Come vivevano i felici, storia di una colpa

Come vivevano i felici

di Davide Saini

Massimiliano Governi è uno scrittore con diverse ottime prove narrative alle spalle, opere in cui ha dimostrato una spiccata attenzione per la realtà storico-cronachistica (Chi scrive muore, Einaudi 2000) e l’acquisizione del dolore come elemento cruciale della narrativa (Parassiti, Einaudi 2005).

Il dolore e la cronaca (pur di qualche anno fa) sembrano avere un ruolo molto importante anche nella sua ultima prova: Come vivevano i felici (Collana Italiana, Giunti). Il romanzo è liberamente ispirato alla vicenda di Bernard Madoff, l’uomo che, utilizzando lo schema di Ponzi, ho organizzato una delle più grandi truffe di tutti i tempi; l’uomo che per arricchirsi e avere successo ha truffato persone lontane (banche e fondi per cifre notevoli) ma anche vicine e radicate nella sua comunità, rovinando la vita ad intere famiglie, fino a far suicidare uomini per la vergogna e la disperazione.

Governi si concentra sulla famiglia del truffatore (trasferita come tutta la vicenda dall’America all’Italia), catapultando il lettore in una disperazione e un senso di colpa sordi, viscerali. I figli sono distrutti e vivono un molteplice senso di colpa: in quanto liberi e non puniti sebbene coinvolti nella truffa (oltre ad averne goduto in lungo e in largo i benefici economici), in quanto figli di un uomo che è in carcere anche per coprirli, in quanto causa (quantomeno ereditaria) della disperazione della tantissima gente rimasta truffata.

Il romanzo si chiude rielaborando la fine che realmente toccò al figlio di Madoff, Mark, che nel dicembre 2010 decise di impiccarsi con il guinzaglio del cane avvisando poco prima l’ex moglie di andare a prendere il figlio. Non è mia intenzione qui seguire i diversi richiami alla vicenda di Madoff che sono tanti e precisi nel testo, a partire dalla socia austriaca Sonia Kohn, ma che rischierebbero di portarci ad indagare la vicenda di questa truffa (l’indagine su JP Morgan per complicità, i soldi che giravano in Unicredit e in Bank of Austria) invece di occuparci del testo.

La vicenda viene raccontata tramite brevi capitoletti datati, la datazione non è progressiva ma procede ed indietreggia nel tempo seguendo la volontà del narratore che ci propone i fatti. Non un vero e proprio utilizzo estensivo del flashback quanto proprio un seguire la vicenda nel suo fluire al di là della sequenza temporale. Quasi tutti i capitoli sono ambientati nel 2011 e 2012, anni in cui si immagina si svolgano le fasi finali della RAMBO investimenti e il crollo definitivo dello schema di Ponzi che sta alle sue spalle. Tutte le vicende raccontate risultano funzionali al dramma con cui si apre e si chiude il testo: il suicidio del protagonista di fronte al figlio («E improvvisamente mi sembra insopportabile che il bambino mi veda così, in questa posizione. Cerco di staccare il guinzaglio appeso al tubo sul soffitto ma non ho più un grammo di forza. Provo a parlare ma mi esce una voce strozzata roboante, mi divincolo, scalcio.»).

L’autore si concentra, oltre che sulla narrazione della storia, sul tentativo di capire come umanamente e psicologicamente i personaggi di questa vicenda abbiano vissuto la ricchezza, la sua decadenza, il dramma del carcere e il senso di colpa. Un libro che quindi diventa inevitabilmente morale ma, soprattutto, psicologico; ad interessarci dei personaggi sono le reazioni e i pensieri. Così vediamo la spaesatissima moglie del truffatore girare per il supermercato indossando «un giacchino di volpe, occhiali da sole in oro rosa e pantaloni laceri di una tuta», dimostrare una forte sofferenza psicologica, e chiedere comprensione a una vittima della truffa che le si scaglia contro: «Non lo so … se lei potesse pensare a me come a un essere umano. A una donna, a una madre, altrettanto disperata.» Vediamo il fratello cadere in una depressione devastante aggravata dalle dipendenze e dalla violenza degli attacchi delle famiglie dei truffati (comportamenti che Governi non giudica né giustifica), farsi ricoverare in un ospedale psichiatrico e poi rinascere trasferendosi in un paesino, lavorando come segretario e contabile per una società che si occupa di preparare le famiglie a ogni tipo di disastro.

La vicenda è raccontata dal punto di vista del figlio del truffatore, tramite cui vediamo e viviamo emotivamente i dolori suoi e dell’intera famiglia: il fratello che sta male, la madre, il preside della scuola del figlio che gli comunica che gli altri genitori si lamentano perché anche loro truffati, la devastante crisi coniugale, l’incapacità di gestire i rapporti con il figlio. Lo stesso titolo del libro, molto evocativo e riassuntivo di parte della storia, è preso dal titolo buffamente sbagliato di un tema scritto dal protagonista da bambino (al posto di Fenici).

Il protagonista vede la sua vita e andare a rotoli tra un tiro di coca e l’altro, in un mondo allucinato e marcescente (simbolico il deteriorarsi del pesce sul buffet di una cena in una calda sera romana a casa del protagonista). Il punto di vista narrante, appunto quello del figlio del truffatore, consente a Governi di coinvolgere il lettore, facendolo immedesimare e facendogli in parte capire direttamente quali sono le tensioni cui è sottoposto e cui è sottoposta la sua famiglia.

A chiarire ulteriormente quale sia il tema centrale, ci pensa nelle ultime pagine il testo che il padre sta leggendo in prigione quando apprende della morte del figlio (e significativa la sua citazione in penultima pagina): il dramma teatrale Erano tutti miei figli di Arthur Miller (All my sons, 1947). Governi inserisce quindi un richiamo al più famoso testo sul rapporto tra un figlio e le colpe di un padre, la colpa e la famiglia, il dolore e la colpa etica di fronte al legame di sangue.

Un’opera piena di spunti a cui lo stile e i brevi paragrafi danno una velocità e una piacevolezza di lettura notevoli. In tal senso è molto utile la tecnica dei salti temporali che permette al lettore di ricostruire parte della memoria del protagonista. La comprensione del dramma famigliare, del dolore per il passaggio da ricca famiglia di successo a reietti della società è il centro del libro che utilizza la vicenda di Madoff come ambientazione realistica per questa tragedia. Del resto il libro più che sfruttare la notorietà della vicenda cronachistica finisce per ricordarla al lettore italiano che nella maggior parte dei casi se ne è dimenticato.

Governi non entra nel merito della cronaca ma allo stesso tempo ci ricorda, con l’analisi della tragedia personale e famigliare di Madoff e del figlio e con la descrizione dei devastanti effetti sociali, l’entità di una truffa ormai quasi del tutto dimenticata. La chiave di interesse è però quella della psicologia e della sofferenza personale, che consente all’autore di rappresentare una truffa che era già sintomo del preoccupante degradarsi del nostro sistema economico.

Un libro molto piacevole e molto interessante per chi vuole cercare di capire di più sulle reazioni dell’uomo, e della sua psiche posti davanti al dolore. Un libro che analizza il fattore umano, il terreno da cui è nata la truffa Madoff, senza volerne dare interpretazioni pretenziosamente generali (come invece fanno altri su argomenti simili). Un testo che analizza il piccolo, il privato, il personale nel tentativo di avvicinarsi alla comprensione dell’uomo, anche dell’uomo che truffa e che ruba, raccontando una storia che non deve essere dimenticata senza impantanarsi nella morale.



Categorie:Davide Saini, Letterature

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