«Dammi risposte complesse. Please»: unastoria di Gipi

una-storia-4-gipi

di Veronica Chisu

È una verità non controversa che le cose avrebbero potuto essere diverse da come sono. Io credo, come del resto voi, che le cose avrebbero potuto essere diverse in innumerevoli modi. Ma cosa significa ciò? […] Credo che le cose avrebbero potuto essere differenti in innumerevoli modi; credo che siano permesse parafrasi di ciò che io credo; prendendo la parafrasi alla lettera, credo dunque nell’esistenza di entità che potrebbero essere chiamate “modi in cui le cose avrebbero potuto essere”. Personalmente preferisco chiamarli “mondi possibili”.

D. Lewis, Possible Worlds1

La candidatura al premio Strega per unastoria di Gipi non ha minimamente sorpreso gli ammiratori dell’artista pisano. Eppure gran parte della stampa italiana e supremi italianisti hanno dissimulato lo stupore che un fumetto potesse essere candidato come opera narrativa dell’anno nascondendosi dietro l’anglismo di “graphic novel”.

La prima volta che vidi il talento di Gipi messo in scena fu a Parigi nel 2012. Lo ammetto: sono estremamente diffidente nei confronti dei Centri di Cultura (per non parlare dei centri di cultura all’estero) ma, nel 2012, il centro di cultura italiana di Parigi decise di dedicare una mostra alle bande déssiné (fumetto in francese, abbreviato con BD). Quando comunicai l’evento ad un’amica francese iniziai con un lungo prologo per spiegarle che, avendo io studiato a Pisa, mi ero affezionata ad uno che dipingeva sempre queste distese erbose che dalle pendici dei monti giungevano a spaziare nel grande mare… Lei, senza colpo ferire, rispose “Ma Gipi?! Certo che lo conosco!”. Rimasi abbastanza basita. Durante la visita alla mostra mi raccontò che il suo approccio alla letteratura era stato scandito fin dall’inizio da zainoni pieni di BD che, dalla biblioteca del paese, trasportava coi fratelli alla cameretta dei giochi.

Recentemente, quando due amiche mi hanno telefonato dicendo: “DEVI assolutamente leggere l’ultimo di GIPI… è B-E-L-L-I-S-S-I-M-O”, mi dissi, “Mah sì, procuriamocelo… al massimo lo regalo a mio fratellino, dopotutto, voglio dire, anche l’arte contemporanea ha santificato il fumetto, basti pensare alla POP Art e blablabla…”. Così, un tranquillo pomeriggio, inforcati gli occhiali, ho preso questo librone in formato A4 e ho iniziato a sfogliarlo, leggerlo, guardarlo. Ben presto tali ritrosie superflue si sono dissolte nell’assecondare le forme acquerellate dei paesaggi punteggiate da omini tenuti su come abiti dalle grucce.

Morale della favola: sino a che non mi sono scolata l’amaro calice, non sono riuscita a staccarmene. Perché?

Dammi risposte complesse.
Please

(p. 7)

Ci sono due immagini che si ripetono tra le tavole: un grande albero, secco e senza foglie, ma illuminato d’una luce, appunto, arborescente; e una stazione di servizio, immersa in uno spazio paludoso, che cambia colori e sfumature ma rimane, generalmente, deserta. Tre storie si intrecciano attorno al personaggio di Silvano Landi, disegnatore rinchiuso in una casa di cura: la vicenda del nonno soldato e della sua amata lontano dal fronte, e quella della figlia di Landi, insofferente ai vagheggiamenti nostalgici del padre nei confronti di un passato che, presumibilmente, occorre lasciarsi alle spalle.

Vuoi rovinarti? Sono il tuo editor.
È mio dovere metterti di fronte alla realtà

(p. 72)

Per ogni filosofo della Storia (o della storia?) che si rispetti, le tappe dell’umanità vengono identificate con le età dell’uomo. Per cui, se l’antichità viene identificata con l’infanzia, intrisa di un’ingenuità colma di speranze, attraverso la gioventù e l’incontro/scontro col mondo la naïvete lascia spazio all’età adulta, durante la quale si ritiene che l’uomo persegua la propria rivincita, combattendo per la sopravvivenza con qualunque mezzo.

