Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Marco Montanaro

La moltiplicazione di imprese editoriali piccole e piccolissime; la discutibile politica degli “esordienti” – arrivata quasi a codificare un sottogenere letterario; la relativa facilità di accesso al sistema editoriale; l’esplosione di festival, rassegne e saloni come principale mezzo per rendere attraente e vendibile il mondo dei libri; i social network e la blogosfera letteraria; la trasformazione della figura dell’intellettuale; la discussione su nuove e vecchie categorie teoriche come tentativo di rilanciare una riflessione critica sulla scrittura…

Tanti sono i problemi e altrettante le potenzialità che si aprono a chi scrive al tempo del web 3.0 e del “tutto culturale”. Chi meglio dei “nuovi entrati” nel sistema letterario italiano può rispondere a dieci domande sulla scrittura e le sue forme nell’Italia degli anni Dieci?

foto_montanaro_Cinque

1) L’enorme quantità di libri che oggi invadono le nostre librerie mette a dura prova le capacità di “resistenza” delle opere di valore che si affacciano sul mercato. Secondo te, dovrebbe essere compito del “sistema” trovare un nuovo rigore nel filtrare più attentamente le candidature di giovani autori, o spetta piuttosto a chi scrive una maggiore responsabilità, una sorta di autocensura da mantenere fino a che la propria scrittura non abbia raggiunto un giusto livello di maturazione?

Più che di autocensura, preferirei parlare di responsabilità. È un lungo percorso di maturazione, in effetti, che dovrebbe portare ciascuno di noi a sapere quando è davvero necessario alzare la mano e aprir bocca. In generale la tentazione di fare, dire, scrivere ogni volta che si può è altissima, perché molteplici sono i mezzi e le occasioni a disposizione per esprimerci, a qualsiasi livello. Sembra che tutto sia lì a portata di mano, che si tratti della possibilità di pubblicare un libro (che è ben altra cosa rispetto a scriverlo) o della possibilità di sedurre in generale. Sembra che sia un diritto inalienabile, la nostra partecipazione al mondo, a tutti i costi. Io credo invece che sia il tempo di gesti e parole essenziali, bisognerebbe essere affamati di esperienze essenziali, necessarie, le nostre, quelle degli altri, bisognerebbe amare l’esitazione, l’esimersi davanti a un mondo che sembra un catalogo Ikea di cose da fare, scrivere, mangiare. L’esitazione, il “preferirei di no” alla Bartleby (giusto un po’ meno fondamentalista), è in grado di aprire tutto un altro mondo dentro di noi che è fatto di cose essenziali, appunto, che si fanno amare davvero.

Vorrei che nel mondo editoriale, perché di questo stiamo parlando, ci fosse questo tipo di approccio, sia da parte degli autori che degli editori. Ed è chiaro che è un serpente arrotolato su se stesso: chi lo conosce sa che è il meccanismo di produzione/distribuzione editoriale a portare alla ricerca degli esordienti, alla sovrapproduzione di libri e dunque alle ridicole statistiche sulla lettura in Italia. Io conosco molta gente che non compra ultime uscite ma è comunque affamata di lettura e, soprattutto, di poesia o bellezza, e allora se la va a cercare nei classici, o nelle canzoni, o nella vita.

2) Gli spazi della scrittura sono oggi moltiplicati a dismisura, in rete e non solo: credi che lo scrittore faccia bene a cercare di occuparli in maniera più massiccia possibile, o paga di più una strategia di discrezione, di scrittura mirata? In sostanza, esiste una “necessità” della scrittura in questo sistema che ha decuplicato le occasioni di parola?

