La critica nella terra della prosa #1 – Raoul Bruni e Francesca Fiorletta

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a cura di Giacomo Raccis

Comincia oggi una piccolissima indagine sulla critica militante, che prende spunto (come annunciato ieri) dalla recente uscita di La terra della prosa. Narratori degli anni Zero, a cura di Andrea Cortellessa. Ogni antologia, soprattutto quando presentata con un testo dal rilievo teorico e critico così pronunciato, si presenta come un invito a discutere e a mettere in questione, tanto le specifiche scelte compiute dal curatore, quanto i presupposti primari di un’operazione di selezione e giudizio qual è un’antologia. Ecco allora un piccolo drappello di critici e critiche delle nuove leve chiamato a confrontarsi intorno a tre domande su antologie e canoni, orizzonti di scrittura e orizzonti di lettura, cartografia e militanza.

A primi a rispondere sono  Raoul Bruni e Francesca Fiorletta.

Terra della prosa 31. La produzione letteraria contemporanea si presenta come un orizzonte vasto, slegato, in continua trasformazione, difficile cioè da contenere in un unico sguardo. Come accogli questa antologia? Ti sembra che riesca a mettere ordine e che colmi un vuoto nel panorama critico e letterario di oggi?

2. Spesso, e purtroppo anche giustamente, si parla della critica letteraria come attività autoreferenziale: credi che il lavoro antologico possa essere una soluzione a questa “debolezza”? Il fatto che le scelte per Narratori degli anni Zero rispecchino la nozione di letteratura del curatore ne rende inattendibile il valore?

3. Chi avresti aggiunto, tra i non “selezionati”? Oppure – più crudele – chi credi che sia presente ingiustamente?


Raoul Bruni – critico letterario e italianista

1.

Seguire, non dico da critico, ma anche semplicemente da lettore, la sempre più esorbitante produzione narrativa dei nostri giorni è diventata un’impresa pressoché impossibile. Come tutti ben sappiamo, ci sono romanzi, editi anche da editori importanti, che vanno al macero già poco tempo dopo l’uscita. Inoltre ogni bilancio sulla letteratura presente è quasi per definizione provvisorio. Ma del fatto di lavorare su una materia ancora magmatica e incandescente il curatore dell’antologia in questione è ben consapevole. Lo testimoniano bene le integrazioni, non certo marginali, che troviamo in questa seconda edizione e che non consistono soltanto nell’inclusione di cinque nuovi autori (oltretutto, anche i profili degli autori già inclusi sono stati aggiornati ed è stata aggiunta una nuova premessa). Quella di Cortellessa potrebbe infatti considerarsi, in un certo senso, un’antologia in fieri, una  scommessa su una partita ancora in corso. E questa lucida consapevolezza dei limiti intrinseci a un’iniziativa di questo tipo credo rientri tra i meriti dell’antologia. Un’antologia che, come ci ricorda Giacomo Raccis, supera sicuramente di gran lunga, per impegno e rigore, tutti gli altri florilegi dedicati alla nostra narrativa degli anni zero. Particolarmente preziosi sono gli apparati che accompagnano i testi: l’ampio saggio introduttivo, i singoli cappelli, sempre molto accurati, e, soprattutto, le note bibliografiche e i brani critici trascelti per ogni autore antologizzato, che attingono ampiamente non solo a quotidiani e ai periodici cartacei ma anche alle riviste on-line.

 D’altra parte, La terra della prosa rappresenta un canone letterario ben preciso, legato, com’è naturale, alla poetica critica di Andrea Cortellessa, e dunque alle sue passioni e alle sue idiosincrasie. Recensendo la prima edizione dell’antologia, alcuni critici hanno già fatto osservare come la nota diffidenza di Cortellessa per una certa forma-romanzo abbia decretato l’esclusione di certi autori, a loro modo esemplari. Per conto mio, aggiungo che talora Cortellessa (ma non è certo il primo critico a farlo) tende talvolta a privilegiare eccessivamente, anche negli autori antologizzati, gli esordi rispetto alle opere successive, specie se queste, per l’appunto, tendono ad avere un impianto più romanzesco. In ogni caso, che se ne approvi o meno l’impostazione, sarà difficile, per chi si occuperà della narrativa italiana degli anni zero, non fare i conti con quest’antologia, anche volendola radicalmente contestare. Forse per fornire uno spaccato più rappresentativo della prosa contemporanea, si sarebbero potuti prendere in considerazione anche i saggisti (penso ad esempio, per quanto riguarda gli autori emersi negli anni zero, alla smagliante prosa di un Guido Vitiello o di un Matteo Marchesini, che ha esordito di recente anche come narratore), in nome di quella osmosi tra i diversi generi letterari a cui Cortellessa stesso allude nell’introduzione, anche se mi rendo conto che ciò avrebbe ulteriormente incrementato l’impegno già molto gravoso del curatore.

