Mi chiamo Fauve, come tutti

fauve

di Nico Morabito

E poi a un certo punto il mondo si è messo a parlare di Fauve. Giornali, Internet, noi. Fauve, singolare. Nome di colore, di bestie, di passato, di rievocazioni immediate, facili. Come un’onda che all’inizio noti quasi di sfuggita e, mano a mano che si avvicina, sempre più anomala, attira la tua attenzione fino a doverne sapere di più. C’è qualche canzone rilasciata gratuitamente in rete, un video-calamita in cui due ragazzi in motorino girano per le strade di Francia, un simbolo scelto come biglietto da visita (≠). C’è, soprattutto, la curiosità del bouche-à-oreille, del voler esserci, per capire cosa sta succedendo in questa città che non era la tua e adesso sì: “Andiamo a sentirli al Bataclan?” “”Magari. Quindici date. Esaurite. Da Settimane”. Il disco non è ancora uscito, e noi, per il momento, rimaniamo fuori, a guardare l’onda da lontano.

“≠ Fauve est un collectif à géométrie variable. Un Corp. Il nucleo è composto da quattro musicisti e un videoartista: hanno tra i venti e i trent’anni, vengono da Parigi e dintorni, di giorno fanno gli avvocati e gli impiegati e la sera si dedicano al progetto. La scintilla iniziale è il bisogno di condividere un malessere esistenziale, e di esprimerlo, in qualche modo. Provano con l’inglese e con il canto, ma capiscono che stanno sbagliando tutto. Come spesso succede e come spesso impongono le narrazioni, trovano la propria vocazione per caso: “una sera, sfiniti e tristi, sul bordo di una vasca da bagno, abbiamo cominciato a parlare”. Uno spoken word di matrice francese, né rap, né rock, da qualche parte a metà tra Léo Ferré e i Sexion d’Assaut. Melodie semplici e testi parlati o urlati “avec ma voix d’adolescent qui a jamais mué”. Testi chiari, immediati, senza sovrastrutture, che raccontano il désespoir, ma senza, per esempio, la potenza di fuoco e l’impalcatura barocca di un certo Paul Van Haver in arte Stromae. I membri del collettivo sanno di non essere i migliori né a livello musicale, né testuale, né vocale, ma lavorano in una doppia direzione: la diversità rispetto al resto della scena francofona e la ricerca di una somiglianza orizzontale con il pubblico che inizia a seguirli con devozione. Siamo diversi da loro ma siamo uguali a voi. Un perverso gusto dell’ossimoro coltivato a colpi di naïveté, come nelle prime auto-definizioni che iniziano a circolare sui profili social del gruppo: “Fauve rêve de baiser les rapports humains baisés, de défaire son défaitisme, de haïr sa haine, d’avoir honte de sa honte. Fauve est désespérément optimiste”.

Un ottimismo giustificato (o causato?) da quello che ogni musicista deve sognare, ormai: il provvidenziale intervento della macchina dell’hype, che da quando si è messa in moto non si è più fermata. Fauve diventa il gruppo “dont on entendait parler avant de connaître sa musique”. E quando esce il loro primo Ep, Blizzard, la definizione di OMNI, objet musical non identifié, accresce ancor di più il loro statuto di incontournable. Partono gli inesorabili paragoni con altri nomi (Noir Désir, Taxi Girl, Saez, Diabologum, Michel Cloup, Arnaud Fleurent-Didier), usati indistintamente come carezza o come clava. Nascono le prime polemiche, come nel caso del cantautore Nicolas Julliard, in arte Fauve, con diversi dischi già all’attivo, e costretto, di fatto, a rinunciare al proprio alter ego e quindi alla propria carriera (“Fauve ≠ ha ucciso Fauve. La mia musica continuerà, sotto altre forme, ma la copertina del loro disco è macchiata di sangue”, dirà Julliard prima di scomparire). Si formano le fazioni, di qua gli entusiasti Les Inrocks, Le Monde e Libération, di là, strana alleanza, Le Figaro, Technikart e una costellazione di variegato disprezzo. Bref, bisogna vivere fuori dal mondo per non essere toccati dal fenomeno Fauve. E per mondo, ovviamente, si intende la Rete, quella belva che Fauve riesce a domare quasi senza sforzarsi, da vero nativo digitale.

