Della bruttezza e della malattia: la strana impresa del Dallas Buyers Club

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di Fabio Disingrini

Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi,
altri che lottano un anno e sono più bravi.
Ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi,
Però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili.

(Bertold Brecht, In morte di Lenin)

La prima sensazione è che la formidabile bruttezza di tre bellissimi attori come Matthew McConaughey, Jared Leto e Jennifer Garner riesca, anche solo in prima istanza, a distrarre la riflessione dal plasma di un’opera essenziale come Dallas Buyers Club. La seconda è che l’attrito fra l’HIV rivissuto nella temperie delle sue prime controversie e la pochezza endemica di alcuni baluardi della cultura country possa, nel singolare sostrato di comunità gay e bull riders,  affrancarci dalle comode aspettative di certi film “tratti da storie vere”. E in sostanza il Bildungsroman di Ron Woodroof (Matthew McConaughey) non sarà una comune storia di condanna e redenzione, specie se la colpa da espiare si chiama AIDS , in Texas, nel 1985.

Da un’ebbrezza irreparabile alla cura sregolata dell’HIV, la vita di Ron Woodroof ricomincia nella malattia come nuova trama di commercio e insieme linfa formativa. Triviale, razzista e disonesto, Woodroof si trasforma in un esercente di peptide T, una proteina inibitrice del virus per la brillante intuizione del dottor Vass (Griffin Donne) e importato dal Messico per aggirare il divieto della FDA (agenzia statunitense per la regolamentazione Food and Drug): è il mercato presto ricco e subito filantropico nella sottile sfumatura del Dallas Buyers Club, il negozio delle medicine. Faccendiere e mecenate, Woodroof diventa allora un uomo migliore, più accorto nei guadagni e tollerante alle sue avversioni, per l’abile cesello di Rayon (Jared Leto), un transgender tossicodipendente e accidentale partner di lavoro. E la corruzione affaristica della FDA inizia qui un cortocircuito di contrasti in divenire fra gli altri interpreti del film, ospedalieri e forze dell’ordine: dal dottor Sevard (Denis O’Hare) promotore per conto della lobby farmaceutica dell’AZT, quello strano farmaco antivirale e omnipervasivo nella costante ricerca di una congrua patologia, alla mite dottoressa Saks nel suo ideale, anzi, convenzionale percorso emancipatorio; dall’incorruttibile ispettore Barkley (Michael O’Neill) a Tucker (Steve Zahn), lo “sbirro” amico del licenzioso protagonista e in netto distacco, nonostante un’esatta somiglianza fisionomica, dall’insolente T.J. (Kevin Rankin).

Sospenderemo i giudizi sui dimagrimenti record di McConaughey-Leto e le probabilità della coppia, verosimilmente poche, di bissare con gli Oscar della ricalcitrante Academy i premi già ottenuti al gala dei Golden Globe (miglior attore drammatico e miglior attore non protagonista), tant’è che le loro interpretazioni ci sembrano davvero impeccabili con il primo (nato a Uvalde, Texas) già così attendibile in stivali e stetson nei ruoli di Killer Joe e Dallas (Magic Mike) e il leader dei 30 Seconds to Mars ancora perfetto in ruoli omosessuali (e per la prima volta en travesti) dopo Casey, l’insegnante gay di Black&White, ed Efestione amante dell’Alexander di Oliver Stone.

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Ma due grandi attori fanno una grande pellicola? Sì per intensità drammatica e mimesi filmica avvalorate dalle premure tecniche del regista canadese Jean-Marc Vallée, come la (splendida) fotografia d’ingrandimento o il ricorso alla ripresa a spalla per la forte introspezione del protagonista; non ancora invece se pensiamo a quale portata politica avrebbe potuto deflagrare un film come Dallas Buyers Club. Non che si tratti di un’occasione sprecata, e il biasimo degli interessi farmaceutici contro la salute dei pazienti diventa del resto un’altra motrice narrativa, eppure si ha come la sensazione, la terza, che manchi l’ultimo affondo, una definitiva frattura della denuncia. Come se la sospensione di giudizio su Woodroof, in chiaroscuro fra il tornaconto personale e una nuova inattesa missione umanitaria, si riflettesse nella macrostruttura culturale, terribile e avvincente, del “pionierismo” gay contro il secolare pregiudizio country: un focus prima semplificato – come al bar/saloon fra le offese di chi crede nell’AIDS come la nuova «malattia dei froci», o nei sommari risvolti di un incontro a tre fra Woodroof, Rayon e T.J. in un market – e infine un po’ edulcorato nella specifica e americana forma di idolatria del protagonista.

Rifiutato per vent’anni e 137 volte sui tavoli delle grandi produzioni, Dallas Buyers Club ricorda più un grande classico del cinema alla Erin Brockovich che un capolavoro di invettiva sociale come Milk. Non sarà sempre una critica, e specialmente l’opera di Ron Woodroof non si riduce mai a un contrabbando di farmaci né sì eleva a una specie di crociata per la salvezza degli altri, smussando gli angoli polari di un facilissimo e rovinoso stereotipo. Sarà la quarta e ultima sensazione, eppure alzi la mano chi dapprima avrebbe scommesso, in salute e povertà, su questo cowboy «omofobo testa di cazzo» e poi in fondo non abbia tifato, in malattia e ricchezza, per la sua impresa più grande: legittimare un farmaco per la cura dei sieropositivi… O cavalcare un toro per oltre 8 secondi.

Dallas Buyers Club (Stati Uniti 2013, Drammatico, 117′) di Jean-Marc Vallée con Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Jared Leto, Steve Zahn, Dallas Roberts, Denis O’Hare, Griffin Dunne, Kevin Rankin, Jane McNeill, Lawrence Turner, Tony Bentley, James DuMont, Donna DuPlantier, Deneen Tyler



Categorie:Fabio Disingrini, L'occhio della madre

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