Dentro la retorica del dominio: Genealogie del presente

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di Paolo Caloni

Accomunati da una linea interpretativa condivisa, studiosi di diverse discipline indagano alcuni concetti ritenuti essenziali per comprendere il nostro tempo. Il libro Genealogie del presente propone un lessico ragionato della politica odierna non limitandosi a descrivere per mezzo di lenti concettuali il mondo, ma rispondendo all’esigenza di proporre «strumenti di comprensione che siano al contempo strumenti di lotta» (p. 10) finalizzati all’organizzazione del «lato dei governati in un fronte antagonista reticolare, decentrato» (p. 10). L’intenzione degli autori è rivolta a spostare l’attenzione sulla dimensione performativa delle parole, indagando le storie – sempre contingenti – di cui si compongono. Il fine è di ripercorrere lo sviluppo genealogico, nel senso formulato da Foucault: riscoprire la frammentarietà dei sensi che compongono i concetti e riportare «lo strumentario oggi dominante alle circostanze contingenti della sua “emergenza”» (p. 13), mostrando come ciò che oggi appare stabile, fossilizzato, determinato in un significato apparentemente chiaro e concluso, sia in realtà il prodotto di contrasti, scarti e deviazioni che, nel tempo, il potere ha disciplinato funzionalmente a se stesso. Il senso politico dell’impresa teorica è apertamente dichiarato: fare genealogia è un gesto politico. Se il lessico politico attuale – per fare degli esempi Democrazia, Governabilità, Movimento, Popolo, Trasparenza – è funzionale alla retorica della dominazione, allora far riemergere le storie tormentate di tali parole d’ordine, significa sottrarsi alla disciplina che impongono e criticare l’apparente disordine che la loro vacuità comanda. È infatti necessario decostruire la confusione (p. 9), riscoprirla come instrumentum regni, riattivando le sedimentazioni di senso che essa oblia.

Per la natura composita e la ricchezza contenutistica del libro, in questa sede è impossibile sottoporlo a un esame minuzioso ed esauriente: i singoli saggi sono assai densi di riflessioni e di analisi, lo stile degli autori è compatto e teso, e di primaria importanza è la loro capacità di suscitare pensieri di repulsione o di assenso. Pur impegnando nella lettura, il Lessico appassiona la mente. Le formulazioni spesso perentorie, le molte analisi controcorrente ben argomentate (ad esempio una assai ambigua, a mio parere, difesa delle occupazioni abusive) e i frequenti riferimenti all’attualità più immediata spronano a prendere posizione e a interrogarsi radicalmente su alcuni aspetti del mondo in cui viviamo. Basta poi un rapido confronto con le quotidiane cronache del dibattito pubblico per rendersi conto della pochezza desolante che diffonde.

Un’esemplificazione efficace di tale ricchezza è data dalla meditazione sul concetto di Crisi – uno dei termini più ossessivamente ripetuti degli ultimi anni – che, grazie ai numerosi riferimenti classici e biblici, appare particolarmente dotta. L’intenzione dell’autore Federico Zappino è di mostrare come l’immissione nel dibattito pubblico di un concetto di ‘crisi’ completamente svuotato del proprio senso possa essere utilizzato per perpetuare la condizione debitrice – dal punto di vista economico e psichico – delle soggettività. Nel lemma dedicato alla Società, scritto da Maurizio Ricciardi, invece, si sottolinea come sia possibile giungere al «feticismo della società» (p. 229). La formula riflette, infatti, l’imposizione allo sguardo critico di problemi e lotte che riguardano un ordine già stabilito e unitario della società, implicando dunque l’oscuramento dei modi della sua produzione