Come dicevo prima, la questione è appunto quella dell’occasione. L’occasione probabilmente fa l’uomo ladro ma certamente non lo fa uomo appieno, non fa una persona. La faccenda è banale: se essere persone significa apparire, e per apparire bisogna occupare tutti gli spazi possibili, allora stiamo prendendo una cantonata colossale. Quanto alla scrittura in senso stretto, cerco sempre di partire dal presupposto che la mia presenza come uomo o uomo che scrive non è indispensabile. È stato bello stare sui social network, ad esempio, ma poi ho realizzato che non erano quelli i posti giusti in cui sistemare le mie parole, che l’indiscreto ero io che in un modo o nell’altro piazzavo sotto il muso degli altri, a tutti i costi, i miei deliri. Adesso tengo attivo solo il mio blog, è la mia casa e così chi ha piacere può venire a trovarmi quando lo desidera davvero.

È chiaro però che la discrezione non paga, e qui la responsabilità è ancora del sistema industriale-editoriale. Devi farti vedere in giro per vendere, e ovviamente non stiamo parlando di qualità di scrittura ma di altre cose. I miei editori mi hanno chiesto spesso di apparire, virtualmente o meno, di farmi vedere in giro. Capisco la necessità da un punto di vista commerciale, e mi sono anche divertito a scarrozzare il mio corpo o la mia copia digitale in lungo e in largo, ma quando scrivi ti occupi d’altro, di discrezione, di persone e storie misteriosamente scomparse nel nulla, di zone d’ombra su cui devi portare un po’ di luce. E poi c’è una questione molto semplice: ha più valore qualcosa che non si lascia sciupare ogni giorno. Se passo troppo tempo a scrivere (uno status, dei versi qui e lì, le conversazioni – dato che per la maggior parte utilizziamo proprio la scrittura per comunicare, una scrittura direi quasi orale, una trascrizione di chiacchiere orali, ma che in fondo resta scrittura), è chiaro che tolgo valore al mio scrivere. Se passo troppo tempo a fornire una rappresentazione di me o di quel che ho da dire, quella rappresentazione si esaurirà presto. Almeno, questo è il modo in cui funziona per me.

3) Qual è la tua posizione di fronte alla dimensione virtuale del sistema culturale? Trovi che l’esplosione di pareri e idee sia fruttuoso? Pensi che la critica possa trovare in questa situazione le premesse per tornare a orientare scelte e gusti?

Non sono un nativo digitale ma sono comunque cresciuto leggendo riviste e blog letterari come Vertigine, Musicaos, Nazione Indiana, Carmilla, inutile, Il primo amore, con alcuni di questi ho anche collaborato o collaboro tuttora. La critica letteraria classica l’ho frequentata un po’ sui libri e sinceramente non so cosa pensarne. A volte mi affascina, mi eccita, altre volte mi sembra tipo certa politica totalmente staccata dalla realtà. A me piace la critica appassionata, sull’esempio di quello che faceva Lester Bangs per la musica, lui amava Lou Reed e andava a farci a pugni. Era appassionato e onesto. Questo è quello che mi piace e non mi importa il nome di chi lo fa. Più che di orientare scelte e gusti, si tratta di riuscire a parlare a quante più persone possibile, fuori dalle marchette, di stabilire contatti e affinità con i lettori, con le persone. Ultimamente mi colpiscono molto le cose che scrive Nicola Lagioia su minima&moralia a proposito di Roberto Bolaño e del superamento del postmoderno, o ancora, sempre su m&m o altrove, gli articoli di Daniele Manusia sul calcio.

L’esplosione di pareri, e torniamo al discorso su qualità, quantità e responsabilità, è in effetti una cosa che dà le vertigini, a volte la nausea. Ma dura poco, si tratta di scegliere col cuore. Se c’è qualcosa di buono in quest’epoca di borbottio infinito e autoreferenziale, è proprio il fatto che ti obbliga a scegliere col cuore, “quello che ti tocca il cuore” per usare l’espressione di un romanzo di Heinrich Böll, oppure a mettere definitivamente il cuore nel freezer.

