Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Andrea Scarabelli

La moltiplicazione di imprese editoriali piccole e piccolissime; la discutibile politica degli “esordienti” – arrivata quasi a codificare un sottogenere letterario; la relativa facilità di accesso al sistema editoriale; l’esplosione di festival, rassegne e saloni come principale mezzo per rendere attraente e vendibile il mondo dei libri; i social network e la blogosfera letteraria; la trasformazione della figura dell’intellettuale; la discussione su nuove e vecchie categorie teoriche come tentativo di rilanciare una riflessione critica sulla scrittura…

Tanti sono i problemi e altrettante le potenzialità che si aprono a chi scrive al tempo del web 3.0 e del “tutto culturale”. Chi meglio dei “nuovi entrati” nel sistema letterario italiano può rispondere a dieci domande sulla scrittura e le sue forme nell’Italia degli anni Dieci?

© Federico Barbon

© Federico Barbon

1) L’enorme quantità di libri che oggi invadono le nostre librerie mette a dura prova le capacità di “resistenza” delle opere di valore che si affacciano sul mercato. Secondo te, dovrebbe essere compito del “sistema” trovare un nuovo rigore nel filtrare più attentamente le candidature di giovani autori, o spetta piuttosto a chi scrive una maggiore responsabilità, una sorta di autocensura da mantenere fino a che la propria scrittura non abbia raggiunto un giusto livello di maturazione?

Penso che pubblicare sia una responsabilità, e che chiunque lo faccia debba assumersela. Non porrei il problema in termini quantitativi, stabilire un ipotetico numero ottimale di libri pubblicati e lamentare un’eccedenza mi pare una questione secondaria. Dal punto di vista commerciale, certamente la questione esiste: difficile che un titolo abbia un conto economico in attivo se viene sostituito sullo scaffale a un mese dalla sua uscita, o se addirittura su quello scaffale non è mai arrivato. Ma la questione che mi interessa è precedente: a prescindere dal numero di titoli usciti, dal fatto che sia l’anno dell’autofiction o quello dell’esordiente, uno scrittore deve soltanto fare i conti con se stesso e con la propria opera, e con essa rivolgersi ai lettori chiedendo il loro tempo e di norma anche i loro soldi. Per farlo credo debba essere convintissimo della potenzialità comunicative del proprio lavoro e quindi non essere uno sterile sfogo di ego. Penso che i capolavori della letteratura non siano stati originati da una felice contingenza del sistema letterario; magari favorite, questo sì. Chiarito questo, posso aggiungere che il problema non è in un ipotetico facile accesso alla pubblicazione (non sono convintissimo che questo sia più così semplice, almeno con editori per così dire di qualità), quanto alla tendenza a far passare come letteratura moltissimi libri che sono altro. Sotto questo aspetto, il danno maggiore l’hanno fatto i grandi editori che, invece di attestarsi in modo autorevole facendo leva su una storia editoriale e un’eventuale qualità del proprio catalogo storico, sono i primi a rincorrere istericamente ogni nuova tendenza sperando che dia sollievo alle loro casse disastrate.

2) Gli spazi della scrittura sono oggi moltiplicati a dismisura, in rete e non solo: credi che lo scrittore faccia bene a cercare di occuparli in maniera più massiccia possibile, o paga di più una strategia di discrezione, di scrittura mirata? In sostanza, esiste una “necessità” della scrittura in questo sistema che ha decuplicato le occasioni di parola?

No, non penso che la necessità di scrittura sia aumentata, semplicemente che quello che prima restava al di fuori delle pagine dei libri o degli articoli editi era confinato a una dimensione diaristica o di corrispondenza privata (anche se magari in seguito pubblicata). Oggi c’è la rete e per la maggior parte degli autori è un’occasione troppo ghiotta. Si tratta di una situazione condizionata da un mezzo che prima non c’era. Personalmente credo paghi (sia in termini di autopromozione sia in termini di azione culturale) un uso consapevole del mezzo, mentre ritengo che la dinamica dell’occupazione massiccia di spazi come la definisci efficacemente sia deleteria, e non faccia altro che alimentare la parte peggiore dell’ego, che in un percorso artistico può solo essere d’intralcio.