magdaIn Costituzione, di Adalgiso Amendola, è molto articolata l’analisi dei processi di decostituzionalizzazione potenziati dalle nuove soggettività dei movimenti sociali, capaci, quest’ultimi, di ridisegnare la tradizionale mediazione costituzionale fra Stato e società. Il saggio si lega fortemente a quello dedicato alla Legalità (redatto da Ugo Mattei e Michele Spanò) nel quale, dopo una disamina del rapporto critico fra legalità e legittimità, con particolare riferimento alle teorie capitali di Carl Schmitt, s’intravede la possibilità di discutere una Costituzione sganciata dalla forma statuale, che si presenti quindi europea e post-coloniale, con una netta predilezione per la categoria di “comune”. Questo concetto è ampiamente analizzato nel saggio d’apertura Bene comune, scritto da Maria Rosaria Marella, nel quale i beni comuni sono concepiti come «l’esito di pratiche di resistenza alle politiche neoliberali» (p. 26) al di là dell’opposizione fra pubblico e privato al fine di instaurare spazi interstiziali che siano di resistenza e di costruzione.

Risulta significativamente votato alla filosofia il denso saggio vergato da Bruna Giacomini dedicato alla Responsabilità, che invita a ripensare il rapporto con l’Altro da sé sulla base di una «comune e insuperabile estraneità» (p. 206). La responsabilità, assunta in una prospettiva orizzontale e non gerarchica, basata sulle dissomiglianze, mostrerebbe il proprio accadere gratuito nella sovrabbondanza del proprio impegno nei confronti degli altri (mondo animale compreso).

Il saggio dedicato al Futuro è particolarmente brillante. Ripercorrendo la storia delle teorie queer (nelle varianti sociali, anti-sociali e affettive), l’autore Lorenzo Bernini si sofferma sulla loro intenzionalità non riproduttiva, inspirata dalla volontà di «sperimentazione di nuove forme di vita e all’edificazione di nuove comunità» (p. 262). Così, il rifiuto della sessualità riproduttiva – dunque dell’accrescimento e della sopravvivenza della specie umana – acquisisce connotati escatologici: «l’Apocalisse degli abietti è possibile già ora» (p. 263), poiché all’ipocrita attesa dell’avvenire (delle generazioni future) che condanna alla funzionalizzazione (ri)produttiva del piacere e della vita, si esalta una disincantata e felice adesione ad un presente già redento.

L’impostazione genealogica, nettissima nelle formulazioni del preludio e realizzata con logica intransigente nelle pagine degli interessanti saggi, porta con sé alcune criticità interne che non intaccano il significato politico del testo, ma che ne inficiano l’universalità. La critica più ovvia è che l’indagine genealogica non riflette (in questo caso) su se stessa. Un esempio chiaro può essere riscontrato nel saggio di Cristina Morini dedicato alla Precarietà, nel quale si tenta di descrivere le connessioni stabilite fra precarietà lavorativa e precarietà esistenziale. L’autrice sostiene che «l’esistenza di un dualismo nel mercato del lavoro, tra iper-garantiti e iper-precari, è “ideologica”» (p. 180) poiché inscindibile dall’organizzazione capitalista del lavoro che la genera. Questo tipo di affermazione, a mio parere, può essere criticata sotto due versanti, fra loro complementari: innanzitutto credo si sovrapponga una situazione particolare, quella italiana, a un’ipotetica condizione universale. Nel contesto italiano il dualismo è presente ma non è determinato (solo) dall’ideologia capitalista quanto piuttosto da una storia politico-economica particolare, non trasferibile in altri contesti. La seconda critica è che la posizione della contrapposizione fra precari e garantiti come ideologica mi appare altrettanto ideologica: per motivi strutturali-teorici non esplicitati, si scambia una situazione di fatto per una situazione necessaria oltreché insolubile.

Tuttavia non ci si può sottrarre dalla considerazione che gli stessi strumenti ermeneutici possano essere considerati, tramite un’ipotetica indagine genealogica, altrettanto disciplinanti e disciplinati di ciò che essi vanno a esplorare. Se i concetti hanno una storia travagliata, anche l’orizzonte culturale ed epistemologico a partire da cui li si critica è contingente e passibile dello stesso trattamento. Per questo motivo credo che parole cariche di storia e di significati, ampiamente utilizzate lungo tutti i saggi, come (de-)territorializzazione, conflitto, lotta di classe, (de-)soggettivizzazione, neocapitalismo (insieme alle sue mille variazioni di comodo: un nemico vituperato ma mai appreso nel pensiero) ed altra terminologia la cui origine è chiaramente connotata, andrebbero anch’esse riviste per testarne le effettive potenzialità critiche. Tra l’altro sorprende l’assenza di un termine “Diritti”, spesso evocato ma senza approfondimenti specifici, che potrebbe rappresentare uno strumento particolarmente efficace per riconoscere e comprendere alcune delle trasformazioni in atto nel mondo.

