Roger Waters: The Wall Live

Roger Waters The Wall Live

di Davide Zanini

Molto, molto più di un semplice concerto.

Questo è stato The Wall Live di Roger Waters, andato in scena il 26 luglio allo stadio Euganeo di Padova. Uno show “totale”, in grado di combinare – a livelli altissimi – musica, immagini e scenografie colossali, così come la dimensione dell’intrattenimento più spettacolare con quella dell’impegno e della riflessione più seri e profondi.

Tutto ciò, certamente, non stupisce: lo stesso The Wall (doppio ellepì dei Pink Floyd del 1979) è ben più di un semplice album. Trattasi, infatti, di una delle più importanti e riuscite opere rock di sempre, nella quale Waters (allora bassista, cantante e principale compositore della storica band albionica) era riuscito a creare un indimenticabile concept, dai tratti marcatamente autobiografici.

La storia è quella di Pink (nome) Floyd (cognome), rockstar che sprofonda in un vortice di paranoia, alienazione e isolamento, a cui lo conducono dolorose vicende personali: l’assenza del padre morto durante la Seconda guerra mondiale, la presenza soffocante di una madre apprensiva e invadente, le spinte all’omologazione di un sistema educativo autoritario e repressivo, i tradimenti della moglie, sono i mattoni che spingono Pink a erigere il suo personale e invalicabile muro.

In questa nuova dimensione, il protagonista giunge alla follia di un delirio paranazista, in cui lui, la rockstar, diviene figura carismatica e dittatoriale che esercita la propria presa sulla massa del suo pubblico, gregge senza volto di cui poter disporre a piacimento; salvo poi però riconoscere le proprie responsabilità e la conseguente necessità di abbattere il muro.

Gli allestimenti scenici dei live di The Wall (di quelli storici targati Pink Floyd, così come di quelli più recenti di Waters solista) sono sempre stati particolarmente imponenti e curati: l’idea di fondo è quella di costruire sul palco, durante il concerto, un enorme muro, dietro al quale i musicisti finiscono con l’esibirsi, sottratti agli sguardi del pubblico.

Lo show padovano non ha fatto eccezione, in termini di faraonica spettacolarità e dispiegamento di mezzi ed effetti. In questo senso l’inizio del set, sulle potenti e inconfondibili note di “In the Flesh?”, è da brivido: fuochi d’artificio, luci, fiamme, un piccolo (… ma nemmeno troppo!) aeroplano che si schianta con un boato ai lati del muro. Tutto ciò senza l’intento di dar vita a un vacuo “baraccone” da luna park ma, al contrario, per introdurre al meglio lo spettatore nel clima e nel concept dell’opera – tutt’altro che banale – a cui Waters e i suoi musicisti stanno dando vita.

PIG

Se menzionare i singoli brani eseguiti è fondamentalmente inutile (la scaletta è di fatto quella dell’album The Wall) è invece sostanzialmente impossibile raccontare i singoli dettagli scenografici dello show: sull’enorme muro (150 metri per 10, a occhio) in via di costruzione vengono proiettati video e luci; sul palco si animano le gigantesche figure del Maestro, della Madre e della Moglie; sulla folla dei 45mila dell’Euganeo prende il volo un altrettanto imponente maiale nero … e l’elenco potrebbe continuare.

Quello che in generale si nota, è la tendenza a ricondurre questi aspetti – che sarebbe sbagliato definire “di contorno” – a una dimensione più esplicitamente socio-politico-economica rispetto a quella, maggiormente “esistenziale”, del disco: abbondano infatti immagini e video di vittime di guerra e terrorismo (anche, e soprattutto, di quello “di stato”, come sottolineato dallo stesso Waters); emblemi e slogan di religioni, regimi assolutistici e multinazionali divengono grotteschi simboli di oppressione e distruzione (Apple compresa: ma forse gli spettatori che hanno filmato l’intero concerto con il loro iPhone  non se ne sono accorti); alla celeberrima “Another Brick in the Wall (Part 2)” viene addirittura aggiunta una nuova sezione acustica, dedicata – così come l’intero concerto – a Jean Charles de Menezes.

Dal punto di vista strettamente musicale, il concerto è eccellente quanto la componente visivo-scenografica: l’ormai settantenne Roger Waters è in splendida forma, non si risparmia ed è perfetto nel ruolo di musicista-cantante-attore-intrattenitore carismatico; ottimi e impeccabili anche i (tanti) musicisti che lo accompagnano: da citare almeno la performance della coppia di chitarristi Dave KilminsterSnowy White e del cantante Robbie Wyckoff (…vale a dire i tre membri della band gravati della responsabilità di non fare sentire il peso dell’assenza di David Gilmour).

Roger

Ingrato è il compito di definire degli specifici highlights del concerto, sia per la sua eccellente riuscita, sia per il peculiare carattere unitario dello show. Un elenco non totalmente casuale potrebbe includere il, già citato, pirotecnico avvio con “In the Flesh?”; la sempre emozionante “Mother” (sarà difficile dimenticare la “risposta”, proiettata sul muro in inglese e in italiano, al verso “Mother should I trust the government?”); la splendida “Hey You”, suonata a muro completamente chiuso e senza nessun “spiraglio” che lasciasse intravedere il palco; la straordinaria intensità dell’accoppiata “Vera” – “Bring the Boys Back Home” (per chi scrive, l’assoluto vertice – di concerto e album – quanto a pathos); il capolavoro, universalmente noto, “Comfortably Numb”; la teatralità di “The Trial”, nel cui finale il muro viene abbattuto al grido di “Tear down the wall!”.

In ogni momento dello spettacolo è stato comunque possibile trovare spunti di grande interesse, elementi di forte coinvolgimento emotivo, effetti sorprendenti ed eccellenza musicale (per dovere di cronaca, si è verificato un piccolo inconveniente tecnico soltanto durante l’esecuzione di “Nobody Home”, con qualche bizza del microfono di Waters: nulla di drammaticamente grave, comunque).

Lo ripetiamo, con ciò concludendo: The Wall Live è stato, è e (si spera) sarà sempre molto più di un concerto rock, grazie alla sua natura di vero e autentico spettacolo a tutto tondo, in grado – ed è virtù rarissima – di essere insieme popolare e profondo, maestoso e intelligente, visivamente, musicalmente e intellettualmente stimolante.

Padova, Stadio Euganeo, 26 luglio 2013



Categorie:Davide Zanini, La baleRa bianca

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4 replies

  1. La mia impressione, correggimi se sbaglio, è che rock o meno The Wall sia Opera. La differenza è più che altro la location: l’Euganeo di Padova anziché l’Arena di Verona.

  2. interessante. ma devo farti una piccola precisazione i nomi Pink e Floyd appartengono a 2 musicisti americani di jazz e blues dei primi anni 50. Poi i Pink, sono 4 anche se Waters era la mente e Gilmour un inimitabile e io preferisco Gilmour. Sono loro che hanno reso indimenticabili appunto il gruppo insieme a Mason e Write. comunque è interessante sapere che c’è ancora chi ascolta buonissima musica. Ciao Oscar

  3. Grazie Oscar!
    Quanto dici sull’origine del nome “Pink Floyd” è giusto (i due bluesman in questione sono Pink Anderson e Floyd Council); nell’articolo però si faceva riferimento al fatto che, in The Wall, “Pink Floyd” è il nome del protagonista del concept.
    Nessun dubbio che i Pink Floyd fossero quattro: Waters, Gilmour, Mason e Wright! (senza dimenticare Syd Barrett…)

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