Dall’abbattimento delle vecchie illusioni prende corpo uno sguardo presuntuoso e sarcastico: “è la modernità che lo domanda” (p. 36), baby. Non c’è tempo né spazio per una maturità che, con mitezza, coglie l’ordine delle cose e gli conferisce senso. Vi è solo la sofferenza di un viso martoriato dai segni del tempo: è la natura maligna e il suo scorrere ad essere inesorabile, chèrie.

Chi troppo in alto sal, cade sovente
precipitevolissimevolmente

(p. 24)

index2Se in The Tree of Life di Terence Malick (2011), il protagonista adulto (Sean Penn), emerge dalla propria condizione trasportato da un ascensore in un grattacielo immerso nelle nuvole; similmente Silvano Landi – rinchiuso nella struttura manicomiale – spazia con lo sguardo al di fuori dell’istituto, raffigurando ossessivamente su carta l’albero, secco, e la stazione di servizio, deserta. Attraverso la ripetizione delle due figure, eminenti simboli della sua condizione esistenziale, Landi interroga la realtà, scuote le distese naturali, immense ma anche mute, capaci di irrompere con immota bellezza nel racconto ma atone per il protagonista.

Eppure, se in Malick il figlio trova la propria catarsi nella natura e nella grandiosità del creato, Gipi torna agli uomini e alle loro storie, attraverso lo sguardo di un padre un po’ perso nelle sue fantasticherie, che trova in soffitta un manoscritto con una storia (o dovremmo forse dire la Storia o La storia?): sono gli umani a dover dare una risposta, a costituire un ponte che apra un passaggio di senso nella vacuità dello spazio naturale, collegando alla domanda sugli eventi una trasmissione di sapere e una presa di coscienza. Ed è grazie a questo manoscritto, a queste lettere dal fronte, dimenticate, tenute in soffitta, rimosse, che il padre di Landi riscopre la storia dei propri avi.

Se nella litania che attraversa il romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati (Feltrinelli 2013), che non a caso trova in copertina un’illustrazione dell’artista pisano, è il padre che chiede al figlio di seguirlo nella rituale scalata del colle della Nasca (montagna della vita o della Vita?), così è nella rimessa in circolo di una storia di vita che il protagonista può guarire, nel racconto di Gipi.

Sui muri pisani un paio di anni fa troneggiava una scritta: “Dio perdona, IO NO”.

E neanche Landi perdona, o meglio, non perdona con l’alterigia di un padre consapevole di un ordo universalis superiore: non vi è un Giobbe che alla fine dei tempi troverà una ricompensa per il proprio retto agire (Malick), non è lo sguardo di un padre che a forza di temere la propria incapacità non ha fatto in tempo a vedere il figlio scollinare (Serra), ma è un uomo che ti guarda con gli occhi di un fratello e che, consapevole dell’umana sorte e della sua correlata ferocia, ti affida unastoria, con un albero e una stazione di servizio. Una storia di reduci della seconda guerra mondiale, una storia di internati, una storia normale, una storia sbagliata.

E tu, che cosa ne farai
“ora che il cielo ai bordi l’ha scolpita”?2

Gipi, unastoria, Bologna Roma Parigi, Coconino Press, 2013, pp. 126, € 18. Consigliata a tutti i novelli Atlantidi.

Top_10_fumetti_e_illustrazioni_migliori_creativi_della-settimana_Gipi

1 In M. Mugnai, Possibile/Necessario, Il mulino, Bologna 2012, p. 167 2 F. de André, M. Bubola, Una storia sbagliata, 1980.



Categorie:Letterature, Rotte, Veronica Chisu

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1 reply

  1. Un bell’articolo. Complimenti.

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