Inoltre, concludendo, è condivisibile intendere l’essenziale disordine delle parole d’oggi come un fattore funzionale alla logica del dominio, ma non penso che tale funzionalizzazione sia necessariamente frutto di un «costante processo di degradazione» (p. 15), di svuotamento ad ogni riutilizzo. Quest’affermazione racchiude un evidente giudizio di valore e implica, alludendovi, la presunzione di poter indicare o recuperare il significato corretto e non degradato delle parole. Il senso delle parole evolve, nuove accezioni si accumulano, i significati si sedimentano e interagiscono, alcune diventano dominanti altre rimangono ai margini: l’indagine genealogica è uno strumento euristico potentissimo proprio per riportare alla luce la non-ovvietà dei concetti, ma non credo che abbia fra i propri obbiettivi l’indicazione di una purezza semantica da riscoprire o da raggiungere. In fondo, volendo forzare un po’ la mano, la storia dei concetti è sempre la storia carsica delle loro degradazioni, variazioni, incomprensioni e oscuramenti.

Una domanda mi è nata spontanea dopo la lettura di Genealogie del presente, una domanda tanto banale quanto sempre essenziale: quale forma di libertà ci è rimasta? Sotto la presa ferrea della biopolitica, del biocapitalismo cognitivo, del dispotismo della confusione, in un mondo in apparenza dominato dalla logica strangolatrice del capitalismo post-fordista, oggi, in fondo, cosa ci è rimasto? Forse la possibilità di porci il problema della libertà come “ciò che resta”; forse una libertà intesa come “comune” sottrazione: insomma, altre ideologie.



