Lei: nessun aggiornamento sull’amore

7303di Massimo Cotugno

Nel 1927, nel film Metropolis, il mondo assiste alla stupefacente nascita della donna robot, sinuosa creatura metallica pronta a scatenare il caos con la sua anarchica carica di lussuria. Nel 2014, nel film Lei, il protagonista Theodore, seduto di fronte al pc, nel silenzio ovattato del suo salotto, installa Samantha, sistema operativo dotato di coscienza, pura voce in grado di apprendere qualsiasi cosa, persino amare. La fantascienza cinematografica assiste così alla trasformazione di una delle sue creature mitiche, la donna artificiale, in un elemento incorporeo, in linea con le nuove tendenze spiritualistiche sulla tecnologia del futuro, dove circuiti ed ingranaggi lasciano spazio a trasparenze e software. Il soggetto dell’ultimo film di Spike Jonze è semplice: la storia d’amore tra un uomo e una macchina, un OS per l’esattezza. Naturale, del resto, immaginare uno scenario simile, visti gli ultimissimi progressi di quelli che vengono chiamati assistenti digitali, basti pensare a Siri della Apple, Google Now dell’omonima azienda di Stanford e ora anche Cortana di Windows, quest’ultimo tra l’altro chiamato come la donna, anch’essa artificiale, di un celebre videogioco. Il progresso descritto nel film potrebbe quindi essere lontano solo poche decine di anni dal nostro presente. Ma definire Lei un film di fantascienza sarebbe un errore, come lo sarebbe ugualmente presentarlo come uno sguardo originale sull’amore 2.0 per la gioia di nerd o geek persi nella rete alla ricerca dell’anima gemella.

Il regista americano, alla sua quarta fatica e alla seconda senza il fidato sceneggiatore Charlie Kaufman, sembra proseguire un discorso mai interrotto su un tema che percorre tutta la sua filmografia. A muovere i personaggi di Essere John  Malkovich, Il ladro di orchidee, Nel paese delle creature selvagge e Lei è infatti il medesimo bisogno, ossia la ricerca di un’esistenza alternativa, in fuga da una condizione opprimente e logorante. Questa ricerca è condotta fino ai limiti del surreale, del magico, ma si rivela immancabilmente fallimentare. In Essere John Malkovich la coscienza del famoso attore viene “abitata” da altre persone, gente disposta a pagare per vivere pochi minuti di una vita fuori dall’ordinario; ne Il ladro di orchidee (infelice traduzione da Adaptation), l’impianto è una matriosca di illusioni: un timido sceneggiatore insoddisfatto vorrebbe vivere passioni analoghe a quelle descritte nel romanzo di una scrittrice che a sua volta racconta a sé stessa e ai lettori una menzogna (l’affascinante ladro di orchidee protagonista del libro non è altro che un miserabile trafficante di piante rare invischiato in piccoli traffici illeciti); ne Il paese delle creature selvagge (probabilmente il meno riuscito) un bambino affronta i dolori e le difficoltà dell’infanzia sublimandole in un mondo popolato da strane creature. L’amore dunque tra un uomo in carne e ossa e un sistema operativo, una relazione fisicamente impossibile, non fa che proseguire il discorso di Spike Jonze sulla profonda insoddisfazione che attanaglia ogni essere vivente e il suo tentativo disperato di comprenderla, di poterla cambiare, alla ricerca di una piena felicità.

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Theodore è un uomo dalla vita semplice e regolare. Il suo lavoro consiste nello scrivere lettere su commissione, dagli auguri di compleanno alla nonna, al messaggio d’amore per la fidanzata lontana; il suo compito è quello di elaborare contenuti emozionali, mettendo le sue parole al servizio del cliente. In procinto di separarsi dalla moglie, i suoi unici intrattenimenti sono i videogiochi e, a volte, quando la solitudine e l’insonnia lo tormentano, le chat notturne con sconosciute in cerca di piaceri sbrigativi. Finché non si imbatte nella pubblicità di un sistema operativo di nuova generazione, in grado non solo di assistere il proprietario nella gestione delle sue informazioni e attività, ma di possedere una coscienza in grado di svilupparsi.