Poi, a pensarci bene, quasi tutto quel che da anni leggo e scrivo (la cosa bella dello scrivere, anche se ti va male, è il modo in cui ti insegna a leggere) è influenzato da un articolo cartaceo di qualche anno fa a cura di Beppe Sebaste, in cui si parlava di follia, manicomi e di uno scrittore americano, Richard Brautigan. Ora, Beppe Sebaste, di cui ho una stima infinita, non è certo un critico “autorevole” in senso classico, e quell’articolo mi finì sotto il naso in modo del tutto casuale, in mezzo a un mucchio di altra roba. Non so se mi spiego.

4) Credi sia ancora possibile pensare a un vincolo che leghi la scrittura all’impegno civile?

Tra Togliatti e Vittorini ho sempre scelto quest’ultimo. Soprattutto se si parla di impegno civile con militanza politica o ideologica annessa, visto che militanza mi fa pensare a militare, che è una cosa che non mi riguarda (anche se mi piacciono le divise, ma poi se ci penso preferisco le cose che uniscono). L’impegno civile, per me, è fare bene quel che si fa, a qualsiasi livello lo si faccia, qualsiasi cosa si faccia.

Le cose più importanti sulla guerra, ad esempio, me le hanno insegnate libri non propriamente impegnati, o almeno non esplicitamente. Penso ad alcune opere di Kurt Vonnegut o a Una questione privata di Beppe Fenoglio, che non racconta la Resistenza ma l’umanità dentro di essa. Penso anche al cinema di Nanni Moretti, che in fondo si tiene e si fonda soprattutto sui momenti in cui è assente, o è sconfitto, l’impegno civile.

Rileggendo la tua domanda, penso che se togli la n a “vincolo” ottieni una brutta parola. E allora l’impegno civile inteso in senso stretto o classico, soprattutto in Italia, soprattutto per un meridionale come me, nato in una terra di democristiani arricchiti e pigri, è una questione scivolosa. Diventa spesso tifo (per qualcuno anche un lavoro), obbliga a oziose distinzioni tra buoni e cattivi e ti benda davanti alla vita, al mondo, alla sua profondità. L’impegno civile di un libro come Gomorra, ad esempio, era rispettabilissimo, nonché molto laterale, se vogliamo. Adesso c’è gente che intende l’impegno civile come gettare merda su Roberto Saviano, e anche questo sembra un lavoro, per qualcuno. Mi chiedo ancora come sia potuto accadere.

5) Scrivere è il tuo lavoro? Se sì, in che forme? Se no, come riesci a coniugare il tuo lavoro con la scrittura?

Scrivere non è il mio lavoro e questa, ad oggi, è la mia fortuna. Chiaro che ho passato quella fase in cui l’idea di ricevere approvazione (soldi, sesso, sorrisi, altri libri) attraverso la scrittura ha solleticato il mio ego. Per fortuna poi è passata, o comunque non sono stato abbastanza bravo da… Ad ogni modo per me è essenziale avere un rapporto libero con la scrittura, così posso aspettare il momento per me necessario per averci a che fare concretamente. Dico così perché di fatto ho comunque a che fare con lei, un po’ per lavoro (scrittura burocratica per lo più), ma soprattutto perché la intendo come qualcosa che permea completamente la mia vita, anche quando non scrivo. Per cui la domanda esatta è: come riesci a coniugare la tua vita con la scrittura? E la risposta è che la scrittura è un’attitudine, mi fornisce gli strumenti per interpretare e percepire il mondo attorno. Non si tratta ovviamente di piegare la realtà a modelli letterari, anche perché davvero a me interessa il gesto prettamente umano dello scrivere e non la letteratura. Si tratta di mettere nel lavoro, negli affetti e – questa cosa mi è accaduta da poco – nella costruzione di una casa le stesse cose che metto nella scrittura. Lo stesso sforzo di andare in profondità. Non sempre riesce, così come non sempre riesce nella scrittura, del resto. Ma scrivere deve avere questa funzione, che prescinde dal fare libri, è evidente, oppure è inutile. Puoi scrivere poesia, fantascienza o documentari, non ha importanza, è fondamentale che la cosa abbia radici vive e piantate nel mondo. Prima ho parlato di strumenti, allora faccio un parallelo con quello che dice Michela Marzano a proposito della filosofia. La sua non è una filosofia che se ne sta lì per aria, separata dalla realtà, ma è concreta, parte dalla vita e ti fornisce il bastone quando ti senti zoppo e in qualche caso – è il caso della Marzano, affetta da anoressia – ti aiuta a tenere a bada la tua malattia. Tutti abbiamo una malattia e io, come molti, non sono nato con gli strumenti per affrontarla. Quando non li hai, devi fabbricarteli da te, ed è quello che ho fatto con la scrittura. Per cui non si tratta di coniugarla col lavoro o col resto: molto più semplicemente non potrei lavorare né fare molte altre cose, se non scrivessi o se non avessi scritto per un certo periodo della mia vita (e letto, perché, come devo aver scritto prima, la cosa bella è che tentando di imparare a scrivere, ho soprattutto imparato a leggere).

