L’imbarazzo del cinema di fronte al Mito. Noah di Darren Aronofsky

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di Niccolò Petruzzelli

Darren Aronofsky è regista tanto poliedrico quanto discontinuo: è davvero incredibile pensare che l’autore del gioiellino Pi greco – Il teorema del delirio e del maestoso The Wrestler sia lo stesso del delirante The Fountain – L’albero della vita e, appunto, del solo poco meno ridicolo Noah.

Il film è la trasposizione cinematografica dell’ottimo fumetto sceneggiato dallo stesso Aronofsky con la partecipazione dell’amico Ari Handel (ex neuroscienziato passato al fumetto e al cinema), e illustrato splendidamente dal canadese Niko Henrichon, con qualche variazione, dovuta probabilmente ai limiti del budget. I due albi di cui consta l’opera sono ora in fumetteria per Panini, e vale davvero la pena l’acquisto, anche solo per le meravigliose tavole.

La storia è nota: Noè, interpretato da un pingue Russel Crowe, all’alba dei suoi seicento anni di età viene scelto dal Creatore (mai viene pronunciata la parola Dio. Nel film è meno evidente, ma nel fumetto la vicenda sembra proprio ambientata non sulla Terra ma su un pianeta alieno) per salvare il salvabile dai propri errori durante la creazione: già, perché a quanto pare a un certo punto il Creatore si accorge che gli uomini (o almeno quelli della dinastia di Caino) sono dei gran mascalzoni, dediti alla violenza, alla superbia, e, addirittura, al consumo di carne animale, il peccato che più sembra turbare questo Noè vegetariano e misantropo. Gli esseri umani devono dunque perire sotto il diluvio universale, e dalle ceneri del vecchio mondo, contaminato dalla malvagità degli uomini, nascerà un nuovo Eden popolato dai soli innocenti del creato, gli animali, che troveranno salvezza sull’immensa Arca costruita all’uopo da Noè.

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Aronovsky però si diverte a metterci del suo: ecco quindi una schiera di sghembi e goffi golem di pietra, simulacri  mostruosi e grotteschi di angeli caduti, abbandonati dal Creatore perché macchiatisi della grave colpa di aver voluto aiutare gli esseri umani condividendo con loro le proprie conoscenze. Ed ecco il malvagio Tubal-cain, il re di una tribù di barbari che, in gran disprezzo delle creature del mondo, caccia gli animali e si ciba di carne. La sceneggiatura inserisce poi un altro elemento narrativo originale, che è forse il più interessante: al sicuro dentro l’Arca, Noè viene a un certo punto messo di fronte a un dilemma morale che farà vacillare le sue convinzioni.

Tutto si può dire di Aronofsky, tranne che non sia dotato di un supremo sprezzo del ridicolo: non siamo ai livelli di The Fountain, dove un ascetico Hugh Jackman viaggia nello spazio volando in posizione zen all’interno di una sfera di energia cosmica, ma poco ci manca. E tra angeli kamikaze, Adamo ed Eva fosforescenti, onde di arcobaleni concentrici nel cielo, possiamo comunque ammirare un Aronofsky in grandissima forma.

Ma posta la questione in questi termini, il rischio di demolire senza costrutto è altissimo. Il problema, forse, è più complesso: qual è il genere più adatto alla rappresentazione di un mito? Senza dubbio l’affresco, l’illustrazione, il testo sacro; molto meno un romanzo o per l’appunto un film, dove il punto di osservazione dello spettatore è molto più vicino ai fatti narrati, e i personaggi non sono mere rappresentazioni iconiche, ma sono a tutto tondo, dotati dei tratti dell’essere umano, di carattere, di personalità. È molto facile cogliere il senso dell’immane (come può accadere per l’appunto con un intero pianeta devastato dalle acque) in una grande illustrazione, molto meno in un mezzo come il cinema, dove ad esempio un angelo che vola in cielo non può che apparire ridicolo. Senza contare che sorge poi un altro problema, quello morale.

Apriamo infatti la Bibbia a caso e leggiamo di razze destinate allo sterminio, di nemici di popoli eletti annegati sotto le acque del Mar Rosso, di neonati uccisi nelle culle, senza che ce ne importi alcunché. Come mai? Perché queste vicende sono rappresentate con distacco, i protagonisti sono solo figure monolitiche, lontane, di cui ci importa ben poco. In un film, al contrario, i personaggi sono fatti di carne e sangue, sono vivi, prossimi, gioiscono e soffrono insieme a noi, li udiamo non declamare ma conversare tra loro; sono, in una parola, reali.

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Il risultato è quindi un film completamente esecrabile dal punto di vista etico (e come potrebbe non esserlo una storia in cui la giustizia coincide nello sterminio della razza umana?). Non solo l’invasato Noè non risulta per nulla simpatico, ma anzi si finisce quasi a parteggiare per i cosiddetti cattivi e per il loro capo, che assurge paradossalmente al ruolo dell’eroe titanico che sfida un potere immenso in nome dell’umanità e del diritto alla vita. L’intera vicenda arriva quasi ad assumere agli occhi dello sconcertato spettatore i caratteri inquietanti dell’eugenetica nazista, con lo sterminio di una razza considerata inferiore (i discendenti di Caino) e la nascita di un mondo perfetto popolato da esseri puri. E durante la risoluzione del dilemma finale si sente l’insopportabile tanfo della peggiore ipocrisia.

Noah risulta, dunque, un trionfo del trash con tanta azione, effetti speciali (realizzati così così, a dire il vero), gran ritmo e, per non farsi mancare proprio niente, un allibito Anthony Hopkins nei panni di Matusalemme. Nient’altro che un blockbuster in salsa divina, quindi, che delude chi aveva immaginato per Aronofsky una nuova stagione creativa priva di tonfi clamorosi.

Noah (Stati Uniti,2014 azione/biblico/drammato/epico, 138′) di Darren Aronofsky con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Emma Watson, Anthony Hopkins



Categorie:L'occhio della madre, Niccolò Petruzzelli

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1 reply

  1. Bella recensione, Nico. Il film però non lo andrò a vedere.

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