3) Qual è la tua posizione di fronte alla dimensione virtuale del sistema culturale? Trovi che l’esplosione di pareri e idee sia fruttuoso? Pensi che la critica possa trovare in questa situazione le premesse per tornare a orientare scelte e gusti?

Internet offre un grande potenziale alla critica letteraria perché rende davvero accessibili i propri contenuti, e quindi questi potrebbero essere molto più influenti che su carta (accesso gratuito alle informazioni; recensioni sempre leggibili anche dopo la data di pubblicazione; semplicità di condivisione con i propri contatti; eventuale interazione; etc.). Purtroppo al momento sono poche le realtà di valore online, e di queste nessuna mi pare abbia reale impatto. Per quanto riguarda i commenti, a quanto pare i siti letterari sono i territori più fertili per i troll informatici, e quindi ho empiricamente poca fiducia nella possibilità di attuare un reale confronto. Inoltre trovo del tutto deleterio Facebook, che soffia sul fuoco egocentrico di molti autori che sembrano passare buona parte del proprio tempo a scrivere per far guadagnare Zuckeberg e sono capaci di risentirsi a morte per questioni come attribuzioni di like e via dicendo.

4) Credi sia ancora possibile pensare a un vincolo che leghi la scrittura all’impegno civile?

Sì, credo sia possibile e quantomeno auspicabile. Non mi spingo a dire che sia necessario, perché esiste e sempre esisterà una letteratura sospesa, fuori dal proprio tempo, impegnata a confrontarsi in altri terrori; ma essa è per forza di minoranza, e compete a pochissimi autori (più per indole che per scelta). Per gli altri il confronto con il proprio tempo è inevitabile, e scrivendo è inevitabile prendere posizione, anche se certo questo non significa scrivere libri a tesi o di attualità.

5) Scrivere è il tuo lavoro? Se sì, in che forme? Se no, come riesci a coniugare il tuo lavoro con la scrittura?

Il mio lavoro è stato fin ora contiguo alla scrittura, appena uscito dall’università come ufficio stampa di iniziative culturali, quindi collaboratore di case editrici, autore freelance, editor, traduttore, etc. In questo senso sì, la scrittura fa parte del mio lavoro. Questo però non è necessariamente un vantaggio: la scrittura narrativa non mi permette di guadagnare un reddito sensato, per cui in un’ottica di sopravvivenza economica diventa subordinata rispetto a quella professionale. Ma purtroppo il campo mentale da cui attingono è lo stesso, quindi non è molto semplice riuscire a conciliare le due cose. Per esempio, dopo una giornata passata a editare il libro di un altro, è molto difficile tornare a casa e rimettersi al computer per scrivere il proprio: l’attenzione e la creatività sono ormai bruciate.

© Melania Pavan

© Melania Pavan

6) Quando scrivi, un racconto o un romanzo, che genere di lettore ti immagini? E come cerchi di raggiungerlo?

Cerco di non immaginare mai alcun tipo di lettore. Pubblicare qualcosa significa appunto permettere a un testo di staccarsi da te e di raggiungere chiunque desideri entrarvi in contatto. Non scrivo per un pubblico specifico. Penso che più che sforzarsi di raggiungere un ipotetico lettore (di fatto inesistente) occorra tentare di arrivare al cuore delle storie che si raccontano.

7) Tra scrittori e critici c’è una forte vicinanza, spesso dovuta a motivi d’amicizia, spesso ad affinità intellettuali; c’è un critico capace oggi di leggere meglio degli altri le evoluzioni e le implicazioni della produzione letteraria italiana?