2.

Per quanto riguarda la seconda domanda, già nella risposta precedente osservavo che, com’è inevitabile, questa antologia è figlia della poetica critica (discussa e discutibile) del curatore. Il che però non rende certamente il volume inattendibile, semmai, per l’appunto, discutibile e contestabile.

Venendo invece alla prima domanda, credo che non bastino certamente le antologie per attenuare la crisi profonda che la critica sta attraversando ormai da decenni. La riprova lampante di ciò risiede nel fatto che La terra della prosa non abbia suscitato l’interesse della grande editoria, benché Cortellessa, come scrive lui stesso nella premessa alla nuova edizione, avesse proposto inizialmente il volume a tutte le principali case editrici italiane. Certamente, in generale, la critica ha fatto ben poco per reagire alla propria progressiva marginalizzazione, anzi, si è spesso trincerata dietro un gergo specialistico gratuitamente oscuro e sofisticato, specie dopo le sbornie strutturalistiche. Tuttavia credo che la crisi della critica dipenda in primo luogo da fattori esterni ad essa.

3.

Occorre ricordare che un buon numero di autori non-selezionati, ma comunque presi in considerazione da Cortellessa sono elencati in una lunga e utile nota (pagine 22 e 23, per chi abbia il libro sottomano), che credo si rivelerà preziosa per ulteriori iniziative antologiche di questo tipo. In questa nota si leggono, fra altri, i nomi di Paolo Sortino, Giordano Tedoldi, Viola Di Grado e Vanni Santoni, che forse avrebbero meritato una maggiore considerazione. Di quest’ultimo, in particolare, considero molto importante, anche per l’influenza esercitata sulla prosa breve degli anni zero, l’esordio, Personaggi precari, uscito inizialmente per un editore semiclandestino, oggi fallito, e recentemente ripubblicato da Voland in forma ampliata. Tra gli autori omessi anche nella nota, vorrei ricordare almeno Emanuele Tonon, Alcide Pierantozzi e Giovanni Cocco (ma anch’io sto sicuramente trascurando o omettendo a mia volta qualche autore, a causa dell’impossibilità di monitorare quell’esorbitante produzione letteraria di cui discutevamo sopra). C’è poi il caso dello straordinario romanzo in versi di Francesco Targhetta Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn 2012), di cui Cortellessa, peraltro, ha riconosciuto tra i primi il valore. Nell’introduzione all’antologia, Cortellessa osserva giustamente che «nel paese della Commedia, dell’Orlando furioso e della Ragazza Carla dovremmo saper[e]» che «anche la poesia inversi può essere narrativa» e riconosce a Targhetta una vocazione autenticamente narrativa. Allora forse antologizzarne i versi narrativi di Targhetta non sarebbe stata una bizzarria. Tuttavia eviterei il solito gioco del chi c’è e chi non c’è, che, in realtà, non mi ha mai appassionato granché. Così come lascerei perdere la seconda domanda, anche perché penso che i canoni letterari in generale, e a maggior ragione quelli riferiti ad una realtà letteraria ancora in fieri, non siano a numero chiuso, e quindi possano essere costruiti (o ricostruiti) mediante ampliamenti e non necessariamente effettuando sostituzioni.


Francesca Fiorletta – italianista, critica e redattrice di riviste culturali

1.

Il panorama culturale odierno è sicuramente molto denso e articolato, e, per quanto mi riguarda, non sono veramente convinta che un progetto antologico, seppure magistralmente condotto, possa fornire la chiave risolutiva del caos delle scritture, o della loro presunta stagnazione. Certamente, invece, può aprire dei validi spiragli critici e fornire ottimi spunti di riflessione su cosa s’intende oggi col fare letteratura.

Andrea Cortellessa sceglie, molto intelligentemente, di citare fra gli esergo alla sua Introduzione a Terra della prosa, una frase di Paolo Nori, tratta da Spinoza (Einaudi 2000). La riporto qui:

“Comunque mi mettevo a cercare, che non si sa mai. Che anche la letteratura italiana, prima di leggere, io pensavo Fa schifo, la letteratura italiana contemporanea. Dopo ho letto, ho visto che certi scrittori italiani contemporanei sono bravi, a scrivere i libri.”

