Francesco Piccolo e Il desiderio di essere come tutti

cover (1)di Fabio Disingrini

Sono ancora e sempre del parere che la distinzione
da fare sia quella tra l’eguaglianza e il diritto
all’eguaglianza: la prima non esiste. Per fortuna.

(Rosellina Balbi, Vecchie carte da gioco)

Chi ha scritto il romanzo della sinistra italiana? Forse Pasolini, latente fra le righe di tanti Scritti corsari e Lettere luterane, forse Mario Capanna raccontando un’altra storia, o quasi, nella straordinaria iconografia del Movimento Studentesco. Formidabili quegli anni… Lo stesso spleen nostalgico che invade Lucia Annunziata nelle pagine di 1977 (L’ultima foto di famiglia) o qualcosa di altro, ma a canone inverso, nella severa (auto)critica di Franco Giordano, e allora Nessun Dio ci salverà. O forse sì, se avremo Il desiderio di essere come tutti, se sapremo almeno temperare il mito della sconfitta, poetico sì, ma senza che diventi un alibi sotto forma di grande apologia. Quindi Francesco Piccolo ci prova, non a raccontare la sinistra italiana, ma a declinare nel modernismo la politica di oggi dopo un singolare esercizio di (semi) disimpegno negli anni di Berlinguer (La vita pura) e di (quasi) resistenza al ventennio di Berlusconi (La vita impura). E inedito è l’effetto, fra pensieri sparsi e istanti focali, sviluppi empirici e momenti distensivi, di un libro che in fondo non sai se “ti piace” o “non ti piace”. E se ti piace è perché l’hai finito in un giorno e con un certo compiacimento, se invece non ti piace è per colpa di qualche referto un po’ sommario che ti aveva generato altre aspettative… O forse il contrario?

Francesco Piccolo diventa comunista all’età di dieci anni: è il 22 giugno 1974 quando, al Volksparkstadion di Amburgo, la Germania Est dei nomi sconosciuti batte la Germania (Ovest) di Gerd Müller, Sepp Maier e Franz Beckenbauer: gol di Jürgen Sparwasser al settantanovesimo e la vita di Francesco non è più la stessa. Verranno gli scontri con il padre e i confronti con lo zio Nino, l’integralismo della compagna di banco e i pregiudizi del Movimento per un apprendistato politico faticoso e contraddittorio: «A sedici anni la mia situazione era la seguente: a casa, se nominavo il Pci, ero considerato una specie di terrorista; fuori casa, se nominavo il Pci, ero considerato una specie di democristiano. Quindi, per un po’, ho smesso di parlarne» (p. 73). Francesco ama Berlinguer e le pagine dedicate al segretario del Pci sono le più intense e insieme argomentative del libro, ma vive una contraddizione di distanza e un senso di non appartenenza. Come in un’ouverture del decennio seguente (odiando però Craxi in una netta posizione emotiva) che porta alla breccia del 14 febbraio 1980, il giorno di San Valentino, e all’ultima frattura di quattro anni più tardi con l’intimazione del segretario socialista “su scala sociale”: l’autore sceglie le date private e gli eventi comuni (il colera a Napoli, il terremoto in Irpinia…) che lo coinvolgono da vicino, ma sempre rasente, costruendo il suo Bildungsroman verso una più concreta partecipazione alla vita pubblica.

unita-tuttiE intanto TUTTI, come il titolo rosso che «L’Unità» dedica al funerale di Enrico Berlinguer, è la condivisione dell’Italia civile a un progresso astratto, l’attestato di purezza della sinistra moderna e insieme reazionaria all’innovazione cinica, disinvolta e corruttibile del socialismo di Craxi: «Da quel momento in poi, ogni sconfitta politica diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e il progresso è malato […] Berlinguer lascia in eredità l’etica politica – un elemento necessario; ma non si affianca più alla strategia politica, bensì la sostituisce». (p. 155)

E quando diventerà impossibile perdere, come si potrà vincere rimanendo puri? Semplice, votare Rifondazione Comunista, partecipare e non partecipare, diventare perfino la parte più conservatrice del paese, «Essere dalla parte giusta e perdere, perché nella sconfitta si è più uniti» (p. 182). Da complici di un mondo borghese e impolitico a corresponsabili della politica consapevole, da Craxi a Berlusconi, delfino e Caimano:

Berlusconi ha modificato i criteri di razionalità di questo paese; ha fatto in modo, con la sua comparsa sulla scena politica, di rendere ancora più distanti le persone che facevano parte dell’Italia civile e moderna da quell’altra parte (la maggioranza) che aderiva in qualche modo, o non combatteva in maniera esplicita ciò che quell’uomo impersonava. […] Nessuno lo ha mai considerato un vero mostro, perché il disprezzo e la derisione ne abbassavano i connotati, neutralizzavano il senso della tragedia, lavoravano per renderlo poco credibile. E non si ha timore vero di chi si considera poco credibile. Se non si ha timore vero dell’avversario politico, non si mettono in atto delle strategie concrete, e alternative alla sua, per combatterlo.

