Dieci domande sulla scrittura nell’Italia degli anni Dieci: Alessandro Raveggi

La moltiplicazione di imprese editoriali piccole e piccolissime; la discutibile politica degli “esordienti” – arrivata quasi a codificare un sottogenere letterario; la relativa facilità di accesso al sistema editoriale; l’esplosione di festival, rassegne e saloni come principale mezzo per rendere attraente e vendibile il mondo dei libri; i social network e la blogosfera letteraria; la trasformazione della figura dell’intellettuale; la discussione su nuove e vecchie categorie teoriche come tentativo di rilanciare una riflessione critica sulla scrittura…

Tanti sono i problemi e altrettante le potenzialità che si aprono a chi scrive al tempo del web 3.0 e del “tutto culturale”. Chi meglio dei “nuovi entrati” nel sistema letterario italiano può rispondere a dieci domande sulla scrittura e le sue forme nell’Italia degli anni Dieci?

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1) L’enorme quantità di libri che oggi invadono le nostre librerie mette a dura prova le capacità di “resistenza” delle opere di valore che si affacciano sul mercato. Secondo te, dovrebbe essere compito del “sistema” trovare un nuovo rigore nel filtrare più attentamente le candidature di giovani autori, o spetta piuttosto a chi scrive una maggiore responsabilità, una sorta di autocensura da mantenere fino a che la propria scrittura non abbia raggiunto un giusto livello di maturazione?

Penso che ogni giovane autore che abbia oggi un minimo d’interesse non tanto nell’eccellere e sgomitare quanto nel lavorare sodo e dignitosamente (e nell’aggiornarsi, nell’aggiornare i propri strumenti), viva in ogni caso una competizione immane e spesso inconscia, dovuta ad un sistema editoriale fatto di lanci e idolatrie della novità, di fuochi d’artificio di una notte. È così che i giovani autori esordienti vengono pirotecnicamente disintegrati dagli stessi editori che li hanno lanciati – è in questi casi, che mi dico che l’aver esordito nel romanzo con un editore indipendente, piccolo, senza editor, benché conosciuto (Effigie) con un libro esorbitante, laboratoriale, sia stato un vantaggio, sebbene anche un azzardo. Bisogna, io credo, che un giovane autore abbia la pazienza necessaria per distaccarsi dal turbinio dello sfrangiato “sistema” letterario – dagli inserti culturali fino alla sempre introvabile pagina Eventi di Facebook – senza per questo scadere nella snobistica inattualità, senza togliersi radicalmente di mezzo dal dibattito critico, che è abbastanza importante per farsi le ossa: non si scrive mai senza conoscere il sistema che si abita (questo vuol dire che non si può scrivere senza avere una coscienza delle realtà e i problemi che coinvolgono il mercato, la distribuzione e il lavoro editoriale). È un lavoro delicato, in cui spesso visibilità, impegno critico e opportunità si confondono. Quindi, sì, c’è bisogno di un’autocensura, ma anche di tanta autostima. Scrivere in questa condizione non può essere che ambizioso.

2) Gli spazi della scrittura sono oggi moltiplicati a dismisura, in rete e non solo: credi che lo scrittore faccia bene a cercare di occuparli in maniera più massiccia possibile, o paga di più una strategia di discrezione, di scrittura mirata? In sostanza, esiste una “necessità” della scrittura in questo sistema che ha decuplicato le occasioni di parola?

La necessità della scrittura non va confusa con la bulimia. Con gli attuali spazi di critica, commento, creazione – ed anche con gli attuali mezzi di fruizione – potresti passare ogni giorno a recensire, commentare, snocciolare romanzi, saggi, racconti. Ma credo che sia meglio avere fame di scrittura, piuttosto che di pubblicazione: meglio una marcialonga che un mondo letterario di sprinter che intasano l’offline e l’online. Personalmente non riesco a stare troppo tempo al passo di certi miei coetanei e le mie collaborazioni con riviste come Alfabeta2, Doppiozero, etc. sono sempre state malauguratamente a singhiozzo, complici anche le mie molteplici attività nella ricerca e nell’insegnamento, ed i maledetti traslochi internazionali!

3) Qual è la tua posizione di fronte alla dimensione virtuale del sistema culturale? Trovi che l’esplosione di pareri e idee sia fruttuoso? Pensi che la critica possa trovare in questa situazione le premesse per tornare a orientare scelte e gusti?

