Chi ha paura del Future Pop?

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di Gianluca Talia

Sono lontani i fasti del wave revival che ha segnato gli Anni Zero.
I suoi interpreti più valorosi sono ormai moribondi (Strokes), innocui (Franz Ferdinand) o hanno collaborato con J-Ax (Kasabian) e Il cuore degli indie kidz batte per altri giovani amori.
A beneficiare dell’hype oggi sono i figli della Social Generation. Utenti che scaricano l’arte e la mettono immediatamente in pratica, risputando nello stesso web da cui hanno mangiato, l’urgenza delle loro produzioni.

Parlano un linguaggio naturalmente digitale, urbano e meticcio. Hanno la UK bass e il trip-hop nella testa, ma il soul e l’R&B nella pancia.
Hanno invaso le piattaforme web facendone megafono per le loro release. Per loro parlano i numeri: quelli dei passaggi su Soundcloud, dei Like sulle pagine Facebook, delle visualizzazioni su Youtube.
Non deve stupire perciò che singoli ed EP siano tornati ad essere i formati privilegiati per la nuova onda di producer. Laddove un LP va pensato, assemblato, distribuito e promosso, il singolo cammina con le sue gambe fin da subito, viaggia lontano e si infila agile tra le maglie della Rete.
Davanti a cotanta tavola imbandita le major – in perenne ricerca della prossima Next big thing – non hanno fatto complimenti e nel piatto ricco ci han ficcato tutto il braccio. Con il risultato che in fatto di musica per le masse distinguere tra indie e mainstream risulta essere un esercizio ormai sorpassato.

Per capire come oggi sia diventato normale ragionare di future pop bisogna tornare nella Londra di fine decennio passato: la UK Bass music è un limone da spremere, alla porta ci sono i dollari dei talent show e delle pubblicità di automobili. Per salvare il salvabile occorre agire in fretta, con pochi movimenti rapidi e decisi.
Fu allora che un ventenne, più di altri, le venne in soccorso, la prese per mano, e sussurrandole parole dolci la domò. Piacque. Il ragazzo era James Blake e il suo omonimo LP di debutto (2011) finì inaspettatamente nelle Top10 di mezza Europa.

Seguirono a ruota numerosi tentativi di adattare le sonorità post dubstep a beneficio di un audience che non fosse solo quella del circuito delle radio alternative britanniche. La formula venne semplificata, le soluzioni ritmiche e le strutture si fecero più convenzionali, ballabili, cantabili. Più pop.
Tra i contributi alla causa più significativi si fecero apprezzare quelli del piacione Jamie Woon e del producer mascherato SBTRKT.

Il primo con una soul house all’insegna dell’easy listening, resa elegante e raffinata dalla co-produzione dall’amico Burial – sorta di Banksy dell’elettronica.

Il secondo preferendo i bottoni al microfono e lasciando nelle capaci mani di pochi fidati vocalist il compito di far scorrere il flow dei suoi ibridi pop garage.

Anche oltreoceano però qualcosa si muoveva. Nello stesso anno (2011) un altro ventenne, sotto il moniker The Weeknd, riversava in rete gratis ben tre album che andavano a sparigliare le carte dell’alternative R&B, riconducendo verso territori black un discorso che rischiava di prendere la via del soul made in UK. I primi due album – House of Balloons e Thursday – sono degli instant classic, esempi già maturi di new R&B in salsa post-dubstep che fanno fare un balzo in avanti a tutto il movimento.

Lui stesso faticherà a ripetersi su tali livelli con i lavori successivi, annacquati e non sempre a fuoco, ma il piano è ormai inclinato e la biglia del future pop scivola spedita verso uno schianto che fino ad oggi si è potuto  evitare. La bass music ha bucato, e spopola nelle classifiche pur rimanendo fonte d’ispirazione privilegiata per i prolifici producer dei circuiti underground di tutto il mondo.

Il caso di Lorde è emblematico  e dimostra che per il pop c’è ancora vita oltre Disney Channel. La ragazza venendo dalla lontana Nuova Zelanda – a soli sedici anni (!) – è stata capace nel 2013 di sorprendere tutti con un singolo tutto bassi come Royals, piazzandolo al numero 1 delle chart di USA e Regno Unito.

Di quest’anno è invece l’esordio lungo Goddess della new diva californiana Banks, piccolo manifesto di modernariato pop impreziosito da un paio di gemme come Waiting Game e Brain. Poco importa che gran parte del merito della riuscita dell’operazione vada attribuita alla solida squadra di produttori che hanno lavorato al disco. Meglio farci l’abitudine

Tra questi ultimi merita una menzione speciale l’inglese Sohn, che attraversa una fase di autentica onnipotenza artistica dimostrando  –  mentre tutti lo tirano per la giacchetta e ne lodano le doti di producer –  di possedere il fisique du role (e la voce) per essere credibilissimo anche in proprio. Il suo LP Tremors suona attuale e godibile al tempo stesso, e si candida a occupare una posizione alta nel listone dei dischi dell’anno.

La vera Big Thing del 2014 si rivela essere però la britannica FKA Twigs. Ex ballerina e performer che si muove già con la disinvoltura della predestinata. Dopo essersi fatta notare con un EP promettentissimo con il primo disco (LP1 appunto) punta al bersaglio grosso.  Siamo sempre dalle parti del nuovo electro R&B e il ruolo del produttore rimane centrale, ma c’è un solido valore aggiunto nelle sue interpretazioni ad altissima carica emotiva e nella sua algida sensualità, che è già un brand.

Di questi tempi le icone valgono poco e durano ancora meno, ma c’è da scommettere che (almeno) il 2015 suonerà proprio così.



Categorie:Gianluca Talia, La baleRa bianca

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1 reply

  1. Che l’underground musicale dei giovinastri anglosassoni di entrambe le sponde si inspiri al r’n’b non è una novità, fin dai tempi in cui il termine rhythm’n’blues era appena stato coniato e si scriveva per intero.
    La notizia mi sembra piuttosto che sempre più si va affievolendo l’onda lunga del punk, di cui il revival new new wave da te citato sembra costituire uno degli ultimi colpi di coda. Peraltro Strokes & co. sono sempre stati innocui e moribondi; l’unico disco davvero duraturo di quella scena è forse l’esordio degli Interpol, che si attestarono oltretutto su di una carriera ben più mediocre. “I fasti” stavano allora probabilmente dalle parti del punk funk.
    Non mi sembra un caso che di questi tempi settori sempre più ampi dell’underground vengano occupati dal metal, e in particolare dal black metal (con improbabili attestati di stima da parte di Drew Daniel e Thurston Moore), ovvero la scena più settaria e autoreferenziale sulla piazza, la più autosufficiente.

    Un’osservazione sull’impaginazione: immagini così numerose inframmezzate a brani di testo così brevi, poco più che didascalie, rendono la lettura difficoltosa. Un’unica playlist sarebbe forse stata più funzionale?

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