Efraim Medina Reyes e «Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio»

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di Fabio Disingrini

Una madre onnipervasiva, un padre assente e due fratelli nelle loro prassi ingannevoli. Un napoletano con tre grammi di cocaina appesi al collo, il suo fidanzato cinese e Lena: la vita di Teo Goldman, aspirante comico affetto da lupus, è un netto contrasto fra l’inerzia della casa-famiglia e un bar segreto nella realtà mutevole di Città Immobile. E poi c’è Vlues nella sua ubiquità silenziosa, l’unica secante fra i due spazi, la materia indispensabile del romanzo di (de)formazione e di Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio.

Ho ventisette anni e sono in una stanza d’ospedale con un italiano ciccione, un’avvocatessa aristocratica e un cinese misterioso. Loro sono la mia nuova realtà fluttuante, il problema è che sono una “realtà fluttuante esterna” che sfugge al mio controllo e, come un meteorite in fiamme, punta lentamente sulla mia realtà ordinaria.

(p. 255)

Fra comicità concettuale, sofisticate esalazioni e invettive sociali, s’imprime sulla nuova pagina di Medina Reyes la poetica nichilista e cerebrale di Teo e della sua pièce “Ciccioli” sulla storia d’amore tra un olandese psicopatico e due sacchi di grasso di cinquanta chili ciascuno: Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio è subito un lungo e controverso assolo interiore (ritmato dal sesso a intervalli regolari, debito e brutale, che si tratti Jewe, Vlues o Lena) che si declinerà in un noir fra misteriose sparizioni e indefinibili piogge di cenere.

Da C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo a Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin, la letteratura di Efraim Medina Reyes avanza il suo durevole canto dell’esagerazione con una scrittura materica e postmoderna di accumuli e detonazioni. E Teo, giovane e asociale ma perfino più provocatorio del suo inventore, è l’ultimo Super-Io, inflessibile sicario concettuale: «Esagerare fa parte della mia natura comica e mi aiuta a calmare i nervi, è come un antibiotico sintattico che mi protegge da infezioni retoriche e crisi melodrammatiche».

Teo è un comico egocentrico che si frange contro la vacuità del 97% degli esseri viventi («Nessun indizio d’intelligenza. Un altro genio incompreso della nullità», dirà Teo a proposito del commesso di una lavanderia…), una forma di biasimo massimalista da non confondere però con la misantropia se penseremo all’evidente prestigio delle “sue” protagoniste femminili: dalle attenzioni osmotiche e bellissime della madre, «anima, nerbo e quintessenza della superrealtà», all’indispensabilità di Vlues, cantata come un blues, o Vlues dell’addio, nella sua assenza; dall’irresistibile freddura della nonna razzista, alla dipendenza strutturale per l’onnipresente Lena nei baci prolungati contro un presente pieno di argomentazioni, «una dipendenza da come percepivo me stesso attraverso i suoi occhi o le cose che accadevano intorno a lei».

Come le altre donne di Città Immobile, le matrone di Palenque che lavorano al posto degli uomini perché tali possano «adempiere ai doveri notturni», queste interpreti sono la motrice di Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio invece dell’apatia negativa dei personaggi maschili, «detriti del futuro»: il padre pressappochista, Victor (il “migliore” amico, codardo e lacrimevole), un poetastro geloso e misogino, i finti poliziotti, triviali ed efferati, e tutta la schiatta dei nemici invisibili. Infine i fratelli di Teo: Marlon, il maggiore e irresoluto, e Ariel, designato al focus su tutte le altre vite.

C’è anche in Medina Reyes una certa indiscrezione sommaria per il nostro paese se Tomate, che è napoletano, dice che in Italia «solo i mafiosos come Berlusconi» hanno domestiche e giardinieri e detesta Beppe Grillo, «il politico di sinistra más rico del mundo», mentre Teo ama l’arte comica di Paolo Villaggio e rievoca il cinema “decolonizzante” di Gillo Pontecorvo. Ma è nella condanna totale del macroluogo hard boiled che si vedono forse le qualità più distinte e irriverenti della sua scrittura. Lugubre e lasciva, misera e cangiante, Città Immobile è una «nazione di cinquemila anime con un’altra cosmogonia»:

Non avevano avuto la rivoluzione industriale né quella sessuale, il futuro era arrivato sotto forma di manufatti che il primo mondo scartava per fare posto ai nuovi modelli, e a causa di quel tratto infame e stratificatore della mentalità schiavista, sarebbero rimasti contro ogni pronostico nell’ottavo mondo, decretando senza saperlo la morte della realtà. […] Svoltai a sinistra in cerca di sobrietà e silenzio, due piccole ambizioni che la città non era in grado di soddisfare. […] Tanto sapevo che fuori non c’era niente, solo sporcizia e umorismo.

(pp. 330-331, 276, 353)

Stefano Benni ha detto che «Bisogna essere stati a lungo in silenzio per scrivere così», e non sarà stato quello del nostro un commento neutrale quand’è così percettibile la rispondenza narrativa di Efraim Medina Reyes. Più ruvido e referenziale, lo scrittore colombiano ricorda Benni per il suo appetito immaginifico, il ricorso all’aneddoto e l’indagine situazionista nel tessuto della mitopoiesi caraibica: una strana forma di combustione spontanea per conoscere Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio.

E. Medina Reyes, Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 425, € 18.

Efraim Medina Reyes

Efraim Medina Reyes



Categorie:Fabio Disingrini, Letterature, Rotte

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  1. Aggiungiamo: nella traduzione dallo spagnolo di Gina Maneri.

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