Umanità al bivio: Deux Jours, une nuit dei fratelli Dardenne

Marion-Cotillard-Deux-jours-une-nuitdi Niccolò Petruzzelli

Nonostante i protagonisti siano spesso gli ultimi, i poveri e gli emarginati, quello dei fratelli Dardenne è indubbiamente un cinema morale, prima che sociale. Attenzione: morale, non moralista, e tra i due aggettivi c’è un oceano di differenza. In tutti i loro film infatti troviamo personaggi posti di fronte a un bivio, a scelte da compiere, a conseguenze pensantissime da pagare in nome di un codice etico tanto laico quanto superiore: quello dell’umanità. Ne La promessa, ad esempio, il giovane Igor passa le giornate ad aiutare il padre, il quale fornisce lavoro in nero a disperati e immigrati clandestini. Quando uno di questi muore cadendo da un ponteggio, Igor, che aveva promesso all’operaio che si sarebbe occupato della sua famiglia, dovrà forzatamente decidere da che parte stare. Ne L’enfant, il protagonista Bruno deve porre rimedio alla scellerata scelta di aver venduto il figlioletto a un losco figuro che traffica nell’adozione clandestina: tutto il film è un suo percorso di redenzione e crescita (è proprio lui il bambino del titolo), culminante in un finale fortissimo. Anche il loro ultimo film, in concorso a Cannes, tocca le stesse corde.  La storia di Deux jours, une nuit è semplicissima: l’operaia Sandra (interpretata da Marion Cotillard, intensissima), rischia di venire licenziata per permettere al capo di fornire un bonus allo stipendio dei suoi colleghi, i quali dovranno decidere con una votazione se sceglieranno l’aumento o la sua permanenza al lavoro. Sandra ha così un weekend di tempo (i due giorni e una notte del titolo) per contattare i colleghi e tentare di convincerli a rinunciare al bonus e a votare per lei. Non sarà sola: non le mancherà il supporto (materiale ma soprattutto morale) del marito, oltre che l’aiuto di una collega combattiva e di nuovi, insperati alleati. Marion-Cotillard I fratelli belgi mettono in scena questa storia attraverso il loro stile sobrio e asciutto: la macchina da presa, mobilissima, pedina Sandra nel suo peregrinare, soffermandosi sul suo volto quel tanto necessario per farci comprendere il suo stato d’animo e le sue emozioni del momento. Stesso ruolo ha la musica: se come (quasi) sempre i registi rinunciano alla colonna sonora extradiegetica, non manca quella appartenente al piano della narrazione. Le canzoni che ascoltano i protagonisti hanno lo scopo di sottolineare un sentimento, un umore, un’atmosfera. Si tratta di una scelta stilistica già adottata in passato, come ad esempio ne La promessa: la sequenza in cui padre e figlio cantano insieme al karaoke ha lo scopo di mostrare il forte legame tra di loro, rendendo ancora più grande e difficile la decisione che dovrà prendere successivamente Igor. Allo stesso modo, in Deux jours, une nuit, la sequenza in cui Sandra e il marito ascoltano La nuit n’en finit plus di Petula Clark ha un fortissimo valore metaforico ed emozionale. Il film è il viaggio di una persona all’interno delle contraddizioni dell’animo umano, nel quale nuotano egoismo, pietà, amicizia, disperazione, solidarietà. In due giorni Sandra sperimenta sulla propria pelle tutta la gamma delle reazioni dei colleghi, persone umili costrette a una scelta difficilissima, e il suo stupore e la sua angoscia è anche quello di noi spettatori. Sì, perché raramente i Dardenne erano riusciti a creare nello spettatore un coinvolgimento emotivo così forte, stabilendo con la protagonista del film un rapporto empatico profondissimo. Insieme a lei ci imbarchiamo in un saliscendi continuo dove la speranza si alterna continuamente alla disperazione, a seconda delle risposte che i colleghi danno a Sandra: chi si schiera dalla sua parte, chi le oppone un rifiuto, chi reagisce con vergogna, chi con stizza o addirittura violenza. E pian piano scopriamo sempre più dettagli della vicenda: che Sandra è reduce da un periodo di depressione, che forse non è più all’altezza del lavoro, che in sua assenza i suoi colleghi se la sono cavata anche senza di lei. Non siamo quindi in un film di Hollywood; non ci sono buoni e cattivi, e non esistono verità manifeste. Tranne una: che la solidarietà umana non ha prezzo ed è quella che ci rende degni di vivere, col sorriso sulle labbra.

È questo che i Dardenne ci vogliono dire, ed è questo il significato del finale. Quando iniziano a scorrere i titoli di coda cominciamo a capire che quanto a cui abbiamo assistito non era soltanto una strenua battaglia per il diritto al lavoro, ma che forse in palio c’era qualcosa di immensamente più grande: un riscatto possibile non certo grazie a un soddisfacimento economico, ma attraverso la riscoperta della fiducia negli esseri umani e del proprio rigore morale.

Deux jours, une nuit (Belgio / Francia / Italia 2014, drammatico 95′) di Jean-Pierre e Luc Dardenne con Marion Cotillard, Olivier Gourmet, Catherine Salée, Fabrizio Rongione, Christelle



Categorie:L'occhio della madre, Niccolò Petruzzelli

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1 reply

  1. Per capire veramente un film del genere bisogna aver vissuto sulla propria pelle lo stesso tipo di esperienze.

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