Categorie:Naufragi, Paolo Caloni

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5 replies

  1. La bella recensione di Paolo Caloni apparsa su “La Balena Bianca”, Dentro la retorica del dominio, ci interroga e al contempo ci consente di chiarire alcuni punti. Per questo gli siamo doppiamente grati – non solo per l’attenzione e la cura che ha dedicato alla lettura del testo, ma anche perché ci dà modo di realizzare quella che, nelle nostre intenzioni, vuole essere l’aspirazione fondamentale di Genealogie del presente: offrire non un resoconto statico e di scuola, ma una piattaforma nomade di discussione e ricerca.
    Qui ci limitiamo a rispondere ai rilievi che Caloni ci muove in quanto curatori, lasciando agli autori e alle autrici delle singole voci il compito/l’onere di intervenire, qualora lo volessero, nel merito delle questioni più specifiche sollevate dal recensore.
    Le questioni che ci riguardano direttamente sono: 1) l’assenza di un momento riflessivo della critica, di una genealogia degli strumenti genealogici e 2) la pretesa ricerca di un «significato corretto e non degradato delle parole».
    Quanto al primo punto possiamo dirci sostanzialmente d’accordo: l’operazione di riflessione sui termini della critica (in una sorta di meta-critica) dovrebbe costantemente essere attivata e riattivata, anche per rimanere fedeli all’interrogativo posto da Derrida a Foucault: “da dove parli?” Solo, non voleva essere questo l’intento principale di Genealogie: il suo intento era – ed è – quello di focalizzarsi piuttosto sul livello zero dell’analisi critica del discorso politico dominante, con tutti i rischi e le aporie che questa scelta reca con sé. Scelta di cui eravamo – e siamo – consapevoli. Il che non toglie – come del resto testimonia il lavoro teorico già avviato in questo senso da numerose realtà di ricerca militante – l’urgenza e la necessità di tenere sempre aperto il meta-livello della critica della critica.
    Relativamente al secondo punto segnaliamo invece la nostra sostanziale distanza. «Non c’è un cielo per i concetti; devono essere inventati, fabbricati o piuttosto creati»: le parole di Deleuze e Guattari con le quali chiudiamo il Preludio bastano da sole, crediamo, a fugare ogni dubbio di essenzialismo semantico. Quel che ci interessa non è ricercare il senso originario, “vero” e “autentico” delle parole – il che, tra parentesi, sarebbe l’esatto opposto del movimento genealogico – ma:
    a) denunciare un certo uso dei significanti piegati a operazioni di dominio – ed è esattamente in questo senso che deve intendersi il nostro uso della parola “degradazione”, alla quale Caloni dà particolare risalto. Non come tentativo di risalire a un presunto significato incorrotto originario, ma semmai come sforzo di opporre una qualche forma di leggibilità a quella forma particolare di degradazione che alcuni filosofi (si pensi a Michel Surya o, di recente, Byung-Chul Han) chiamano “trasparenza” – quel processo secondo cui le parole vengono degradate nell’essere rese, paradossalmente, trasparenti, lineari, piatte, conformi, prive di ambiguità, menomate di usi alternativi o antagonistici (come, secondo noi, tutte le parole contenute nel Lessico);
    b) inventare, fabbricare, creare “un altro” uso, forse anche utile ai fini di un progetto complessivo di resistenza e di lotta. Come scriviamo nel Preludio, anche e soprattutto nel lessico della dominazione è possibile ravvisare spazi e potenzialità di risignificazione e sovversione.
    In altre parole, il piano su cui si articola la nostra proposta teorica è meno quello di una semantica che di una pragmatica: al centro poniamo gli ordini discorsivi e gli usi, non i significati. E il nostro criterio di giudizio non è quello dell’autenticità, ma quello dell’efficacia politica.
    Sperando che questa risposta non possa che essere l’inizio di una discussione feconda – per non chiudere il discorso, ma per tenerlo aperto,

