Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Paolo Cognetti

La moltiplicazione di imprese editoriali piccole e piccolissime; la discutibile politica degli “esordienti” – arrivata quasi a codificare un sottogenere letterario; la relativa facilità di accesso al sistema editoriale; l’esplosione di festival, rassegne e saloni come principale mezzo per rendere attraente e vendibile il mondo dei libri; i social network e la blogosfera letteraria; la trasformazione della figura dell’intellettuale; la discussione su nuove e vecchie categorie teoriche come tentativo di rilanciare una riflessione critica sulla scrittura…

Tanti sono i problemi e altrettante le potenzialità che si aprono a chi scrive al tempo del web 3.0 e del “tutto culturale”. Chi meglio dei “nuovi entrati” nel sistema letterario italiano può rispondere a dieci domande sulla scrittura e le sue forme nell’Italia degli anni Dieci?

Paolocognetti

1) L’enorme quantità di libri che oggi invadono le nostre librerie mette a dura prova le capacità di “resistenza” delle opere di valore che si affacciano sul mercato. Secondo te, dovrebbe essere compito del “sistema” trovare un nuovo rigore nel filtrare più attentamente le candidature di giovani autori, o spetta piuttosto a chi scrive una maggiore responsabilità, una sorta di autocensura da mantenere fino a che la propria scrittura non abbia raggiunto un giusto livello di maturazione?

Sono dell’idea che le opere di valore si facciano strada da sole, e abbiano i propri mezzi per resistere nel tempo. Una volta possedevamo dei setacci per trovare l’oro in mezzo alla sabbia, che erano prima l’editore, poi il critico letterario e il libraio: se un libro li passava tutti c’erano buone possibilità che fosse davvero un bel libro. Oggi le cose sono un po’ cambiate, di certo si pubblica troppa roba scadente ma esistono ancora editori di cui mi fido e librai che fanno bene il loro lavoro.

2) Gli spazi della scrittura sono oggi moltiplicati a dismisura, in rete e non solo:  credi che lo scrittore faccia bene a cercare di occuparli in maniera più massiccia possibile, o paga di più una strategia di discrezione, di scrittura mirata? In sostanza, esiste una “necessità” della scrittura in questo sistema che ha decuplicato le occasioni di parola?

Per me uno scrittore di narrativa dovrebbe scrivere poco. Ogni parola superflua toglie valore a quelle necessarie, e se credi al valore della parola dovresti credere anche al valore del silenzio, no? E poi se io la mattina scrivo un articolo per un quotidiano, il pomeriggio un intervento su un blog culturale, la sera la prefazione al libro di qualcun altro, che cosa succede alla lingua delle mie storie, come posso proteggerla dall’inquinamento e dal rumore? Quella lingua dovrebbe essere un distillato al massimo grado di purezza, la scrittura è il lavoro dell’alambicco.

3) Qual è la tua posizione di fronte alla dimensione virtuale del sistema culturale? Trovi che l’esplosione di pareri e idee sia fruttuoso? Pensi che la critica possa trovare in questa situazione le premesse per tornare a orientare scelte e gusti?

Penso che la rete abbia dato la parola ai lettori forti, e questo è un bene. Perché i lettori occasionali non aprono un blog letterario, perciò è più facile che lì si parli di libri belli, si scovi la qualità e si smascheri la robaccia. Così come succede nelle riviste, reali o virtuali che siano. Se invece ti stai riferendo ad altri luoghi, quelli in cui scrittori, intellettuali, critici, operatori culturali di vario tipo si confrontano tra loro, personalmente non ne sento la necessità e non li seguo. Conosco scrittori molto attivi nel dibattito e li rispetto, però mi sento più vicino a quelli che scelgono di restarne fuori.

4) Credi sia ancora possibile pensare a un vincolo che leghi la scrittura all’impegno civile? 

Ho l’ideale dello scrittore silenzioso e schivo, ma non di una scrittura che non sia un’azione sul mondo. Temo solo di avere qualche problema con la parola “civile”. Mi sembra implicare l’assunzione di un ruolo all’interno della società, un dovere da cittadino. Ecco, siccome a me la nostra società non piace, e me ne tengo più lontano che posso, preferirei non doverle proprio niente; sento di appartenere piuttosto all’umanità, con cui sono molto contento di assumermi un impegno. Mi impegno a dire la mia su com’è stare al mondo, e prometto di farlo nel modo più onesto possibile.

5) Scrivere è il tuo lavoro? Se sì, in che forme? Se no, come riesci a coniugare il tuo lavoro con la scrittura?