Ecco, mi sembra questo lo spirito più giusto per affrontare una sana ed efficace ricerca critica, oggi più che mai. L’immagine che mi si forma davanti, se chiudo gli occhi, pensando alla nostra letteratura contemporanea,  non è tanto quella di una grande voragine da colmare, ma piuttosto lo scheletro di un enorme puzzle da scomporre e ricomporre, frammento dopo frammento, scrutandone i singoli pezzi con perizia certosina e aspettando con curiosità sempre crescente di scoprire quali altre forme e colori ne potrebbero venir fuori.

In un’ottica del genere, non posso che accogliere favorevolmente quest’antologia.

2. 

L’autoreferenzialità è sempre stata un cruccio e insieme un pungolo sostanziale, a mio modo di vedere le cose, non solamente per l’attività di critica letteraria, ma proprio per la scrittura tout court. È implicita nell’atto stesso dell’interessarsi e dedicarsi allo studio approfondito di una certa materia, nel prendere una posizione seria e consapevole sulle questioni che riguardano, oltretutto, un terreno assai scivoloso come può essere, appunto, il panorama contemporaneo, così sostanzialmente privo di veri punti fermi, proprio perché costitutivamente fluido, ontologicamente in continuo divenire.

Ancora, lo stesso Andrea Cortellessa, nella Premessa alla sua Introduzione, si prodiga in quello che mi sembra un autentico coming out: confessa di aver accusato un momento di stanchezza e forse anche di sfiducia profonda nel suo lavoro più, diremmo così, militante, e di aver poi ritrovato la passione e la grinta necessarie per proseguire in questo percorso proprio dedicandosi alla collazione della prima veste dell’antologia, ovvero Narratori degli Anni Zero, la versione edita nel 2011 da Ponte Sisto, commissionatagli da Walter Pedullà.

Ecco, credo sia naturale e anzi addirittura doveroso che il gusto estetico e il concetto di letteratura del curatore abbiano un peso tutt’altro che irrilevante nella costruzione di un’opera antologica, la quale, altrimenti, avrebbe anche poco senso e dignità di esistere, sia come oggetto di studio, sia come prodotto editoriale, sia espressamente come atto politico.

La parzialità, se così vogliamo chiamarla, non lede affatto il valore dell’operato critico in sé, giacché il libro si presenta come una precisa scelta di campo, una scelta autoriale e ideologica, che può dunque prestarsi a varie accuse e recriminazioni, come sempre accade quando si operano cesure e inclusioni, campionature e perimetraggi, ma che mantiene comunque salda, e questo è ciò che conta, secondo me, quell’idea di letteratura in divenire che è, appunto, alla base del lavoro precipuo della più autentica militanza.

3. 

Ho apprezzato particolarmente, in questa seconda nuova versione dell’antologia, l’inclusione di opere a mio parere importanti e davvero innovative per quell’idea persistente di puzzle composito della letteratura contemporanea, come possono essere, ad esempio, le Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti, autore volutamente sempre liminare tra prosa e poesia, se vogliamo per brevità attenerci alle canoniche distinzioni di forma, o il Racconto del fiume Sangro, di Paolo Morelli, opera ibrida e corroborante, a metà fra la scrittura e la meditazione.

Decisamente affascinante, poi, la voce di Davide Orecchio, il cui stile magmatico e assai colto offre al lettore alcune autentiche perle di grazia, ancora e sempre in andirivieni, tra gli acuminati recuperi classicheggianti e la più salubre verve sperimentale.

Non credo abbia molto senso, specie in riferimento alle strategie e alle scelte di campo di cui si è detto in precedenza, lanciarsi adesso nel sempre pernicioso gioco degli esclusi. Posso dire che, ad esempio, tra le recenti pubblicazioni, e per meriti e modalità assai differenti fra loro, ho trovato e trovo molto interessanti le scritture di Francesco Targhetta, o di Alessandra Sarchi, entrambi comunque nominati con stima e pregio dallo stesso Andrea Cortellessa.

Penso, rispettivamente, a Perciò veniamo bene nelle fotografie (ISBN 2011) e a L’amore normale (Einaudi 2014), accomunati, secondo me, da una sostanziale variazione prospettica dell’atto stesso della narrazione romanzesca, più genuinamente e fin qui ancora (e con una certa tenacia?) classicamente intesa.

Credo insomma, e intimamente lo spero, che i pezzi da aggiungere al puzzle siano ancora molti.

 



Categorie:Giacomo Raccis, Interviste, Letterature

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