    Lorenzo Coccoli, Marco Tabacchini, Federico Zappino

  2. Qualche breve precisazione a margine della interessante recensione che Paolo Caloni, su La Balena Bianca, ha dedicato al libro Genealogie del presente (Mimesis, 2014) a cura di Federico Zappino, Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini.
    In particolare vorrei chiarire alcuni passaggi del lemma da me curato, “Precarietà. Della cattura biopolitica delle vite (e della loro potenza)”. Caloni sottolinea un passaggio, laddove io effettivamente imputo al biocapitalismo contemporaneo di operare una costruzione ideologica relativamente al mercato del lavoro contemporaneo basata sull’esistenza di un dualismo tra lavoro standard (stabile) e lavoro non standard (precario).
    Tale dualismo, a mio avviso, se mai è esistito nel passato, oggi sicuramente non ha più senso. Mi appoggerò, per semplificare, alla recente statistica: uno studio dell’Isfol (vedi http://www.lavoce.info/il-lavoro-precario-dopo-la-crisi/) mostra come negli anni della crisi su 100 lavoratori standard, 7,3 sono diventati disoccupati, 8,1 sono diventati precari e 6,3 sono stati pre-pensionati (senza contare ovviamente il peggiorare delle condizioni salariali e di lavoro, nonché l’incertezza lavorativa). Di converso, su 100 lavoratori precari, 30 sono diventati standard (con un calo di oltre 5 punti rispetto agli anni pre-crisi), oltre 42 sono rimasti in precarietà (trappola della precarietà), 21 sono diventati disoccupati. L’effetto “ponte” dalla precarietà alla condizione stabile di lavoro si è fortemente affievolito a vantaggio di cadute nello status di disoccupato e permanenza nella precarietà, ovvero mobilità verso il basso. Se poi facciamo riferimento alle facce giovanili, oltre il 57 per cento dei giovani sotto i 34 anni è non standard e solo 9 su 100 entrano nel mercato del lavoro in modo stabile.
    Ciò dipende – ed è ciò che sostengo nel testo – dal fatto che la condizione precaria è condizione generale, strutturale ed esistenziale che oggi assiste addirittura alla propria “istituzionalizzazione”. Tale condizione “comune”, pur non assumendo affatto un tratto identitario, dovrebbe portarci verso il superamento della dicotomia tra lavoro cosiddetto garantito e lavoro precario.
    È, infatti, il piano della costruzione sociale quello che mi interessa maggiormente, e in quell’ambito, la precarietà rappresenta una costruzione ideologica del biopotere concepita proprio per generare percezione del rischio, destabilizzazione personale e fragilizzazione delle relazioni, rovesciamento della responsabilità sull’attore sociale, sovra-esposizione dell’individuo e attribuzione dell’incertezza sistemica alle scelte che individualmente il singolo pensa di poter compiere in un universo che lo vede costantemente in competizione con altri.
    Il potere contemporaneo fabbrica artificiosamente il convincimento che continui a esistere un lavoro “stabile” (insider) – regolare nel tempo, incardinato su garanzie altrettanto inamovibili e sul welfare, strutturate dal contratto collettivo di lavoro, portatore di diritti e di cittadinanza nel privato e nel pubblico, al quale si contrappone la precarietà come status negato, un non-essere. Dal mio punto di vista, questa costruzione ideologica costituisce l’attuale peggior catena, ovvero il peggior dispositivo di controllo agito dalle organizzazioni contro il soggetto tout court per depotenziarne la capacità di giudizio, di azione e di resistenza. Esso rappresenta uno dei più seri problemi politici attuali: da questo punto di vista è fondamentale applicarci a sviluppare, sempre più e sempre meglio, una genealogia del concetto. Da qui si originano infatti sentimenti di rancore e rivalsa da parte di coloro che vengono mantenuti apparentemente “fuori” (outsider) dai ridotti confini della “fabbrica” esistente. Dall’altro lato, i lavoratori standard tendono a vedere nei precari un nemico e in quel poco che hanno intorno qualcosa da difendere in sé, fino ad accettare, senza opporre resistenza, una variegata serie di mortificazioni e avendo già abdicato a ogni tipo di rivendicazione in termini di qualità del lavoro, dei tempi, delle retribuzioni, degli organici. Questa ideologia che – potremmo precisare – è una ideologia della paura o del rancore, fortemente potenziata della crisi, rappresenta insomma, sempre più conclamatamente, una condizione imprescindibile della possibilità di funzionamento” del capitalismo contemporaneo che viene scaricata sul lavoro (e qui rimando a J. F. Lyotard, Piccola messa in prospettiva della decadenza e di alcune lotte minoritarie da condurre in Politiche della filosofia, Sellerio, Palermo, 2003, pag 96 – citato anche da F. Chicchi, Scenari, resistenze e coalizioni del lavoro vivo nel capitalismo cognitivo in Lavoro in frantumi, Ombre Corte, Verona, 2011, pag 17).
    Se l’epoca fordista può essere descritta come momento in cui veniva ritenuto indispensabile amministrare la condotta degli operai, agendo in termini di repressione, asservimento dei corpi al macchinico e governo del tempo, l’imperativo della creatività e della flessibilità come norma dispotica, è, viceversa, il baricentro del lavoro cognitivo nel biocapitalismo attuale.
    Dalla disciplina di fabbrica al biocapitalismo cognitivo contemporaneo, la soggettività precaria fa esperienza di una sollecitazione continua di capacità auto-normative, auto-realizzative, auto-organizzative che caratterizzano il capitalismo biopolitico e che possono essere captate e controllate proprio solo scendendo profondamente sul piano affettivo e relazionale che appartiene al soggetto, in altre parole intercettando e inglobando il piano affettivo e relazionale all’interno del processo produttivo stesso.
    L’intera, appassionata, vita dei lavoratori cognitivi nelle industrie culturali, tende a essere sussunta e ciò si traduce in una forma di sottomissione sociale che non può essere scissa dal modo di soggettivazione e dalle forme di autogoverno, in un ambiente apparentemente aperto e trasparente (libero). Dalle passate forme di disciplinamento ottenute attraverso la sorveglianza agìta da altre persone, alle forme attuali di controllo e di autosfuttamento volontario, il lavoro della conoscenza si sviluppa all’interno di una “economia libidica” dove il principio del piacere riveste un ruolo di primo piano come forma di interiorizzazione, da parte del soggetto, del potere governamentale inserito nel contesto “liberale” post-fordista.
    Questo tipo di costruzione-costrizione, profondamente introiettata, è il principale nemico dei processi ricompositivi, rappresentando con ciò uno degli apici della dominazione neoliberista. Nell’ideologia organizzata della crisi globale permanente, la quotidiana minaccia di perdere il “posto di lavoro” (sempre comunque percepito come “precario”) riproduce un dispositivo eccezionale che consente di ottenere una pesante forma di dipendenza e di consenso.

