Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Virginia Virilli

La moltiplicazione di imprese editoriali piccole e piccolissime; la discutibile politica degli “esordienti” – arrivata quasi a codificare un sottogenere letterario; la relativa facilità di accesso al sistema editoriale; l’esplosione di festival, rassegne e saloni come principale mezzo per rendere attraente e vendibile il mondo dei libri; i social network e la blogosfera letteraria; la trasformazione della figura dell’intellettuale; la discussione su nuove e vecchie categorie teoriche come tentativo di rilanciare una riflessione critica sulla scrittura…

Tanti sono i problemi e altrettante le potenzialità che si aprono a chi scrive al tempo del web 3.0 e del “tutto culturale”. Chi meglio dei “nuovi entrati” nel sistema letterario italiano può rispondere a dieci domande sulla scrittura e le sue forme nell’Italia degli anni Dieci?

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1)  L’enorme quantità di libri che oggi invadono le nostre librerie mette a dura prova le capacità di “resistenza” delle opere di valore che si affacciano sul mercato. Secondo te, dovrebbe essere compito del “sistema” trovare un nuovo rigore nel filtrare più attentamente le candidature di giovani autori, o spetta piuttosto a chi scrive una maggiore responsabilità, una sorta di autocensura da mantenere fino a che la propria scrittura non abbia raggiunto un giusto livello di maturazione?

Parlando con un amico di queste Dieci domande a cui dovevo rispondere, sono venuti fuori qua e là degli appunti, anzi direi proprio delle obiezioni al mio atteggiamento definito forse eccessivamente aggressivo e competitivo. In sostanza dopo un po’ che argomentavo sia l’una che l’altra delle opzioni espresse nella domanda mi è stato detto di calmarmi perché, da parte di una persona che scrive e ha avuto la fortuna di esordire con un’importante casa editrice, era molto supponente il lamentarsi di chi troppo pubblica, di chi troppo scrive . “Mah, secondo me invece di preoccuparti di cosa deve fare o non fare il sistema o gli aspiranti scrittori dovresti concentrati semplicemente sullo scrivere cose belle e di qualità”, mi ha detto. Penso che è quello che cercherò di fare.

2) Gli spazi della scrittura sono oggi moltiplicati a dismisura, in rete e non solo: credi che lo scrittore faccia bene a cercare di occuparli in maniera più massiccia possibile, o paga di più una strategia di discrezione, di scrittura mirata? In sostanza, esiste una “necessità” della scrittura in questo sistema che ha decuplicato le occasioni di parola?

Mentre, finora, l’esporsi in maniera massiccia presupponeva forse un’attitudine caratteriale, da qualche mese a questa parte inizio a pensare che diventerà proprio la norma, diventerà parte del mestiere. Cioè, chi scrive, per “scrittura” dovrà per forza intendere oltre che la scrittura di libri, di articoli su riviste cartacee, anche la scrittura in varie forme sul web e sui vari social network. In fondo i media sono con sempre più evidenza un mezzo di trasporto, e la scrittura un semplice passeggero. Quella dello scrittore, come figura mitica e pura, si va modificando.

3) Qual è la tua posizione di fronte alla dimensione virtuale del sistema culturale? Trovi che l’esplosione di pareri e idee sia fruttuoso? Pensi che la critica possa trovare in questa situazione le premesse per tornare a orientare scelte e gusti?

Mi collego alle due riposte sopra perché la domanda in qualche modo è connessa alle precedenti. Ripeto, rispetto a questo moltiplicarsi di spazi di scrittura (intesi anche come recensioni e critiche), alla nuova dimensione virtuale della cultura etc., io personalmente sento con sempre maggiore chiarezza di trovarmi di fronte a uno scatto importante: non a un problema da risolvere, ma a un cambiamento profondo, forse il più radicale e profondo da cinquecento anni a questa parte, da Gutenberg per intenderci, quindi il mio ruolo non può che essere quello di prenderne atto e interessarmene, e sperare di venire anche un po’ invasa da questo cambiamento come quando si cade dal surf e si sta per prendersi un’ondata: la prima regola è “morbidezza”.

4) Credi sia ancora possibile pensare a un vincolo che leghi la scrittura all’impegno civile?

Pasolini in un’intervista con Biagi fatta negli anni Settanta disse a proposito del suo suscitare sempre reazioni polemiche con le sue opere che forse questo era determinato da una sua tendenza a immettere sempre l’oxymoron nella sua scrittura, cioè a costruire il suo pensiero per opposizioni, cosa che impediva alle sue creazioni di essere consumate in modo liscio, normale. Ecco, io credo in questa matrice istintiva e quasi indeterminabile dell’impegno civile. Viceversa non credo a un impegno civile che si manifesta perché altrimenti come autori ci sente sminuiti, meno importanti.

5) Scrivere è il tuo lavoro? Se sì, in che forme? Se no, come riesci a coniugare il tuo lavoro con la scrittura?