Ti rispondo apertamente: in nove anni e cinque libri ho guadagnato circa 30.000 euro tra diritti sulle vendite, premi letterari e traduzioni all’estero. Cioè di gran lunga troppo poco per viverci. In compenso c’è l’insegnamento ai corsi di scrittura, di cui sono riuscito a fare quasi un lavoro, e più di recente le traduzioni dall’inglese, che non credo otterrei se non fossi un autore pubblicato. Insomma se consideriamo l’indotto portato dai libri allora sì, riesco a vivere di questo. Negli ultimi anni ho fatto anche il barista in un circolo culturale e il cuoco in un ristorante di montagna, ma sempre per pochi giorni alla settimana, riuscendo a tenermi le forze migliori per la scrittura. Per altro sento che questi lavori non la ostacolano, anzi la nutrono, e che non sarebbe sano dedicarsi a lei per tutto il tempo.

Paolo Cognetti

6) Quando scrivi, un racconto o un romanzo, che genere di lettore ti immagini? E come cerchi di raggiungerlo?

Scrivo quello che mi piacerebbe leggere, credo.

7) Tra scrittori e critici c’è una forte vicinanza, spesso dovuta a motivi d’amicizia, spesso ad affinità intellettuali; c’è un critico capace oggi di leggere meglio degli altri le evoluzioni e le implicazioni della produzione letteraria italiana?

Davvero c’è una forte vicinanza? Mah, temo di non saperne molto. L’unico critico che conosco di persona è Goffredo Fofi, un vecchiaccio che continua a dire cose sensate e quando lui mi consiglia un libro in genere mi fido. Per il resto penso che uno scrittore dovrebbe essere amico dei falegnami, dei muratori, dei pastori di mucche, degli osti e degli ubriaconi, vivere insieme a gente che fa tutt’altro, meglio se con le mani.

8) Se guardi all’attuale situazione letteraria italiana, ti sembra che si possa parlare di poetiche, di modelli preminenti, o invece prevale un sistema puntiforme dove ognuno costruisce il suo percorso in maniera indipendente rispetto agli altri colleghi, anche se amici o affini? 

Mi sembra che delle tensioni comuni si possano individuare. Una la chiamerei una tensione alla serietà, dopo che per molto tempo l’ironia è sembrata un valore di per sé: trovo meno sarcasmo nel raccontare il mondo, che significa anche meno presunzione, meno moralismo, più domande che ci poniamo scrivendo. Poi finalmente una certa stanchezza nei confronti del giovanilismo: anni fa gli esordienti infarcivano le proprie storie di riferimenti pop e gerghi adolescenziali; oggi mi capita di leggere trentenni la cui lingua non tradisce l’età, e ne sono molto contento. Poi ancora, una nuova centralità di temi come il lavoro, l’immigrazione, la città, dove prima si parlava quasi solo di famiglia, nevrosi famigliari e depressioni varie della provincia italiana. Mi pare che gli scrittori siano tornati ad affrontare i temi forti.

9) Credi che la tradizione letteraria italiana, e in particolare quella romanzesca, soffra ancora del provincialismo che tanto spesso le è stato imputato? Quando scrivi hai come riferimento autori appartenuti al nostro passato e scrittori che hanno vissuto in altri luoghi?

Intendiamoci su che cos’è provinciale: per me è la marginalità dei temi che affrontiamo, non del paesaggio che sta loro intorno. Non è provinciale ambientare un romanzo in un paesello sull’appennino se non temiamo di confrontarci con la grande letteratura: per temi, lingua, respiro del racconto, ambizioni. Quanto ai riferimenti, i miei sono più americani che italiani. Solo da poco mi sento attratto da autori come Pavese e Fenoglio, forse perché vorrei provare a raccontare la montagna e loro l’hanno fatto molto bene.

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Senz’altro Nick Adams. O almeno andarci a pesca insieme.

Il ragazzo selvaticoPaolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari (Vietato scappare, IsbamBoxLa notte del leoneRumore di fondo) che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Sempre su New York nel 2010 ha pubblicato New York è una finestra senza tende (Contromano Laterza). Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo (2004), Una cosa piccola che sta per esplodere (2007) e Sofia si veste sempre di nero, selezionato al Premio Strega 2013. Tiene un blog, paolocognetti.blogspot.it. Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna (Terre di mezzo 2013) è il suo ultimo libro.

Precedenti puntate di Dieci per Dieci:

13/06/2013 – Giorgio Fontana

20/06/2013 – Gabriele Dadati

27/06/2013 – Alessandro Raveggi

04/07/2013 – Giusi Marchetta

11/07/2013 – Gabriele Ferraresi

18/07/2013 – Paolo Sortino

25/07/2013 – Tommaso Giagni

12/09/2013 – Marco Montanaro

19/09/2013 – Andrea Gentile

26/09/2013 – Vanni Santoni

03/10/2013 – Giovanni Montanaro

10/10/2013 – Paolo Di Paolo

17/10/2013 – Virginia Virilli

24/10/2013 – Andrea Scarabelli

31/10/2013 – Emmanuela Carbé



Categorie:Dieci per Dieci

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2 replies

  1. Cognetti dice cose sempre intelligenti, Ho iniziato l’anno con il suo Sofia e lo chiudo con questa bella intervista.
    grazie!

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  1. Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Fabio Deotto | La Balena Bianca

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