    La labilità del lavoro si riverbera infatti sulla possibilità o meno di avere una vita buona e di scegliere (coinvolgendo, certo, anche il concetto di libertà individuale e collettiva), facendosi strumento di controllo nel meccanismo delle contrapposizioni/inclusioni/esclusioni del biopotere che oggi privilegia le separazioni introdotte dalle precarietà (plurali) rispetto a quelle di genere o di razza o di classe, senza tuttavia eliminare il ruolo di nessuna di queste categorie. L’esclusione/inclusione avviene nell’ambito del lavoro/non lavoro attraverso forme di autocontrollo (indotto dal controllo sociale) agite individualmente dal soggetto stesso. Il controllo sociale va inteso come normalizzazione e regolazione della accumulazione capitalistica che può modificare, a seconda delle fasi, le proprie regole di ingaggio (donne, uomini o stranieri, a seconda dei casi).

    Cristina Morini

  3. Ringraziando i curatori per la serietà con la quale hanno accolto le mie osservazioni, vorrei rilanciare alcune delle questioni alle quali hanno risposto così efficacemente, articolando alcune osservazioni, che per brevità e, spero, chiarezza, ho raccolto per punti.
    • Continuo a ritenere inadatta l’espressione “degradazione” per quanto sia chiaro il senso che concetto viene affidato a tale concetto. L’indagine genealogica registra sicuramente gli scarti e gli slittamenti di significato, ma l’eventuale giudizio di degradazione penso si basi su un giudizio esterno all’indagine stessa. Non credo che nel vostro progetto si cerchi una purezza significativa al di là o al di qua della storia, lo dite esplicitamente in alcuni luoghi della prefazione, ma sostengo che, di fatto, sia presupposto nell’impostazione teorica di fondo non un significato, ma uno status, una condizione non degradata della parola: una parola contenente tutte le proprie storie contingenti, i propri percorsi di metamorfosi e di tensioni; una parola che però in questa emergente, polisemica, operante significatività, significa ben poco. Se, come in questo caso, degradazione significa sclerotizzazione del senso delle parole, il loro appiattimento, la loro conformazione a un significato attuale, che oscura, e alla fine quasi elimina le mille storie sotterranee che le compongono allora “degradazione” sarebbe da sostituire con “reificazione”. Anche se inserito sempre in un contesto dinamico di altri significati, un significato è sempre determinato ed è quindi sempre in una certa misura reificato. Ma non è il caso di farne una questione nominalistica. A questo punto sorge la domanda, le parole sono degradate perché reificate o sono reificate perché degradate? Nel primo caso, registrato l’effettivo appiattimento del termine in un solo significato apparentemente trasparente e univoco, è legittimo richiamare la sua degradazione. Nel secondo caso – parole reificate perché degradate –, invece, la questione si complica e sia aggancia a un altro punto che gli amici curatori chiariscono, l’aspetto politico. L’orientamento pragmatico e performativo della ricerca genealogica, rivolto « ai fini di un progetto complessivo di resistenza e di lotta», pone come proprio criterio di giudizio l’efficacia politica. A questo punto la discussione sul senso non degradato delle parole si deve spostare sul criterio della loro efficacia politica. I termini analizzati nel lessico, in modo quasi paradossale, proprio perché selezionati dimostrano già la loro efficacia politica nel tempo in cui viviamo: dominio, sopraffazione, reificazione, confusione ineriscono essenzialmente alla retorica politica odierna e trovano applicazione nelle vite di tutti. Cosa si intende allora per efficacia politica? L’efficacia è un criterio sufficiente per indirizzare una buona politica di resistenza e lotta che sappia organizzare il fronte comune dei governati? L’efficacia politica non appartiene forse al campo di quei concetti che sono da rivedere? Forse anche l’efficacia politica è da ri-significare, altrimenti si continuano a usare le categorie di ciò che si vuole combattere. Lo stesso vale per molti altri strumenti operativi utilizzati lungo molti dei testi: lotta di classe, nomadismo, territorializzazione ecc.