La prima decisione che Fauve prende è vincente. Nous sommes de ceux qu’on ne remarque pas, des fantômes, des transparents, des moyens, e quindi: niente apparizioni pubbliche, niente foto promozionali, niente visi, niente nomi. Il buzz attorno al progetto sta diventando quasi insostenibile e c’è bisogno di rallentare: basta un attimo per invertire la rotta della percezione, per immettere virus di negatività. Rinunciano alle apparizioni televisive, su tutte al Grand Journal di Canal+, ovvero il luogo da cui passa il meglio della coolness mondiale. Rinunciano alle affissioni pubblicitarie in occasione delle prime folgoranti date in giro per Parigi. L’anonimato, da necessità di difesa, diventa marchio di fabbrica, ma in modo diverso rispetto ad altri illustri precedenti. Se il mascheramento dei Daft Punk compensa e fagocita, oltrepassandolo, un mistero che diventa insignificante date le proporzioni planetarie dell’impresa, Fauve non ricorre ad alcun travestimento: la fuga da un riconoscimento fisico è solo uno dei tanti aspetti dell’atteggiamento low-profile che investe la produzione e che, paradossalmente, li pone fuori dalla modernità (in cui invece trova piena realizzazione iconica lo stile totale del francese-ma-anglofono Woodkid). Le facce del collettivo diventano puro corollario, così come le melodie e i video, un secondo piano che non deve in alcun modo distogliere l’attenzione dal centro della scena: i testi.

On a la chance d’être ensemble, de s’être trouvés tous les deux, c’est déjà prodigieux/Alors/ Haut les cœurs, haut les cœurs/ On peut encore se parler, se toucher, se voir/ Haut les cœurs /Haut les cœurs.

I critici, più o meno livorosi, più o meno ragionevoli, rinfacciano al gruppo la totale assenza di distanza, di ironia e di leggerezza presenti nelle loro canzoni. Tutto è così smaccatamente facile, senza sottotesti, perfettamente incollabile alle groupies pre-adolescenti che si strappano i capelli in prima fila ai loro concerti. Fauve come One Direction? Facile provocazione, a cui i membri del collettivo controbattono assumendo completamente la scelta di un radicale premier degré, necessario per allontanare le paure primarie e per soddisfare il mutuo soccorso: l’amore, l’amicizia, il bisogno di stringersi, di toccarsi. Candore e sincerità all’ennesima potenza, non tollerabili da questi Anni Dieci in cui la colpa numero uno è prendersi sul serio.

In Sainte Anne, pezzo concepito come una seduta psicanalitica, Fauve confessa di essere nato in una famiglia piuttosto agiata che non gli ha mai fatto mancare niente: sa di essere un privilegiato, ma questo non lo ha messo al riparo dall’infelicità, anzi. Se c’è retorica nei testi di Fauve, non è quasi mai rivolta verso l’esterno. Non si vuole cambiare o rivoltare il mondo, né rivendicare questa o quella istanza. Non c’è spazio per la politica, i media e il perenne rumore di sottofondo, così come per l’omofobia, il razzismo, l’odio dell’altro, temi di solito associati a un certo tipo di musica parlata. Lo spazio è quasi completamente saturato da un ripiegamento su se stessi. Il primo vero lavoro compiuto, Vieux Frères Partie 1 è un concept album travestito da meta-diario: alcuni amici, insoddisfatti dalla vita e angosciati dall’assedio del quotidiano, decidono di tirar fuori le proprie ansie e di allontanarle facendo un disco, con tutte le conseguenze del caso, in termini di notorietà, affetti, relazioni. L’amore, presente in Blizzard sotto forma di speranza (Tout le monde veut la même chose, même les travelos rêvent du prince charmant), torna come dipendenza (J’ai besoin de toi comme d’une infirmière), e puntella un universo composto da tante prime persone singolari e plurali che si guardano allo specchio e crollano sotto il peso delle proprie insicurezze, ma che non si arrendono. Anzi, sperano un giorno di poter incrociare la vita, magari sotto le sembianze di una ragazza dolce “come se non avesse mai rinunciato a niente, come se non avesse mai dubitato della bellezza del mondo né di quella degli uomini”.

Je suis vivant. Le monde n’est pas seulement une chose posée là, extérieure à moi-même. J’y participe, il m’est offert. Je vais peut-être mourir du sida, mais ce n’est plus ma vie: je suis dans la vie.

Così Jean, il personaggio interpretato da Cyril Collard in Les Nuits Fauves (1992), esorcizza la paura della malattia, e lascia come testamento un inno alla vita tra i più indimenticabili per la jeunesse de France. All’epoca i membri del gruppo erano troppo piccoli per capirne la portata, ma il film, e quella sensazione di proibito, hanno ispirato la creazione del progetto e continuano ad abitare le loro notti più o meno selvagge.

