Una forma lustra e inconsistente: «La trappola» di Franco Marcoaldi

La trappola marcoaldi

 di Davide Valtolina

Nell’ultimo libro di poesia di Franco Marcoaldi (La trappola, Einaudi, 2012) emerge prepotentemente l’esigenza di condividere le proprie intuizioni in versi piani e trasparenti. Il tema, variamente declinato, è condensato nel titolo: la «trappola», o meglio le «trappole» che minacciano la nostra vita, siano essi sobbalzi psicologici, vuoti esistenziali o vincoli della socialità. La raccolta è composta da  frammenti, epigrammi e aforismi (e non è un caso che la quarta di copertina parli di «una piccola guida dei perplessi»), il cui impatto si ferma però a una soglia alquanto superficiale. I versi non riescono a scavalcare la propria immediatezza e a lasciare un segno nella memoria: la forma appare fin troppo artificiosa nella sua semplicità, come depurata da ogni sfumatura dissonante che possa increspare il tessuto dei testi, dandogli spessore lirico, oltre a potere evocativo e concettuale. Lascia perciò alquanto perplessi l’accoglienza positiva riservata al libro, almeno sulla rete. Anche senza entrare nella questione dell’atteggiamento della critica nei confronti di un nome noto come quello di Marcoaldi (giornalista per le pagine culturali di Repubblica e scrittore con all’attivo altri quattro libri di poesia), non si può fare a meno di osservare come i commenti si limitino per lo più a esaltare la comunicatività dei componimenti – eletta inspiegabilmente a valore massimo –, toccando di sfuggita le questioni formali che ne costituiscono la premessa: evitando cioè di perlustrare le maglie testuali delle poesie e vagliarne così la consistenza.

Il libro è costruito con il tono della conversazione dimessa, in cui brandelli di pensiero sono fissati sulla pagina con un linguaggio semplice e diretto. Nel complesso si nota una continua ricerca di lievità, di una misura capace di conferire massima limpidezza al tessuto linguistico; ma l’artificio è spesso fin troppo evidente, complici la lingua patinata e il sovraccarico fonico: laddove il nitore della parola si vorrebbe più rigoroso, si ha invece l’impressione di ritrovarsi davanti a una sequenza uniforme in cui i presunti confini finiscono per affondare; e così la formulazione non riesce a riscattare un andamento monotono, ancorato a una discorsività fin troppo scialba, e con esiti talvolta sconcertanti, come nell’ultima parte di una poesia “sociale”:

Sarà buona politica –

impegnata contro ignavia e malaffare,

arroganza e connivenza:

quell’amalgama infernale

a cui si oppone ancora

chi non intenda cedere

a un incombente

sentimento di impotenza.

 (Politica, p. 24)

Marcoaldi fa continuo ricorso alle figure foniche per sottolineare i punti di snodo del discorso. Ciò avviene in modo particolare nelle chiuse dei componimenti, dove ricorre con altissima frequenza l’assonanza o la rima, sovente interna («presenza intima e costante | nella lontana vita dell’amata: || dimentico del corpo, | l’anima tua si era dileguata», p. 17, «Un fischio un mormorio un ululato | un canto: senza lasciare traccia, | qualcuno ci è passato accanto», p. 74). L’intento è quello di risolvere la formulazione del pensiero con un effetto aforistico, così da sottolineare l’approdo concettuale del testo e rafforzarne la sostanza. Inutile dire che questo meccanismo si usuri piuttosto in fretta: il lettore attende puntualmente il solito stilema a coronamento della riflessione e rimane sorpreso nei pochi passi che si scostano dalla norma. E il messaggio che ciascuna poesia raccoglie e dispiega – una verità già di per sé comune, e per lo più di accesso immediato – perde completamente la sua forza d’impatto.

La forma non soccorre, anzi penalizza l’intento di Marcoaldi. Lo dice bene Daniele Barbieri, una delle poche voci che si discosta dal coro d’ammirazione per La trappola; nel suo pezzo intitolato per l’appunto Della poesia consolatoria di Franco Marcoaldi, rileva l’«abbaglio» che fa pensare al Montale seconda maniera, quello che segue La bufera e altro: «qualcosa di montaliano c’è davvero, però si tratta di un Montale bonificato o buonista, privato di ogni fremito d’orrore, risolto in elegante e classicistica maniera»; e proprio per questo «la morale conclusiva di ogni componimento emerge di conseguenza nella sua essenza di banale, consolatoria verità». Si ha in effetti la sensazione di leggere un libro “per tutti”, in cui ognuno può riconoscere qualche tratto della propria esistenza che rischia di finire dentro a una «trappola» (un libro in cui però non mancano riferimenti di alto livello, come nell’incipit di Magie d’aprile che rovescia antifrasticamente l’attacco della Waste Land di Eliot). Perché poi nelle metafore dei testi, inserite talvolta in scorci narrativi, chiunque può trovare un rimando a sé: per fare qualche esempio, il «roccolo mentale» che inganna, rendendo «tutto uguale» quando invece siamo in un «…teatro che fa della mutevolezza | l’unica sua costante» (p. 70); la «tenaglia» del tempo che non lascia scampo e costringe a scegliere in tutta fretta, pena l’immobilismo (p. 56); «il povero gabbiano | incatramato…» che, novello albatro, non riesce più a volare e rimane a zampettare a terra (p. 62).

Rimane sostanziale il problema di una forma che, come svuotata nella sua – apparente – eleganza, riesce sì a comunicare, ma una verità anch’essa svuotata (nemmeno la blanda ironia che permea il libro riesce a riscattarla). Il messaggio giunge a destinazione in maniera immediata, ma dietro non si scorge altro. Gli esiti migliori si hanno invece quando il discorso si asciuga, come per esempio nel componimento riportato sulla copertina della collana “bianca” di Einaudi:

Si chiude e si apre

di continuo lo spiraglio

a meno che non sia l’eterno

abbaglio della vita.

 («Si chiude e si apre», p. 14)

Insomma, la sensazione è che più volte il libro cada, a sua volta, in una «trappola»: la ricerca di una forma lustra e leggera, ma insipida e poco consistente. Riprendendo uno dei testi, proprio sul tema del fare poesia, possiamo dire che si sarebbe potuto attendere ancora dopo aver trovato le parole. Metterle in fila sì, ma poi aspettare quanto serve per capire quali di queste sono senza eco. «E quelle che rimangono, | lasciarle ad asciugare» (p. 73).

F. Marcoaldi, La trappola, Torino, Einaudi, 2012, pp. 81, € 9,00.



Categorie:Blastare, Davide Valtolina, Poesia

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