    Come si rapportano dunque degradazione e risemantizzazione? Nel libro si riconosce esplicitamente una differenza, ma non si comprende se i due processi si sovrappongano (o tendano a farlo) o se invece siano in una qualche forma di rapporto gerarchico. Tutti i termini che connotano il mondo presente provengono da una storia di mutamenti di significato e d’uso, ma il giudizio di essere degradati, che presuppone una posizione politico/teorica chiara, è una questione assai diversa.
    • Inoltre sono dell’idea che l’aspetto nomadico e de-territorializzante dell’indagine genealogica produca orientamenti in contrasto ai fini politici espressi. Nuove identità lessicali genealogicamente apprese, inventate e scoperte, frammentarie e reticolari, conducono a una nuova retorica politica altamente disomogenea e quindi inefficace (se si vuole accettare tale criterio). Un’alternativa alla politica contemporanea è difficile da immaginare – e questo non è certo un elemento a suo favore – ma l’alternativa di resistenza e lotta, oltre a compiere lo sforzo di immaginarsi diversamente, deve anche essere praticabile. Sfondare le presunte identità lessicali contemporanee è un progetto negativo che mostra le criticità altrui senza far altro che manifestare il proprio nuovo regime di potere. Una metamorfosi del potere, ora divenuto disarticolato, frammentario, contingente, spossessato di sé.
    • Ciò mi conduce all’ultima osservazione: se sono i rapporti di potere a funzionalizzare il senso delle parole, quale potere gioca dietro e dentro l’indagine genealogica e gli orizzonti di sensi che essa dispiega? Si può uscire dal circolo vizioso della doppia presupposizione?

    Vado brevemente alla ponderosa precisazione di Cristina Morini – che ringrazio per l’ampia puntualizzazione – riguardante il suo articolo dedicato alla Precarietà.
    Vorrei precisare che le osservazioni riportate nella recensione trovavano nell’articolo sulla Precarietà un esempio per mostrare il più chiaramente possibile un meccanismo che, a mio parere, si può riscontrare anche in altri saggi del libro. Nonostante ciò, non mi sembra che l’autrice abbia risposto alla critica lì avanzata e che in un punto – scambio fra punto di vista della teoria e punto di vista della situazione italiana – si riproponga nella sua replica. Ma non è su questo che vorrei insistere. Vorrei invece contestare molte delle affermazioni riportate, ma devo anche ammettere che non potrei mai rispondere in modo esauriente alle tante osservazioni fatte dall’autrice senza aver studiato a fondo la questione e raggiungere il suo livello di elaborazione ideologica e di preparazione teorica. Mi limito quindi a riportare l’attenzione su un dettaglio dell’ampio quadro proposto.
    • La radicalizzazione in senso esistenziale della precarietà lavorativa mi induce a ritenere che ci si muova verso l’assoluta impossibilità di risolvere il problema dell’instabilità lavorativa. Ammesso e non concesso che la responsabilità di tale meccanismo sia da attribuire al biocapitalismo, mi sembra che ciò conduca a una osservazione molto generale: la vita era precaria anche prima dell’istituzionalizzazione della sua forma lavorativa, anche prima che il biocapitalismo accentuasse questo sentimento. E, in fondo, la cornice di diritti, lavoro, welfare, nonostante spesso – sempre più spesso – non vengano rispettati, possono essere considerati proprio un modo per rispondere alla fragilità essenziale della vita. Dunque, la sovrapposizione di precarietà lavorativa ed esistenziale, mi pare porti a un decentramento della questione tramite la sua generalizzazione. In questo modo il problema della precarietà lavorativa, se la si vuole intendere come un problema in linea teorica risolvibile, diventa un fatto esistenziale e non vedo quale tipo di soluzione normativa, economica, ordinamentale possa eventualmente superare un’instabilità che ormai riguarda l’essenza della vita stessa.
    Concludo con un’amara battuta finale, che spero non abbassi troppo il livello altissimo della discussione: se si prende per assodata l’estensione esistenziale della precarietà, mi domando se non si possa consigliare ai sindacati – che, almeno in Italia, stentano a ripensarsi nella loro funzione – di trasformarsi in sindacati delle esistenze, piuttosto che dei lavoratori.