La dimensione virtuale favorisce il dibattito orizzontale, ma aumenta anche il disordine e, ciò che è peggio, rende ambigua la differenza tra opinione e gossip-malelingua: paradossalmente, nonostante la sua celebrazione dell’anonimato, favorisce invece l’attacco diretto, personalizzato. Da qui la difficoltà di orientarsi tra pareri, idee e puro chiacchiericcio – non ho mai amato ad esempio il brusio molto acuto che si crea attorno ad ogni post seppur di qualità di Nazione Indiana. In questo, la dimensione fisica del sistema culturale passato aiutava ad una lentezza e digestione maggiori, al rafforzarsi di opinioni – benché anche al rafforzarsi di conventicole… Aspetto sempre l’annunciato miracolo del 4.0 – il ricongiungimento tra virtuale e reale nel dibattito pubblico – sebbene mi pare si sia ancora ad un livello 2.0 molto caotico. 

 4) Credi sia ancora possibile pensare a un vincolo che leghi la scrittura all’impegno civile?

Dipende da cose intendete per “impegno civile”. In Italia si associa oggi purtroppo l’impegno alla comunicatività e linearità di una scrittura che spesso sfocia nel mid-cult o nella militanza stereotipata. Uno dei miei autori preferiti è sicuramente Paolo Volponi: uno che sapeva invece prodursi in una critica feroce delle afasie e corruzione della società industriale e post-industriale senza per questo propinare sociologia spicciola e afflati evangelici. Volponi è per me un esempio di quello che vorrei “impegnare” nella mia scrittura: una scrittura capace di tastare il polso dell’oggi ma anche capace di farlo ballare, storcere, slogare, cambiare ritmo. Che parla al lettore e allo stesso tempo lo fa agitare. Questo è l’impegno, cioè l’investimento, la sfida, civile che mi pongo. Non mi va di imbracciare megafoni.

5) Scrivere è il tuo lavoro? Se sì, in che forme? Se no, come riesci a coniugare il tuo lavoro con la scrittura?

Come lavoro faccio il professore di letteratura e il ricercatore precario (cioè ho incarichi pressoché costanti annuali e semestrali o borse e assegni di ricerca, ma niente posto fisso ahimè) quindi sì, posso dire che: scrivere è il mio lavoro, assieme allo studiare e insegnare. Ovviamente la scrittura letteraria non mi dà di che vivere: a quanti lo dà in Italia? Se anche sei un autore noto – almeno che tu non sia Valerio Massimo Manfredi o Andrea Camilleri – con gli anticipi dei libri ci vivacchi male. Devi continuare a collaborare con riviste, dare conferenze, girare in lungo e in largo per eventi, commissioni e gettoni presenza da 200-300 o 400 euro se va bene. Anche se vinci lo Strega, niente cambia per troppo tempo. Quindi, sembrerà assurdo, ma mi tengo l’accademia ben salda al fianco: due dimensioni deficitarie, direte, ma che possono dare molte gioie se abbinate con equilibrio. Al di là dell’aspetto economico, la difficoltà principale per me è quella di conciliare la mia scrittura accademica con quella letteraria, e viceversa: di equilibrare i tempi. Una questione molto cerebrale, direi, di spazi utili per l’immaginazione. Non credo che riuscirò mai a risolvere quest’impasse.

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6) Quando scrivi, un racconto o un romanzo, che genere di lettore ti immagini? E come cerchi di raggiungerlo?

Nella scrittura di un racconto, ho spesso in mente un lettore specifico o meglio un soggetto anche astratto al quale parlare – che forse è una cosa differente dal cercare di raggiungerlo – parlo a un giovane studente, a un anziano, a mio padre, a un parente defunto, a una fantasma del mio passato, a un Io infantile, a un turista del mondo spaesato. Un racconto per me è come un modo di amplificare una specifica visione di un angolo di mondo, vive necessariamente di un lettore potenziale che vi si appassioni e lo abiti, ma non fa di tutto per conquistarlo: lascio la porta aperta, non sventolo bandiere. Nei romanzi, si potrebbe dire che mi rivolgo invece di preferenza a collettività, cerco di amplificare un panorama, o di vedere i quattro angoli di un problema: mi rivolgo spesso e volentieri alla mia generazione di nuovi esuli italiani, o a quella che ha vissuto il passaggio all’adolescenza nei primi ambiguissimi anni Novanta italiani di Tangentopoli e dell’ascesa del berlusconismo, come nel nuovo romanzo ancora inedito (titolo provvisorio, non a caso, Uno di noi) o a quella precaria globale e sgangherata, ricca di inaspettato e potenzialità, come nel caso di Nella vasca dei terribili piranha… Oppure ancora alla mia terra, come in un altro romanzo sul Chianti che sto buttando giù. Penso a creare forse uno spazio per il lettore, le condizioni per un dialogo, piuttosto che necessariamente braccare il lettore. Per questo, per me, la definizione di lettore medio è dissennata. Probabile che sia dovuto al fatto che ho iniziato scrivendo poesia e per il teatro, e tutt’ora lo faccio.