foto montanaro_balena

6) Quando scrivi, un racconto o un romanzo, che genere di lettore ti immagini? E come cerchi di raggiungerlo?

Se, mentre scrivo, realizzo che sto immaginando o sentendo un lettore ideale, quasi sempre finisce che quella cosa che sto scrivendo è molto debole e andrà rivista o gettata via, allontanata fino a dimenticarmene. Anche perché quando si immagina un lettore, e capita a tutti, si finisce con l’immaginarlo più stupido o ingenuo di quanto non sia.

7) Tra scrittori e critici c’è una forte vicinanza, spesso dovuta a motivi d’amicizia, spesso ad affinità intellettuali; c’è un critico capace oggi di leggere meglio degli altri le evoluzioni e le implicazioni della produzione letteraria italiana?

Non ne ho la più pallida idea. Non ho amici critici e pochissimi amici scrittori, per lo più lontani dal posto in cui vivo, con cui è molto bello parlare d’altro o comunque di scrittura, qualche volta di letteratura, e poco (e male, nel senso che diventiamo delle vere e proprie vipere) di tendenze editoriali in atto. Ecco, mi sembra più facile imbattersi in tendenze di mercato che nelle rotte di una vera e propria produzione letteraria.

A me, ad esempio, ha fatto molto piacere parlare non tanto di letteratura quanto di libri, di scrittura, con Paolo Cognetti. Abbiamo parlato soprattutto di gente morta. È una cosa che consiglio a tutti, perché il modo in cui Paolo parla della materia è molto appassionato. Se poi in altri luoghi questo tipo di rapporto si ripete con grande frequenza fino a rappresentare una sorta di sistema e se tutto questo ha generato un individuo in grado di leggere una roba così complessa meglio di altri, questo non posso saperlo.

8) Se guardi all’attuale situazione letteraria italiana, ti sembra che si possa parlare di poetiche, di modelli preminenti, o invece prevale un sistema puntiforme dove ognuno costruisce il suo percorso in maniera indipendente rispetto agli altri colleghi, anche se amici o affini?

Come dice Paolo Conte, “ognuno è sovrano nella propria solitudine”. Per me funziona così, anche perché non seguo molto quello che succede nel mondo editoriale italiano. Se succede qualcosa di buono, poi tutti vogliono inseguire quel modello anche a costo di violentarsi. Anche qui, parliamo di editoria, scrittura o letteratura? C’è un caso editoriale, anche piccolo e di qualità, e tutti gli corrono dietro. La cronaca, l’ossessione per le breaking news con titolone in rosso, si è fatta cronica e ha contagiato anche l’editoria.

