Festa del perdono, o meglio l’apocalisse all’orizzonte

festadelperdono

di Fabio Disingrini

A Milano crolli nervosi, intensità emotive ed eccitazioni febbrili
si sono succedute e rivoltate con inedita repentinità;
e dov’erano trionfi e vittorie,  un attimo dopo esistevano solo rovine e macerie,
come peraltro dieci minuti avanti…

(Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amici)

 Prima il titolo del libro, Festa del Perdono, poi il profilo del cortile d’onore della Ca’ Granda, o Spedale dei poveri, oggi Università degli Studi di Milano: molti trentenni ex-studenti della Statale, Facoltà di Lettere e Filosofia, vorrebbero essere fra gli autori di questo inatteso racconto generazionale. Almeno per risentire il gusto di un passato prossimo e facilmente migliore del presente, per ricordare gli amici di quei giorni più leggeri, le letture, le sigarette e le partite a carte nei chiostri minori, le assemblee e i cineforum della 111, le lezioni invece del lavoro, i docenti invece dei capi. E una nuovissima educazione sentimentale fatta di delicate scelte fra orari dei corsi, quarti d’ora accademici, posti strategici in aula, all’intervallo e in fila in mensa, sale studio, biblioteche, colloqui coi relatori, scambio appunti e pause caffè. Sarà forse qualcuno di noi a raccontare altre Cronache dai decenni inutili, ma poiché dovremo ancora maturare memoria storica e disincanto, mansioni e (in)certezze, cedere altre diottrie, migliorare la nostra scrittura e imparare a vestirci diversamente, ecco che intanto sono Alessandro Bertante, Igino Domanin, Helena Janeczek, Aldo Nove, Giacomo Papi e Antonio Scurati a farci rivivere i giorni di Festa del Perdono.

Autori quasi coetanei, nati negli anni sessanta, cresciuti in università fra gli ottanta e i novanta: sono i nostri fratelli maggiori (primogeniti) e i loro racconti, stratificati nelle normali diversità generazionali, iniziano a somigliare a quelli dei nostri genitori. Perché a Milano in inverno faceva sempre freddo e c’era ancora la nebbia a rapire la Torre Velasca dal chiostro maggiore; perché esisteva “il militare” e gli studenti potevano essere “assenti per occupazione”, ovvero volontariato civile. Perché c’era la CUEM, ma in questo caso, a dire il vero, parliamo ancora dell’altro ieri. Formidabili quegli anni per i nostri padri, meno divertiti dalla materia aneddotica i nostri (pen)ultimi predecessori, subito delusi dal dopo, nella resa dei conti del disimpegno politico, della mercificazione della storia, dello sciopero degli eventi:

Dieci anni prima, quando una generazione precedente si era affacciata alla ribalta di un mondo desertificato dall’estinzione delle grandi speranze degli anni sessanta, già abbondantemente incenerite dalla crisi economica e dalla violenza politica dei settanta. Un mondo che negli anni ottanta aveva già smarrito ogni sentimento storico del tempo e proprio per questo aveva fatto dell’ottimismo di facciata la propria bandiera, la propria maschera sociale, il proprio slogan pubblicitario.

(p. 122)

Il racconto iniziale di Bertante è il più “universitario”, si respirano gli odori di Festa del Perdono, delle librerie remainder, della CUEM, del bar della Statale con «La sua ruvida bellezza, sottoterra, nel ventre umido del palazzo» (p. 12), disadorno e perfetto nella sua funzione. Insomma Komakino promette bene, ma poi ci sono l’insofferenza per un «modernariato da quattro soldi», una compagnia decimata dall’eroina seguendo il «classico canovaccio reazionario», l’onda lunga di una militanza politica ormai sterile e grottesca. «Il nuovo decennio è alle porte. Noi abbiamo già finito» (p. 19). Peggiorano le cose nel racconto di Igino Domanin (Col permesso di soggiorno) dove Festa del Perdono è soltanto un esile riflesso nella vita di chi ha rinunciato alla felicità: l’ateneo non può esserne la causa, ma l’autore rinuncia a ogni forma di spiegazione lasciandoci francamente delusi.

Helena Janeczek torna già a parlare di Statale. Di una donna non si dice l’età, ma è la più grande dei sei autori e in Scampoli, Tessuti ci sono ancora Naj Oleari, le calze a rombi, i Duran Duran e una città invasa da paninari e paninoteche. Non per ragioni di cavalleria ma perché – mi si perdoni il commento forse inutile – amo chi sa scrivere così bene di vestiti, mi piacciono molto queste pagine… Eppure oltre alla CUEM e al suo passato recente da consegnare alla piccola storia, rincasano gli spettri, l’eroina, la freddezza, la fine dell’ideologia:

Dov’era il divertimento di massa da quando le masse avevano rinunciato alla politica? La canna o la pera nei parchi pubblici dove i bambini per decenni a venire non verranno più portati per timore che possano ferirsi con una siringa abbandonata? […] Mai stata fluida, Milano, anche negli anni in cui la definirono da bere. Salvo per la pioggia.

