Si fa presto a dire Antonio Tabucchi

Tabucchi-Adami

di Michele Turazzi

È già trascorso un anno. Questo pensavo qualche giorno fa, mentre guardavo la copertina ruvida di Notturno indiano – una vecchia edizione Sellerio, non la solita collana blu 12×17 che di solito campeggia ben allineata sugli scaffali. È già trascorso un anno dal 25 marzo 2012, e ora la letteratura italiana è un po’ più sola. A questo pensavo, e nel frattempo sfogliavo le pagine di quel libriccino, sfiorandone l’inchiostro. Sembravo un cieco che legge in braille. E proprio in quel momento – ero al Libraccio – mi è arrivata netta e improvvisa la consapevolezza che di Antonio Tabucchi ce ne sono molti, e che di tutti loro ne avremmo ancora un gran bisogno.

Si fa presto a dire Tabucchi. «Il più europeo degli scrittori italiani» come molti l’hanno definito, e se si entra in una libreria di Parigi, Lisbona, Madrid, non è difficile capirne il perché. Romanziere, saggista, traduttore, polemista, veterano del toto-Nobel. Studioso e curatore dell’opera omnia di Fernando Pessoa, o meglio: scopritore tout-court dell’opera di Pessoa in Italia. Prix Médicis étranger ‘87, Campiello ‘94; professore all’Università di Siena. Due film tratti dalle sue opere maggiori, in uno Marcello Mastroianni è Pereira, nell’altro la regia è di Corneau. Articolista per il País e per il Corriere della Sera. Collaboratore di Le Monde, L’unità, Repubblica. Chevalier des Arts et des Lettres in Francia, membro dell’Ordine Do Infante Dom Herique in Portogallo. Italiano di nascita, portoghese per vocazione; tenero amante dei vicoli di Lisbona. Intellettuale engagé nel vero senso della parola: fustigatore di vizi e vanaglorie dell’italico stivale. Micromega. Si può dire tutto questo di Tabucchi, ma in realtà di lui ancora non si sarebbe detto nulla. E quindi che altro?

C’è il Tabucchi «politico», quello ben ancorato alla realtà storica, che ci svela con uno stile quasi ingenuo – a prima vista – che il vero orrore di ogni dittatura si annida nella vita dell’uomo comune: pensare al proprio piccolo orto, trovare una nicchia in cui poter vivere serenamente la propria libertà detronizzata, e così facendo, lentamente svuotare la stessa parola «libertà» di qualsiasi significato pratico. È il Tabucchi che ci racconta la storia di un piccolo intellettuale nella Lisbona salazarista e, allo stesso tempo, ci apre gli occhi su quello che accade nell’Italia post-tangentopoli, tra discese in campo e celodurismo. Il Tabucchi di Sostiene Pereira, insomma. Il libro che tutti hanno letto almeno una volta e che, alla sua uscita, è diventato simbolo di una certa sinistra, neanche fosse un film di Nanni Moretti. Il libro che ancora oggi può essere letto come un testo di attualità. Perché, alla fine, è questo il potere della grande letteratura: descrivere un’epoca (quella in cui si snoda l’intreccio), alluderne a un’altra (quella in cui scrive l’autore), e infine continuare a essere attuale per ogni nuova generazione di lettori. Il Tabucchi realista, che ci parla della «verità degli uomini, quella della loro condizione storica, dei pericoli che stanno correndo, degli assassini di cui sono autori e vittime», per dirla con Guglielmi.

E poi c’è il Tabucchi «metafisico». Quello oscuro, allusivo e simbolico. Quello che scioglie qualsiasi riferimento concreto in una sequenza onirica di sfumature che, prima di rimandare a paesaggi reali, vogliono essere luoghi dell’anima, mondi in cui i contorni si sfaldano, e sfaldandosi tratteggiano altre esistenze possibili, altre idee di esistenze. E allora al lettore non rimane che cercare da sé il significato primo che si annida dietro alle parole, entrare in dialogo con il testo, entrare nel testo. Il Tabucchi che riesce a parlarci dell’oscurità senza essere oscuro, usando una lingua semplice e piana: uno stile che raggiunge l’eleganza senza perdere il gusto per il dialogo essenziale, ogni parola posizionata nell’esatto punto in cui deve essere. È il Tabucchi di Notturno indiano, il narratore della sospensione: «quella perdita di presa e di peso della realtà che si vive quando, nella totale lontananza del viaggio, si scruta l’orizzonte che ci attende e se ne vede solo il suo confondersi».

Infine c’è il Tabucchi «impressionista». Quello che predilige la forma breve e brevissima, il racconto che termina ancor prima che la storia si possa delineare, quello in cui l’effetto di sospensione raggiunge il parossismo: ne rimane sospeso anche l’intreccio. È il Tabucchi ritrattista, che fa coincidere la narrazione con l’immagine  – sia essa un quadro, uno schizzo, il mare calmo che si vede al di là di una finestra socchiusa – e con il sogno, di cui una volta svegli è possibile cercare nel ricordo soltanto l’ombra. È il Tabucchi di Racconti con figure, quello de I dialoghi mancati, de I volatili del Beato Angelico, ed è in lui che la narrativa si confonde con la poesia. L’autore riesce a dare vita ad altri io – reali o fittizi – che a loro volta danno vita all’autore, ne sfaldano la forma per poi assemblarla nuovamente in una identità diversa. Tabucchi è quindi anche Pessoa, Beato Angelico, António Dacosta, in un pirandelliano gioco di specchi che coinvolge personaggi e lettori: è il gioco della letteratura che sopravvive a qualsiasi interprete e si rinnova di volta in volta. Cortázar lo chiamava Rayuela.

Questo e molto altro è Tabucchi (c’è quello odeporico di Viaggi e altri viaggi, per esempio, o quello non narrativo – e su di lui si apre un cosmo intero). Ma il mio è non è altro che il piccolo intervento di un lettore, e solo Pessoa, forse, può trovare il modo di salutarlo:

 E io, se mi si accostassero e mi chiedessero cosa feci,

direi: osservai le cose e niente più,

e per questo porto qui l’Universo nella mia tasca.

E se Dio mi chiedesse: cosa vedesti nelle cose?

Risponderei: solo le cose… Tu non vi ponesti niente di più.

E Dio, che è della stessa opinione, farà di me una nuova specie di santo.



Categorie:Letterature, Michele Turazzi

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