7) Tra scrittori e critici c’è una forte vicinanza, spesso dovuta a motivi d’amicizia, spesso ad affinità intellettuali; c’è un critico capace oggi di leggere meglio degli altri le evoluzioni e le implicazioni della produzione letteraria italiana?

Mi incuriosiscono molto i collettivi di nuovi critici, come nel caso di 404: File not found. Proprio perché sono “animali” ibridi capaci di affrontare con acribia sia un testo di un giovanissimo poeta così come l’ultimo film visto al Sundance Festival, fino a fare dell’eccellente critica sportiva. Sebbene non abbia gusti affini ai suoi, credo poi che un critico militante DOC molto rappresentativo sia Andrea Cortellessa, uno capace di fare scelte radicali, di “selezionare”, e non semplicemente di recensire: un critico che compie atti piuttosto che favori. Come Cortellessa, c’è un altro critico più giovane che riesce a spaziare da Leopardi ai propri contemporanei, un valentissimo accademico e un aggiornatissimo lettore, capace però, virtù rara, anche di quel distacco dal chiacchiericcio, al quale accennavo nella prima riposta: Raoul Bruni.

8) Se guardi all’attuale situazione letteraria italiana, ti sembra che si possa parlare di poetiche, di modelli preminenti, o invece prevale un sistema puntiforme dove ognuno costruisce il suo percorso in maniera indipendente rispetto agli altri colleghi, anche se amici o affini?

Di poetiche non ne vedo, o meglio: prevale in Italia un’idea di realismo molto blando (il vero realismo è feroce), molto volto alla manutenzione del reale, come direbbe Giorgio Vasta. E come nel caso di Giorgio, vedo tuttavia delle individualità molto forti, vere e proprie stelle per la navigazione, una per tutte: Antonio Moresco. Forse è un bene questa mancanza di poetiche e questo titanismo… e credo che si possa dire anche che viviamo un momento storico al di là delle poetiche, in tutto il mondo, negli Stati Uniti, così come in Francia, in Messico così come in Colombia, in Germania così come in Cina. L’idea di una poetica si sarà persa dopo la bagarre del postmodernismo citazionistico e inclusivo.

9) Credi che la tradizione letteraria italiana, e in particolare quella romanzesca, soffra ancora del provincialismo che tanto spesso le è stato imputato? Quando scrivi hai come riferimento autori appartenuti al nostro passato e scrittori che hanno vissuto in altri luoghi?

Credo che sia provinciale sia l’assoluto vantarsi delle proprie glorie patrie sia l’esterofilia. E lo posso dire perché in passato sono stato molto esterofilo, e poi ho intrapreso un lento recupero di classici della letteratura italiana – un recupero possibile solo non vedendoli come “classici”, ma come uomini tormentati da scelte, incertezze, idiosincrasie. Come si bypassa il provincialismo? Come insegnava Calvino: in modo molto sottile, sia osservando l’universo sterminato di Palomar sia guardandosi dentro nelle profondità come Mohole (l’alter-ego di Palomar che Calvino espunse, barrò lacanianamente, dalla stesura di Palomar).

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Visto che la mettiamo sul piano ludico, per anni, molto infantilmente, ho sognato che facessero un adattamento cinematografico o anche solo un fumetto de Il pianeta irritabile di Volponi: uno dei personaggi animali – l’oca, oppure l’elefante, o il babbuino – di quel grande affresco allegorico, avventuroso e fantascientifico volponiano sarebbe un personaggio che potrei aver piacere d’essere per qualche ora. Un personaggio in cui spesso invece mi sento invischiato è il Gingio ringiovanito e rimpicciolito a forza e sempre gabbato dagli adulti ed educatori del Ferdidurke di Gombrowicz. Un personaggio che rappresenta bene la mia generazione e che mi ha ricordato tanto Pinocchio, un altro personaggio fantastico delle mie terre al quale mi sento molto legato, sebbene sia stato negli anni “laccato” e un po’ standarizzato rispetto all’originaria matrice picaresca assai più interessante.

Raveggi 3Alessandro Raveggi è nato a Firenze nel 1980. Scrive in prosa, poesia e per il teatro. Tra i suoi libri si trovano il saggio Calvino americano. Identità e viaggio nel Nuovo Mondo (Le Lettere, 2012), l’ebook David Foster Wallace (Edizioni della rivista Doppiozero, di prossima uscita)il poema La trasfigurazione degli animali in bestie, (Transeuropa 2011). Un suo racconto compare nella recente antologia Toscani Maledetti (Piano B, 2013), curata da Raoul Bruni. Per due anni è stato assegnista di ricerca in Letteratura italiana alla Universidad Nacional Autonoma de Mexico. Il suo ultimo romanzo è Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012).

Precedenti puntate di Dieci Per Dieci:

13/06/2013 – Giorgio Fontana

20/06/2013 – Gabriele Dadati



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