Mi chiedo invece chi ha ancora voglia di raccontare le marginalità, chi ha voglia di appassionarsi e far parte di un mondo che non riesce o non vuole far parte dello show o semplicemente se ne disinteressa, laddove lo show sono anche i social network. Ne parlavo l’altro giorno col mio amico Luciano Pagano, che è uno scrittore autentico. So che Veronica Tomassini tiene una rubrica sul Fatto Quotidiano in cui parla degli emarginati, che io chiamo i “rimasti per terra”, delle fasce di popolazione che non contano nulla per il resto del Paese. Credo che Veronica Tomassini parli soprattutto di tossici, alcolizzati e immigrati, ed è molto importante che qualcuno lo faccia, soprattutto con quello stile che caratterizza la scrittura di Veronica. Poi ci sono anche persone che, come dire, sono in società ma hanno comunque assorbito stili di vita e attitudini che un tempo erano del sotto-sottoproletariato. Questo perché la povertà materiale ci sta risucchiando tutti e sta permeando il nostro animo, e se non è quella allora è l’impossibilità di consumare. Trovo assurdo che oggi siano considerati poveri non solo gli indigenti, ma anche le persone che non possono più consumare come dieci o quindici anni fa. E’ evidente che si tratta di un cortocircuito culturale imponente, che ha conseguenze forti sulla nostra percezione e partecipazione al mondo e sui rapporti tra le persone. Sto parlando di un mucchio di gente che sta andando fuori di testa, per esser chiari.

Ecco, vorrei, se proprio devo scegliere, che qualcuno avesse la voglia o il fegato di raccontare tutto questo e poi si fermasse e non scrivesse più nulla, prima di generare una nuova tendenza editoriale.

9) Credi che la tradizione letteraria italiana, e in particolare quella romanzesca, soffra ancora del provincialismo che tanto spesso le è stato imputato? Quando scrivi hai come riferimento autori appartenuti al nostro passato e scrittori che hanno vissuto in altri luoghi?

L’Italia è un’enorme provincia. Ci conosciamo tutti e sappiamo tutto di tutti, anche se fingiamo di ignorarci. Per comprenderla a fondo, questa terra, bisogna vivere in provincia. Della provincia ha lo sgomitare, la tendenza all’invidia, alla gelosia, alla rapacità. E se ci pensi bene, la rapacità, o ancora la greed, quella parola inglese che Eddie Vedder canta nella sua Society, sono termini che spiegano bene quello che sta succedendo nel mondo occidentale in questi anni. Per cui non penso che il provincialismo, in genere, sia un presupposto negativo o qualcosa di cui soffrire, quanto uno dei tanti modi di leggere la realtà a nostra disposizione.

Quanto a me, ho molto amato scrittori come Tabucchi, Parise, Morselli, che riuscivano a passare dal dettaglio della provincia italiana a spazi più ampi con estrema disinvoltura e poesia. Mi piacciono molto gli scrittori che partono da quel che vedono e su quella visione sono in grado di costruire qualsiasi cosa, che possa esser letta dappertutto e in ogni tempo. Mi piace la scrittura che parte come visione legata a una persona per restituirne (il concetto di restituzione, per chi scrive, è fondamentale) un’altra, quanto più universale possibile.

(Io poi vivo in Puglia e sono fortemente convinto che sia la stessa terra di Cormac McCarthy.)

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Mio dio, in cosa mi sto ficcando. Dunque, mi fa un po’ paura pensarmi come personaggio letterario per due motivi. Da un lato mi toglierebbe la possibilità di scrivere (ma non mi sembra una tragedia). Da un altro l’idea di essere evidentemente circondato da altri personaggi, più che da persone, sarebbe terribile. Comunque, se proprio devo scegliere, a volte ho l’impressione di essere già stato il Colin de La schiuma dei giorni. E non mi sarebbe dispiaciuto essere il protagonista de La casa dei libri, di Richard Brautigan (ripubblicato da Isbn col titolo L’aborto), per lo sguardo e le attenzioni che riserva prima ai manoscritti nella sua libreria e poi alla sua Vida, la donna più bella del mondo.

Il corpo estraneoMarco Montanaro è nato nel 1982 e vive in Puglia. Ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo Editore 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); La Passione (Untitl.ed 2010), romanzo-farsa-tragedia in lingua originale; e Il corpo estraneo (Caratteri Mobili 2012), tragedia on the road. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete. Il suo blog è malesangue.com.



Categorie:Dieci per Dieci

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