Le trafitture del mondo – “Frontiera” e “Diario di Algeria” di Vittorio Sereni

 

Sereni2di Andrea Pastore

Nel faticoso tentativo di definire cosa fosse la poesia, Paul Celan parlò di «un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino». Se il concetto di “predestinazione” si discosta un poco da una poesia così riservata come quella di Vittorio Sereni, sicuramente tutt’altra consonanza ha quello di “attenzione”. Attenzione, va da sé, alle problematiche – letterarie e non – della contemporaneità, ma anche profonda scrupolosità nel mantenere una lucida posizione personale lontana dalle correnti e dalle mode, fedele ai propri ritmi e alle proprie necessità. Nel centenario della nascita (e a trent’anni dalla morte) di uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, la Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore propone una splendida edizione commentata (a cura di Georgia Fioroni) delle sue prime due raccolte di versi: Frontiera e Diario d’Algeria, uscite rispettivamente nel 1941 e nel 1947.

La veste di Sereni è la classicità dei maggiori, una voce limpida che sin dall’esordio regala momenti fulminanti. Frontiera è un’opera inquieta: racconta una giovinezza «che non trova scampo», scoperta nella fatale consapevolezza della propria brevità. Accogliendo moduli dell’ermetismo senza tuttavia aderirvi completamente (si è parlato a proposito di “ermetismo debole”), il libro si accende di una certa purezza lirica, eppure non sfocia in una chiusa rarefazione. Nella forte presenza di Luino e del suo specchio d’acqua, ritrovati in un mutevole spettro di tonalità e variazioni cromatiche, i componimenti sono percorsi da ombre che assumono di volta in volta significati differenti, che cambiano la direzione del discorso nelle lapidarie congiunzioni di un verso: i morti che si annidano nei colori e negli elementi naturali sono una presenza fedele e al contempo minacciosa («Voi morti non ci date mai quiete/e forse è vostro/il gemito che va tra le foglie/nell’ora che s’annuvola il Signore», Strada di Zenna), e così il lago stesso «che rapisce uomini e barche/ma colora le nostre mattine» (Ecco le voci cadono e gli amici). Le impetuose prospettive del ricordo si stagliano sulle pagine nella compresenza di vivi e defunti, assorbono il passato e incidono sul presente attraverso un tempo di determinazioni, di scatti e contrazioni che riproduce le traiettorie del pensiero. L’inquietudine di un’età fuggevole deve affrontare un intrico di corrispondenze nel quale anche i luoghi si fanno interlocutori diretti, spesso personificati in attesa di un riscontro, di un’incerta comunione (Paese):

Ma tu ti neghi

e monotono ti chiudi

in prati grami d’inverno,

in disperate brughiere

che salgono verso il confine

A ciò si aggiungono le figure femminili, che compaiono più volte in una sorta di dimensione mancata: sia essa presagio di una perdita di vitalità (come ne Le mani), oppure incolmabile distanza di un lutto («E sempre io resto/di qua dalla nube smemorata/che chiude la tua dolce austerità», La sera invade il calice leggero). Nel percorso di lettura, poi, la fitta rete di note permette di individuare con precisione l’ampia gamma di suggestioni intertestuali, ricostruendo minuziosamente una molteplicità di voci che spaziano da Virgilio a Leopardi, da Saba, Ungaretti, Montale e Quasimodo a Bertolucci e Luzi, sino all’amica e compagna di studi Antonia Pozzi (ricordata anche in 3 Dicembre).

Diversa invece la natura del secondo libro, cui fa irrimediabilmente da sfondo la guerra, decisiva in maniera specifica nell’opera di Sereni per il carattere particolare della sua esperienza, con l’immobilità della prigionia e la conseguente mancata partecipazione alla Resistenza che lo segneranno profondamente. L’atmosfera bellica emerge come stato di attesa, di estraneità, in una misura intima e individuale. Nella prima parte della raccolta ci sono ancora segni di mobilità, ma è una mobilità già stravolta; nel lungo itinerario di tradotte e incomprensioni (« –…Donau? –/– Nein Donau, Sava – come in sogno/dice la sentinella e rulla un ponte/sotto il convoglio che s’attarda», Belgrado), di presagi nefasti (“sono vestito di polvere e sole,/vado a dannarmi a insabbiarmi per anni», Italiano in Grecia) che accompagnano il soggetto nella personale discesa agli inferi, emergono a tratti figure indimenticabili come il piccolo Dimitrios, la cui grazia e innocenza di bambino brillano un istante per poi perdersi come un «arguto mulinello/che s’annulla nell’afa» (Dimitrios). L’Europa sintonica di Frontiera («A quest’ora/innaffiano i giardini in tutta Europa», Concerto in giardino) si trasforma in un paese drammatico («Europa Europa che mi guardi/scendere inerme e assorto in un mio/esile mito tra le schiere dei bruti», Italiano in Grecia), e lascerà poi spazio alla mostruosità di un’inquietante prosopopea (Il male d’Africa):

[…] Gibilterra! un latrato

il muso erto d’Europa, della cagna

che accucciata lì sta sulle zampe davanti:

Tardi, troppo tardi alla festa

– scherniva la turpe gola –

troppo tardi […]

Nella sezione Diario d’Algeria, il colore più scuro prende il sopravvento: nel limbo dei campi di concentramento del Nord Africa l’io, costretto alla frantumazione dell’inerzia coatta, è «morto/alla guerra e alla pace» (Non sa più nulla, è alto sulle ali). È un universo chiuso fatto di immagini che non giungono alla luce, dove «la voce più chiara non è più/che un trepestio di pioggia sulle tende,/un’ultima fronda sonora/su queste paludi del sonno» (Un improvviso vuoto del cuore). La ripetizione meccanica di gesti e azioni spegne un’esistenza dolorosa poiché ridotta ai minimi termini («Non sanno d’essere morti/i morti come noi,/non hanno pace./Ostinati ripetono la vita/si dicono parole di bontà/rileggono nel cielo i vecchi segni», Non sanno d’essere morti), che si illumina solo negli spunti del passato offerti dalla memoria (Ahimè come ritorna):

Ahimè come ritorna

sulla frondosa a mezzo luglio

collina d’Algeria

di te nell’alta erba riversa

non ingenua la voce

La triste condizione di segregato periferico, di partecipante a una «guerra girata altrove», si realizza in un silenzio assoluto, nella compiutezza di una geometrica immobilità dell’essere («Ora ogni fronda è muta/compatto il guscio d’oblio/perfetto il cerchio», Solo vera è l’estate e questa sua) che negli anni avrà il peso di un «groppo/convulso di ricordo» (Il male d’Africa).

La forza – pur autosufficiente – della poesia trova, in questa edizione, un ulteriore appoggio nel rigore di un commento che indaga i testi in tutte le loro parti, che dà conto delle fonti e degli sviluppi, che collega episodi e territori fornendo al lettore innumerevoli strumenti di approfondimento. Un importante lavoro critico, che nella sicurezza del metodo e degli esiti raggiunti si fa perfetta celebrazione di un’importante ricorrenza.

Vittorio Sereni, Frontiera e Diario d’Algeria, a cura di Georgia Fioroni, Milano, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, 2013, pp. CIV-429, € 40.



Categorie:Andrea Pastore, Poesia

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1 reply

  1. Un’approccio critico un po’ intricato che usa metafore per spiegare metafore. Interesante, ma un piglio più analitico avrebbe fatto piacere. Forse troppa aderenza allo stile di Sereni?

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