Trovo molto carente la critica letteraria e spesso evidenti i legami d’amicizia di cui parli. Ho notato una tendenza a esprimere pochissimi giudizi: in molti casi le recensioni diventano poco più di un riassunto e di un profilo dell’autore. C’è da dirlo, è anche colpa del poco spazio a disposizione: come si fa a recensire un libro in 600 battute? Più che un nome di un critico, sottolineo un’assenza, quella di “Pulp Libri”, storica rivista che ha chiuso quest’estate nel silenzio generale. Come suo ex collaboratore, posso testimoniare l’assoluta onestà e libertà d’azione che offriva al critico.

8) Se guardi all’attuale situazione letteraria italiana, ti sembra che si possa parlare di poetiche, di modelli preminenti, o invece prevale un sistema puntiforme dove ognuno costruisce il suo percorso in maniera indipendente rispetto agli altri colleghi, anche se amici o affini?

Tendenzialmente prevale il sistema puntiforme, anche se le mode non sono secondarie: dall’apocalittico alla morte del romanzo, mi pare siano tendenze in linea con la categorizzazione della multinazionale editoriale che propone ovunque gli stessi prodotti precotti. Basta aver lavorato a contatto con le submission d’agenzia del mondo anglofono per rendersene conto. Ci sono stati poi tentativi di individuazione poetica, e cito per esempio il New Italian Epic dei Wu Ming e Senza trauma di Daniele Giglioli, che hanno avuto il merito di tentare un ragionamento su carta sul presente, ma personalmente li ho trovati fondati fino a un certo punto. Di tutt’altro livello (in negativo) sono gli articoli dei supplementi culturali che tentano di rimpiazzare la recensione con il pastone che cerca a tutti i costi di trovare un filone comune, costringendo i collaboratori a inventarsi nuove tendenze per far felice il proprio caporedattore aggregando tre o quattro libri in un unico pezzo.

9) Credi che la tradizione letteraria italiana, e in particolare quella romanzesca, soffra ancora del provincialismo che tanto spesso le è stato imputato? Quando scrivi hai come riferimento autori appartenuti al nostro passato e scrittori che hanno vissuto in altri luoghi?

Penso ne soffra più adesso rispetto che per esempio nel secondo dopoguerra. Credo ci sia un’inspiegabile soggezione nei confronti dello storytelling, una vocazione a preservare una posizione provinciale. Il che, da persona che crede nella necessità di abolire i confini geografici e culturali, mi sembra assurdo. Per quanto riguarda gli scrittori di riferimento, mi interessano le loro opere, non la loro nazionalità.

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Ma essere un personaggio letterario è più una maledizione che un augurio! Sventura per sventura, allora tanto vale citare il fulminato Ulises Lima dei Detective selvaggi di Roberto Bolaño.

La velocità di lottaAndrea Scarabelli è nato nel 1983; vive e lavora a Milano. Ha scritto racconti comparsi su diverse riviste e antologie. Ha pubblicato la docufiction Beautiful (No Reply, 2008) e ha curato l’antologia Suonare il paese prima che cada (Agenzia X, 2011). Suoi testi sono comparsi su “Pulp Libri”, “Rolling Stone”, “La Lettura”, “il manifesto”, “Atti impuri”. Insieme a Marco Philopat organizza Slam X, festival di letteratura, musica e performance. La velocità di lotta (Agenzia X, 2013) è il suo ultimo romanzo.

Precedenti puntate di Dieci per Dieci:

13/06/2013 – Giorgio Fontana

20/06/2013 – Gabriele Dadati

27/06/2013 – Alessandro Raveggi

04/07/2013 – Giusi Marchetta

11/07/2013 – Gabriele Ferraresi

18/07/2013 – Paolo Sortino

25/07/2013 – Tommaso Giagni

12/09/2013 – Marco Montanaro

19/09/2013 – Andrea Gentile

26/09/2013 – Vanni Santoni

03/10/2013 – Giovanni Montanaro

10/10/2013 – Paolo Di Paolo

17/10/2013 – Virginia Virilli



Categorie:Dieci per Dieci

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