Allora, sì la scrittura è il mio lavoro, nel senso che mi dedico totalmente a questo, non faccio altro per guadagnare e cerco di vivere alternando risparmi e guadagni.

E riguardo le forme, per ora si può declinare quasi esclusivamente in narrativa e teatro.

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6) Quando scrivi, un racconto o un romanzo, che genere di lettore ti immagini? E come cerchi di raggiungerlo?

Sì, spesso mi figuro le mie parole lette da qualcuno, ma non lo saprei definire nei suoi tratti psicologici e caratteriali, anche perché non mi sono mai fatta un’idea precisa delle varie tipologie di lettori, non li ho incasellati. Se per esempio dovessi descriverlo esteticamente sarebbe una specie di uomo castano molto severo che sta seduto di tre quarti in penombra, tipo quelli disegnati nei libri dei corsi d’inglese.  Comunque più che una fantasia attiva che ha in sé un fine, direi che è una pratica istintiva e piacevole. 

7) Tra scrittori e critici c’è una forte vicinanza, spesso dovuta a motivi d’amicizia, spesso ad affinità intellettuali; c’è un critico capace oggi di leggere meglio degli altri le evoluzioni e le implicazioni della produzione letteraria italiana?

Mi dispiace, ma non posso rispondere. Non perché sia una qualunquista, ma perché non mi piace molto leggere le critiche letterarie (tranne quelle di Goffredo Fofi e del libro italiano letto da un critico straniero su Internazionale) e poi sono da pochissimo tempo definibile “scrittrice” e non ho avuto ancora modo di stringere una particolare vicinanza con nessun critico.

8) Se guardi all’attuale situazione letteraria italiana, ti sembra che si possa parlare di poetiche, di modelli preminenti, o invece prevale un sistema puntiforme dove ognuno costruisce il suo percorso in maniera indipendente rispetto agli altri colleghi, anche se amici o affini?

La seconda, mi sembra innegabile. Ma anche perché mi pare che non ci sia più un pubblico di lettori che richieda questo tipo di comunione e di coerenza rispetto a una direzione. In questo periodo la fruizione dei prodotti culturali e di intrattenimento sta diventando molto personale, è praticamente in un rapporto uno a uno, e ho impressione che il lettore ami più trovarsi di fronte alla voce di un individuo che a qualcosa di cui percepisce una portata di pensiero più grande di lui. Semmai, quando non c’è la costruzione di un percorso indipendente è perché evidentemente si è deciso di seguire dei filoni tematici dettati da strategie commerciali, certo non da una pura discussione culturale continuativa tipo quella che avveniva più di mezzo secolo fa.

9)  Credi che la tradizione letteraria italiana, e in particolare quella romanzesca, soffra ancora del provincialismo che tanto spesso le è stato imputato? Quando scrivi hai come riferimento autori appartenuti al nostro passato e scrittori che hanno vissuto in altri luoghi?

Rispetto al provincialismo, io credo che il provincialismo sia una virtù. Fellini diceva che quando uno parla delle cose che conosce, parla di se stesso, della propria famiglia, del proprio paese, della neve, della pioggia, della stupidità, dell’ignoranza, quando uno parla delle cose della vita in maniera sincera, con umiltà, be’ probabilmente fa un discorso che tutti possono capire, tutti possono far proprio.

Rispetto alla seconda domanda invece, sì, tengo molto presente autori appartenuti al nostro passato e anche scrittori che hanno vissuto in altri luoghi.

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Una delle giovani donne del Decameron, perché ho sempre voluto capire da vicino com’era questa faccenda della peste.

Ossa del GabibboVirginia Virilli è nata  a Spoleto nel 1981; vive a Roma. Nel 2005 scrive il suo primo monologo, Mammamiro. Nel 2007 vince il premio Donne e Teatro con la trilogia Micamadonne (Sbinnonna Speranza, Roy, Pisciatina), che viene poi prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria. Ha sempre interpretato e diretto i suoi testi. Nel 2008 è stata segnalata come nuova attrice under 30 al Premio Ubu, il maggiore riconoscimento italiano per nuovi interpreti. Le ossa del Gabibbo (Feltrinelli 2012) è il suo primo romanzo.

Precedenti puntate di Dieci per Dieci:

13/06/2013 – Giorgio Fontana

20/06/2013 – Gabriele Dadati

27/06/2013 – Alessandro Raveggi

04/07/2013 – Giusi Marchetta

11/07/2013 – Gabriele Ferraresi

18/07/2013 – Paolo Sortino

25/07/2013 – Tommaso Giagni

12/09/2013 – Marco Montanaro

19/09/2013 – Andrea Gentile

26/09/2013 – Vanni Santoni

03/10/2013 – Giovanni Montanaro

10/10/2013 – Paolo Di Paolo



Categorie:Dieci per Dieci

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