la sicurezza nazionale, con tutto il corollario che prevede il sistema delle colonie e il blocco su Gaza (quindi sostanzialmente mantenere lo status quo);
  • per la Palestina la liberazione dei territori occupati, la fine del blocco su Gaza e l’apertura di un passaggio verso la stessa.

Il punto è cercare di trovare un common ground che possa accomunare le esperienze di due popoli che  appaiono cosi lontani tra di loro. Lo sforzo è quello di traslare il paradigma verso una “reciprocità positiva” che sia il punto di partenza per costruire un discorso e una narrativa condivisa, nel tentativo di invertire la spirale di violenza in una spirale di pace.

Da un lato abbiamo Israele che – come spiegato nell’articolo precedente – si presenta impaurito e spaventato, perché minacciato. Dall’altro abbiamo una Palestina che si presenta sempre a una sola voce, in quanto il potere formale è detenuto dall’ANP, pur avendo una dilaniante divisione al suo interno tra la stessa ANP, Hamas e Al-Fatah. Tale situazione pone il popolo palestinese in una posizione di debolezza irrisolvibile.

Paradossalmente, la “pace” per gli uni rappresenta la tanto agognata sicurezza, mentre per gli altri il mantenimento dello status quo e quindi una situazione di totale schiacciamento. I due sistemi, dentro e fuori la green line, parlano due lingue diverse. È come se uno fosse un sistema di rule of law – ovvero quel sistema di regole che disciplinano l’esercizio del potere pubblico in genere, in particolare attraverso la pubblica amministrazione; si tratta di un sistema democratico e paritario in cui anche gli organi di governo sono assoggettai alle stesse regole – mentre l’altro un sistema di rule by law – cioè un sistema sotto-ordinato, ancillare rispetto a chi che detta le regole”. Il punto di partenza è profondamente diverso.

La guerra del ’67, scatenata a seguito dell’invasione del territorio israeliano da parte di una coalizione di stati arabi capeggiati dall’Egitto di Nasser, per molti la naturale soluzione delle tensioni inaugurate con la crisi di Suez del ’56, per Israele è considerata una guerra di auto-difesa, mentre per la Palestina è stata una guerra di conquista.

Ho riportato questi semplici esempi per sottolineare la divergenza dei punti di partenza. Da tali presupposti non è certo possibile raggiungere una pace sostenibile ed equi-bilanciata.

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Il tentativo ultimo della proposta di CDCD è quello di concentrare l’attenzione su un terreno comune, apprezzabile da entrambe le parti: e quale terreno migliore del senso di essere vittime?

Entrambe le parti, ognuna a proprio modo, si sentono vittime e continuamente messe in pericolo nella loro identità popolare, culturale, sociale e religiosa. Vivere a Gerusalemme crea uno stato di schizofrenia sociale in quanto, letteralmente nell’arco di 200 metri, si passa da un tranquillo quartiere di una qualsiasi città europea, a un chiassoso, trafficato e folkloristico quartiere mediorientale. La vicinanza di esperienze così differenti crea un’estrema paura della conquista imminente da parte del proprio vicino, orrendamente diverso e minaccioso. Dunque il “complesso della vittima” è rappresenta senz’altro un elemento comune a entrambi gli schieramenti.

Tentare di agire con un leverage effect su questo aspetto è il punto cardine della proposta di CDCD, che cerca di utilizzare gli intellettuali come risorsa per innescare un effetto a catena nella popolazione influendo principalmente sull’educazione dei giovani, sulle proposte culturali, su un certo modellamento della società che passa inevitabilmente da scrittori, musicisti, accademici, scienziati politici.

L’università è il laboratorio perfetto per catalizzare un simile processo sociale che concretamente si articola in una serie di attività di formazione -discussione: workshop, focus group, pubblicazioni accademiche, conferenze per la presentazione di studi, ricerche e la condivisione di best practices.

È proprio questo il brodo primordiale dal quale prenderà le mosse questo primo tentativo di  “costruzione sociale” al centro del quale viene messa l’unica vera forza collettiva in grado di stimolare un cambiamento dall’interno.



Categorie:Francesco Casati, Naufragi, Visit Palestine

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