Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi

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di Raffaello Palumbo Mosca

Savinio, scrive Marchesini, è autore anarchico «al quale ripugna ogni divinizzazione delle Grandi Personalità»; proprio per questo suo carattere gioiosamente e felicemente anarchico e «dilettantesco», se pure coltissimo, Savinio ci costringe quindi «a giudicarlo da pari a pari, senza adagiarci su canoni o anticanoni, sperimentando quella ‘democrazia mentale’ cui siamo troppo spesso refrattari». Il primo e indubitabile merito del recente Da Pascoli a Busi è proprio questo: porsi di fronte a tutti gli autori con sguardo vergine, e vergine non perché ignaro di letture (anzi), ma perché ancora capace di farsi le domande fondamentali come se fosse sempre e di nuovo la prima volta; uno sguardo, appunto, ‘da pari a pari’, che sempre rimette in discussione le nostre idées reçues in nome di un programmatico illuminismo: «denudare gli idoli e diffidare delle mitizzazioni» è certo la idée fixe di Marchesini.

Se la mole del libro e il numero degli autori trattati impediscono di analizzare analiticamente le interpretazioni di ogni singolo autore, è tuttavia possibile ritrovare, a partire da questo sguardo programmaticamente demitizzante, almeno tre idee o posizioni fondamentali che costituiscono il collante di tutti, o quasi, i differenti saggi. Innanzi tutto, Marchesini rilegge la storia letteraria dell’ultimo secolo non solo alla luce di romanzieri e poeti ma anche alla luce dei saggisti. Ecco, allora, che accanto (e non «ai piedi» come avverte Marchesini stesso nell’Introduzione) a De Roberto, Gadda, Saba (e moltissimi altri) troviamo – non li cito tutti – Debenedetti, Chiaromonte, Berardinelli. È una posizione che condivido in toto; una posizione, del resto, che non si può più dire isolata: basti pensare a critici come Filippo La Porta, Massimo Onofri e, soprattutto, a Berardinelli stesso, che nella Forma del saggio canonizzava forse definitivamente anche per la cultura italiana il saggio come genere letterario di prima importanza. E specifico «italiana» non certo per diminuire l’importanza del libro in questione, ma per rimarcare il persistere, da noi, di una mentalità ancora impregnata di una specie di crocianesimo deteriore che, esattamente come l’industria culturale, divide scolasticamente letteratura (il romanzo, la poesiola purchessia) e non-letteratura (il saggio, il trattato di idee, il reportage narrativo) a partire da una schematica – e fallacissima – divisione per generi.

Marchesini è invece critico onnivoro e «dilettantesco» nel senso indicato dalla citazione di Savinio già ricordata; e per questo anche naturalmente e felicemente anti-accademico. Come dargli torto? Chiunque abbia oggi esperienza dei dipartimenti di letteratura – non solo in Italia, ma nel mondo – non può che sentirsi stanco e sfiduciato; non può che essere oberato – disgustato talvolta – dagli intrighi di palazzo e dalla burocrazia; immalinconito dallo stato della ricerca che, un po’ per necessità un po’ per insipienza, è ridotta e immiserita, non solo da quella vecchia abitudine di ripetere idee ricevute (la «critica culturalistica» che, citando Morselli, Marchesini più stigmatizza) ma anche, all’opposto eppure specularmente, dalla ricerca della novità strampalata e ad effetto, meglio se con un vaghissimo sentore da cultural studies: a partire da cervellotiche interpretazioni bioniane di semidimenticati (e spesso dimenticabilissimi) poeti primonovecenteschi, fino a surreali analisi dell’influenza della terza cantica dantesca nella produzione filmica pellerossa. (Argomenti a caso ma, ahinoi, veri).

La seconda idea fondante di Marchesini, anch’essa felicemente anti-accademica, è che la critica letteraria diventi tanto più proficua quanto più si apre a contaminazioni esterne, ovvero quanto più si fa critica delle idee e della cultura: per dispiegare tutta la sua forza, avverte Marchesini, la critica letteraria deve «fare un passo indietro e diventare anche critica del costume culturale, satira che eredita – agendo però ‘a mani nude’ – i frutti migliori della critica dell’ideologia». Privo di apparati ideologici vincolanti, il critico non può pretendere di «dominare le Grandi Questioni Nazionali o addirittura Mondiali», ma può essere onesto: può «provare a ridurre la falsa coscienza ogni giorno», ripartendo «ogni mattino daccapo, con l’autoanalisi e l’analisi della società circostante», ben sapendo che il suo, come di tutti, comportamento «sarà sempre in parte compromissorio […] ma rifiutando di trasformare tale fisiologica imperfezione nel più comodo degli alibi».

La terza e ultima idea fondante che mi preme isolare riguarda, e date le premesse la cosa non sorprende, insieme la storia letteraria e la storia tout court della nazione; o meglio: la loro interazione. Marchesini sembra infatti convinto che l’Italia – dal punto di vista socio-politico come da quello letterario – sia «invecchiata senza maturare». Ovvero, e sulla scia di Giulio Bollati, Marchesini è convinto che all’Italia sia mancato nel momento cruciale – e ancor oggi manchi – una «solida cerniera borghese» in grado di mediare, socialmente, culturalmente e linguisticamente, tra «arcadi» e analfabeti. Ma il romanzo – lo sappiamo e lo hanno ripetuto in molti da Lukács a Ian Watt – nasce, si sviluppa (per Lukács riflettendone anche esemplarmente le contraddizioni) in seno a una classe – e una lingua – media colta; così, conclude a ragione Marchesini, «dal Cinquecento in poi, l’Italia continua a esportare un sempre più autoreferenziale petrarchismo, ma non può importare né il romanzo né il teatro prodotti dal nuovo ceto medio europeo».

E oggi? La situazione non sembra esser molto cambiata, se è vero che, a parte qualche felice eccezione (Veronesi, Piperno), i frutti migliori della nostra letteratura sono narrazioni spurie e ibride che costantemente ‘sporcano’ – talvolta fino a negarlo – l’impianto romanzesco ‘tradizionale’ e ‘borghese’; senza dimenticare, naturalmente, i nostri grandi critici-narratori e critici-meditanti, da Berardinelli a Marchesini stesso. Insomma: se qualcosa abbiamo perso e perdiamo dal punto di vista della narrazione, talvolta qualcosa – forse molto – abbiamo guadagnato e guadagniamo dal punto di vista delle idee: non l’epopea avventurosa del Tom Jones di Fielding, ma la problematica e sempre irrisolta metafisica dei Promessi sposi; non, ma è solo un esempio, le costruzioni romanzesche un po’ retrò (e talvolta noiosissime) di un Franzen, ma le indagini storiche e le meditazioni morali di un Affinati.

Da Pascoli a Busi mi sembra, ormai lo si sarà capito, un libro riuscitissimo: non solo per il punto di vista, insieme rigoroso e ‘contaminato’ – ma sempre privo di sovrastrutture ideologiche – dal quale l’autore guarda la nostra letteratura; ma anche per la qualità di una scrittura insieme chiara e funambolica, sempre sorretta da idee solide e motivate. A voler esser pedanti si potrebbe dire che la scrittura di Marchesini, sempre intelligente, corre talvolta il rischio di esser troppo intelligente, ovvero di nascondersi dietro polemiche e trovate. Ma son quisquilie: ce ne fossero.



Categorie:Letterature, Raffaello Palumbo Mosca

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2 replies

  1. Evidente che trattasi di lapsus calami, ma il Tom Jones è di Fielding.

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