Ma se Jean combatte contro il virus della malattia (e di ogni moralismo e perbenismo), qual è il nemico di Fauve? L’ennui, ovvero la routine, la noia di gesti e di prospettive sempre uguali a se stesse. Quoi de pire que ce putain de trio: métro/boulot/dodo. Mezzi pubblici, lavoro, ritorno a casa a dormire. Echi di vite precedenti, vite in cui i non-ancora musicisti soffrivano come i comuni mortali. In un’intervista uno del gruppo ha dichiarato che questa nuova vita gli ha regalato, tra le altre cose, la possibilità di poter scappare via da Parigi nei week-end. Parigi come una qualsiasi insopportabile città di provincia? Evidentemente. Parigi, oggetto d’amore e di odio in proporzioni uguali. Il pensiero corre ai Taxi Girl (che Fauve omaggia nei concerti proiettando le foto di un giovanissimo Daniel Darc): Hé mec! C’est Paris. A Paris, rien n’est pareil. Tout a tellement changé, que ce n’est même plus une ville, c’est juste une grande poubelle! Sono passati trent’anni da allora, e la Parigi di Fauve è diventata una necropoli, con le sue insalate a 12 euro, i lavori tutti uguali, i colleghi con cui uscire la sera: un mostro che petit à petit entraîne dans sa chute des fragments de nos vies.

Tutta la poetica di Blizzard e Vieux Frères è permeata da una lotta contro l’inerzia del mondo che ci circonda, contro un nemico senza volto che ha deciso che le vite debbano essere inquadrate in uno schema più duro di una prigione. Tensioni contrastanti: se è vero che ciò che conta di più non è quello che sei, ma quello che scegli di essere, è anche vero che non a tutti è dato scegliere, e bisogna comportarsi cercando, come fine ultimo, di dare torto a quella voce che ripete senza sosta: tu seras semblable à tes semblables. Impossibile non sottolineare il filo rosso che lega l’universo-Fauve a un certo cinema francese di oggi, un filo che capta lo spirito del tempo e lo restituisce indietro senza sconti. Les Combattants (Cannes 2014), parla di questa capitale lotta per la sopravvivenza, in attesa di un’apocalisse che prima o poi, stai sicuro, arriverà. C’è una scena in cui i due protagonisti, dopo aver tanto combattuto, si trovano, soli, contro tutto. Arnaud deve prendere sulle proprie spalle Madeleine, stremata, senza forze. Camminano così, per chilometri, finché il mondo, per pochi secondi, finisce. Poi ricomincia, e loro, per fortuna, avranno amato e saranno stati amati.

La tête haute, les couilles sur la table, le poing en l’air/ fais-moi confiance avant de finir six pieds sous terre/ J’aurai vécu tout ce qu’il y a à vivre et j’aurai fait tout ce que je peux faire /Tenté tout ce qu’il y à tenter / et surtout on m’aura aimé. Si chiude così Vieux Frères Partie 1, e vien voglia di credere a una realtà in cui Arnaud e Madeleine non esisterebbero senza Fauve, e viceversa. Tutto è pronto per il grande salto, per il passaggio a quell’età adulta che sembra non voler arrivare mai. Il Blizzard, simbolo e sintesi di tutte le angosce, è pronto per essere sconfitto, è giunto il momento di uscire dal tunnel.

 

Oggi l’onda la guardiamo da vicino, noi e una marea immensa che blocca il centro da Hôtel de Ville fin dove si può. Piove a sprazzi, un ragazzo sale su un lampione e vi rimarrebbe aggrappato pure se il concerto durasse per sempre. Il palco è in penombra, il cantante si muove in continuazione da un punto all’altro, non vuole farsi riconoscere, ma se punti lo zoom vedi che porta gli occhiali da vista, i pantaloncini corti e una maglietta, come me, come te, come tutti. Sullo sfondo scorrono spezzoni di video e di film, Fauve ci rovescia addosso un diluvio di parole sparate su un ritmo tiratissimo, ci muoviamo all’unisono, come un unico corpo: che poi, alla fine, tu mi devi dire che male c’è a volerci bene, a proteggerci, a stare assieme, a urlare la nostra rabbia a squarciagola. Tu nous entends le Blizzard? Tu nous entends? Si tu nous entends, va te faire enculer.



Categorie:La baleRa bianca, Le storie, Nico Morabito

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