    So di essere stato troppo confuso e comunque troppo prolisso nelle mie parziali contro-repliche. Spero che questo tentativo di dialogo spinga alla lettura del libro “Genealogie del presente” e possa attirare altri intervenienti.

    Paolo Caloni

  4. Ringraziamo nuovamente Paolo Caloni per aver rilanciato il dialogo, e con la cura e la precisione che già aveva utilizzato in sede di recensione. Per quanto ci riguarda, ci piacerebbe rimandare gli approfondimenti dei vari punti sollevati a una discussione pubblica, lavorando insieme, se Caloni è d’accordo, affinché se ne presenti presto l’occasione.

    Per il momento, pertanto, ci preme restare sul passaggio che continua a sembrarci più problematico.

    Al dilemma posto da Caloni se le parole siano degradate perché reificate o reificate perché degradate, siamo costretti a rispondere registrando le due opzioni come complementari, e non come contraddittorie. Come opzioni cioè inerenti a un unico processo: la trasparenza del termine a seguito della sua tecnicizzazione. A un simile “appiattimento del termine” abbiamo tentato di opporre, da un lato, la sua estensione o dissociazione genealogica, dall’altro la sua opacizzazione per decostruzione.

    Ribadiamo dunque che la questione relativa all’esistenza di un senso non degradato delle parole per noi non si pone – e ciò proprio a partire dalla loro efficacia politica (punto sul quale ci piacerebbe ritornare). La nostra convinzione era che non si potesse far altro che incontrare le parole lungo il vettore di degradazione impresso dalla specifica circolazione che esse subiscono all’interno dei vari rapporti di potere (“degradazione” che può coincidere – in un significato non monolitico del termine! – anche con “perdita di grado”, di “densità”… di “potenza”). Questo ci ha indotti a ritenere che non soltanto siamo confrontati con parole costantemente degradate, costantemente tecnicizzate, o meglio: costantemente catturate in un processo di degradazione o tecnicizzazione (di qua dai suoi effettivi risultati), ma anche che sono proprio i “punti fermi” in tale processo a consentire una qualche presa sulle parole stesse, la loro cristallizzazione specifica (il loro incontro in un precario, instabile, momento di reificazione?).

    Del resto, se è proprio la loro degradazione, la loro tecnicizzazione a consentirne di volta in volta l’efficacia, non possiamo fare altro, a fronte della loro degradazione, che registrarne ogni volta le particolari modalità con cui questa si sovrappone a specifici rapporti di potere. In tal senso, la famosa tesi di Orwell (“If you want to corrupt a people, corrupt the language”) potrebbe essere qui riveduta nel modo seguente: “Se stai governando un popolo, stai corrompendo il linguaggio”.

    Sperando di riprendere presto il dialogo in presenza,

    Marco Tabacchini, Federico Zappino, Lorenzo Coccoli

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  1. Genealogie del presente - Il lavoro culturale

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