(pp. 197-198)

C’è una netta dicotomia fra chi è certo di aver ragione e chi, per una coincidenza infelice, sbagliando è sempre in maggioranza, e ancora una medaglia al valore civile per chi deride pubblicamente Berlusconi, «il dittatore all’incontrario: entravi nell’elenco dei sospettati se non parlavi male di lui» (p. 200). Ma il suo “ventennio” ci serva da lezione, perché fra pensiero conformativo e grado di maturazione civile, indulgenza privata e condanna pubblica, etica dei principi ed etica della responsabilità, il mito di un passato migliore non renda la sinistra italiana elitaria e dispregiativa.

Il sarcasmo è stato l’elemento distruttivo dell’energia politica oppositiva… E ha ottenuto un effetto devastante: ha prima disinnescato la tragedia e poi ha reso sopportabile il dominio di Berlusconi in politica, e tutti gli anni di convivenza con lui alla guida del Paese.

(p. 200)

Auto-biografico, auto-referenziale e auto-indulgente, nemmeno Il desiderio di essere come tutti potrà considerarsi il chimerico romanzo della sinistra italiana e c’è chi, senza biasimo, continuerà a preferire Francesco Piccolo strepitoso sceneggiatore di Caos calmo o La prima cosa bella invece che attendibile prossimo Premio Strega. Eppure il suo percorso affatto formativo lo declina in uno Zeitgeist terso di positivismo, e forse varrà ancora la pena di attendere le nuove proprietà della sinistra ai tempi del 2.0.

 F. Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Torino, Einaudi, 2013, pp. 264, € 18.



Categorie:Fabio Disingrini, Letterature, Rotte

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1 reply

  1. Esattamente l’autocompiacimento è il difetto principale di questo libro che, per quanto possa non piacere (e a me non è piaciuto), credo comunque che deva essere letto. Proprio per disinnescare quell’autoassoluzione che fa parte di certa cultura di sinistra e che, all’opposto di quanto ci dice Piccolo, non sta nel ritenersi puri rispetto alla parte del paese che a ogni tornata elettorale si dimostra peggiore e maggioritaria insieme, bensì consiste nel riconoscere le proprie colpe e responsabilità e nell’arrestare a questo momento autocritico la propria privata parte nel discorso politico.
    Nel libro di Piccolo non solo c’è un’apologia del compromesso a priori che regge poco (soprattutto nelle pagine sostanzialmente mistificatorie sui vent’anni di Berlusconi e sul comportamento della sinistra e del centro-sinistra in quegli anni), ma c’è anche un sostanziale rifiuto all’azione, all’intervento attivo, se non mascherato sotto una blandissima e più che sufficiente propensione a capire l’altro da sé.
    Alla base di queste incomprensioni c’è allora, forse, per come emerge dal racconto del libro, una superficiale adesione alle idee di sinistra, comuniste prima e semplicemente riformiste dopo: in quel mito della superficialità in quanto procedimento di straniamento nei confronti della realtà ci trovo tutta l’ipocrisia borghese di chi può permettersi di scegliere una parte o l’altra del campo politico per semplice vezzo morale, proprio come si sceglie di stare per una squadra o per l’altra durante una partita di cui, sotto sotto, non interessa il risultato.
    Non so se Piccolo vincerà lo Strega con questo romanzo (probabilmente sì), non so se qualcuno sceglierà di scrivere un altro (migliore? peggiore?) romanzo della sinistra (più moderata? più radicale?) per rispondere a questo: in realtà importa poco, perché non è alle pagine di un romanzo che dobbiamo rimettere la nostra capacità di prendere coscienza del nostro ruolo attivo nella comunità sociale e politica. Quello che è importante è che chi si incarica di parlare di questo libro (o anche solo di rifletterci sopra) lo guardi dalla giusta distanza, senza lasciarsi irretire dall’abilità retorica del romanziere, e metta a fuoco quello che effettivamente la scelta politica da lui esposta e sostenuta può significare.

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