(pp. 43-44)

Ed ecco Aldo Nove, sempre bellissimo, artistico, immaginifico. Vorrei citarlo tutto ma non posso per ragioni di spazio e spoiler: il suo antidoto è Battiato e Jovanotti “di nascosto”, e canta una Plastica di stelle innovativa, le Cronache dagli anni ottanta sospesi come in Un weekend postmoderno di Tondelli, i destini a planare di un’intera generazione in luogo di assenza epocale, nuovo medioevo:

Gli anni ottanta erano stati lunghi, incistati su una fine imponente e insicura […] Gli anni ottanta li avevamo bevuti come una pozione magica, un veleno coloratissimo. Gli anni ottanta la smettevano lì con le ideologie e tutto […] Ognuno faceva resistenza da solo, scoppiavano mondi legittimi ovunque… E così tutto accadeva continuamente, senza avvenimenti rilevanti [….] E quasi nevicava d’estate, era meraviglioso e malinconico, così falso da inverarsi ogni attimo, un’epifania via l’altra emulsionata bene. Dentifrici spirituali, merci eterne. Un tempo barbaro e vincente esondava dalle televisioni dentro le cose che in quel tempo resistevano poco [… ] Pieno di secoli attraversati da tribù inedite. C’erano i paninari, c’erano i dark, c’erano i metallari e c’erano ancora i comunisti… Era il silenzio che faceva rumore ed eravamo imbevuti di silenzio e naufragavamo nel rumore. Noi eravamo il compimento dell’attesa, lo guardavamo sullo schermo […] Ci aveva invasi un’impazienza magistrale, severa, il consumo. Consumare tutto fino all’ultimo, fino alla fine. Perché la fine stava arrivando.

(pp. 47-49)

Il racconto di Giacomo Papi è L’atlante di un attimo, un piccolo caleidoscopio milanese di persone e luoghi in (quasi) libera associazione e Festa del Perdono è l’epicentro di queste pagine concentriche e galleggianti sopra i fiumi invisibili, inumati nel ventre di Milano: ci sono Dell’Utri e Galeazzo Sforza, Caravaggio e Sandro Pertini, Yunomura Motaki Myagi e tutti i “morti del Centro” (Zibecchi, Alessandrini, Annarumma, Saltarelli, Varalli, Ramelli, Pinelli), il Teatro Lirico e Porta Tosa, Margy Burger e l’ossario di Santo Stefano. E poi c’è un «cretino assoluto» che grida slogan vestito da rivoluzionario cubano, ma non potrà essere sua la colpa di tutto come forse avrebbe scritto Domanin.

Infine Antonio Scurati, autobiografico in Hôtel des Invalides e quasi riassuntivo per tutti: Berlusconi e il «ciclo millenario della disacculturazione di massa»; una «generazione il cui apprendistato alla vita è stato un apprendistato alla irrealtà»; il ritorno alla storia dopo due decenni, ma «in una temperie metafisico e religiosa»; Ground Zero e il «rintocco a morto del paradigma apocalittico». Come in Bertante («Fra i muri antichi dei sotterranei della CUEM deve esserci nascosta una fonte miracolosa, perché solo in questi pochi metri le ragazze diventano belle e misteriose », p. 11) e Papi («Ripenso all’università e ai fiumi invisibili, interrati da secoli, che mi attraversano ancora», p. 114), i canali reconditi scorrono nascosti sotto Milano. Ecco cos’è Festa del perdono: un’allegoria metanarrativa degli anni ottanta, l’eterno ritorno di fiumi inconfessati, il nuovo pessimismo di una generazione galvanica.

L’università li ha scaricati alla fine di un secolo che non prometteva niente e ha mantenuto la promessa. Noi però ci aspettavamo qualcos’altro, forse perché avevamo bisogno di emozionarci ricordando. Forse perché i prologhi del nostro domani sono anche peggiori.

cbhp

A. Bertante, I. Domanin, H. Janeczek, A. Nove, G. Papi, A, Scurati, Festa del perdono: cronache dai decenni inutili, Milano, Bompiani, 2014, € 15.



Categorie:Fabio Disingrini, Letterature, Rotte

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