Il mondo in cui Theodore si muove è uno spazio ordinato e confortevole, un nido tecnologico caldo dove rifugiarsi  per elaborare con calma la separazione dalla moglie. La scelta di acquistare un OS è forse dettata dalla solitudine, dal desiderio di riprodurre, seppur in versione virtuale, quel rapporto ormai finito da tempo e le piccole gioie del condividere quotidiano. Torna quindi il tema dell’illusione e della sostituzione, in un gioco di fraintendimenti semantici che Spike Jonze dimostra di saper sviluppare con la giusta dose di leggerezza, toccando con padronanza le corde delle emozioni. Il risultato è una storia d’amore impossibile tra due personaggi condannati a percepire l’altro solo nell’assenza di contatto, quindi, in assenza di realtà. Samantha, del resto, non è che il frutto della coscienza dei suoi sviluppatori e il suo percorso di crescita è pura reazione agli atteggiamenti di Theodore: chi può stabilire perciò l’autenticità delle sue emozioni? Chi può giudicare false le parole e le espressioni adoperate a lavoro da Theodore nelle sue lettere d’amore a donne sconosciute? Non attinge forse alla sua esperienza di amante e marito per comporle? Spike Jonze si interroga sulla verità dei messaggi che mandiamo, sulla paura di assumersi la responsabilità e il peso di ogni parola proferita in un mondo in cui le comunicazioni si sovrappongono, si accavallano, affollano e intasano le nostre caselle di posta, i nostri blog e social senza lasciare la benché minima traccia.

Joaquin Phoenix si conferma attore eccezionale, in grado di sostenere interminabili primi piani e di duettare alla perfezione con una voce nel tentativo di dare paradossale sostanza a una storia d’amore basata sull’invisibile; va menzionata a questo proposito Scarlett Johansson, che presta le sue corde vocali per la Samantha originale della versione statunitense: sex symbol  tra i più ammirati, ridotta a mera eco.

Spike Jonze, dopo il passo falso di Nel paese delle creature selvagge, confeziona un film sorprendente benché non privo di difetti strutturali; un’opera ambiziosa e irregolare, che porta a riconsiderare la sua dipendenza artistica dal talento dello sceneggiatore Charlie Kaufman e a confidare in una nuova interessante produzione.

Lei (Stati Uniti 2013, Drammatico / Fantascienza / Romantico, 126’) di Spike Jonze con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Scarlett Johansson, Rooney Mara.



Categorie:L'occhio della madre, Massimo Cotugno

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1 reply

  1. Concordo su tutta la linea, mi sarebbe piaciuto però che il fil rouge che l’autore scorge tra le varie opere del regista e nella fimografia sul rapporto tra uomo e macchina (femminile) venisse approfondito anche in termini estetici. Se infatti si fa riferimento a Metropolis, dal mio punto di vista, non è possibile elidere quella che è – anche – la dimensione politica del film che, anche in questo caso, passa attraverso le scelte estetiche del regista. Attraverso quest’ottica, il parallelo con Metropolis acquisisce un peso e una distanza che si colma nella simmetria degli opposti perché tanto quanto Metropolis è scuro, grave e polveroso, tanto Her presenta una fotografia patinata fino all’inverosimile, schiarita quasi da sembrare depressurizzata. Tanto quanto Metropolis racconta la pesantezza della macchina e della sua ingerenza rispetto al corpo umano, tanto Her ne decanta la leggerezza smaterializzante. Non solo dunque è l’apparenza fisica dei personaggi (dettagi estetici quali abbigliamento arredamento e anche scelta delle location) ma la tecnica di inquadramento del personaggio attraverso una scelta stilistica basata sui colori, sui primi piani (come viene accennato) e sulla fotografia a farne un film di fantascienza. Perchè sono personaggi, visi, forme e luci che esistono solo su Instagram o sui cartelloni pubblicitari. Scenari di un’utopia capitalista in divenire.

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