Nuovi modelli di umanità: Aaron Swartz e il romanzo di Aurlien Bellanger

Swartz-NIel
di Giacomo Raccis

Aaron Swartz era un programmatore informatico, un cyberattivista, un genio, un hacker, un intellettuale. All’età di 14 anni è stato co-autore della specifica RSS 1.0 (la stringa di codice che rende possibile ricevere gli aggiornamenti di qualsiasi sito o blog dotato di RSS). Ha presto deciso di dedicare la sua formidabile competenza informatica alla condivisione del sapere: dopo aver fondato Reddit, sito di notizie fatto dagli utenti (e dopo averlo venduto a Wired/Condé Nast), ha creato Open Library, biblioteca digitale ad accesso libero (che conta oggi più di un milione di titoli), ha fondato Demand Progress, organizzazione di attivisti della rete, ha partecipato alla scrittura della licenza Creative Commons (sotto la supervisione di Lawrence Lessig). Ha sposato la causa della “guerriglia informatica” per la liberazione del sapere e nel 2011 ha utilizzato la rete del MIT, a cui aveva regolare accesso, per scaricare l’intero archivio digitale di JSTOR, banca dati contenente circa 4,8 milioni di testi digitali.

Pascal Ertanger è un imprenditore francese: giovane isolato cresciuto nella Francia dei “Trente Glorieuses”, si scopre un prodigio della telematica e a 16 anni, nel 1983, vende alla Infogrames il suo primo videogioco autoprogrammato; assunto come apprendista e prestanome da un giovane imprenditore che decide di fare fortuna nel grande mercato del Minitel – sistema di tele-comunicazione che in pochi anni era stato in grado di rivoluzionare le vite e le abitudini (soprattutto private) dei francesi -, dopo un anno è in grado di gestire attraverso il linguaggio BASIC le pagine di messaggeria di diversi enti privati, tra cui il giornale «Libération»; abbandonata la scuola e messosi in proprio, a 20 anni è il più giovane milionario nel mondo del Minitel rose (la sezione erotica del Minitel); cinico interprete della nascente scienza dell’informazione, fonda Iliad e sfruttando un vuoto giuridico truffa France Telecom, accedendo al suo intero repertorio telefonico e creando così una propria banca dati per un nuovo servizio di messaggeria privata; con l’arrivo del Web («un Minitel centuplicato») converte la propria azienda in impresa di servizi per dispositivi mobili, affermandosi come tycoon del mercato della comunicazione.

Aaron Swartz si è suicidato lo scorso 11 gennaio, all’età di 26 anni, suscitando intorno a sé un vero e proprio caso mediatico. Pascal Ertanger è un personaggio romanzesco, protagonista di La théorie de l’information di Aurelien Bellanger (Gallimard 2012), uno dei romanzi più discussi dell’ultima rentrée littéraire: dietro di lui si nasconde la figura reale e altrettanto discussa di Xavier Niel.

bellanger 2Il primo dunque è una persona reale, in carne ed ossa; il secondo, invece, è una creazione letteraria, per quanto ispirata a un personaggio realmente esistente. E le differenze non si fermano certo qua: come si può facilmente capire dai loro curricula, diversissima è la statura morale dei due. Con Demand Progress Swartz si è fatto portavoce di un intero movimento di protesta contro l’inasprimento della legge sulla pirateria online; Ertanger invece, emerso dal losco ma produttivo mercato delle chat erotiche, a un certo punto della sua carriera finisce addirittura in carcere perché coinvolto in un’indagine su prostituzione e riciclaggio di denaro in alcuni sexy shop di cui era azionista. Aaron Swartz era un uomo, meglio un ragazzo tutto proteso alla ricerca della formula più efficace per liberare il potenziale democratico della rete, un vero e proprio “intellettuale della rete”; Pascal Ertanger, benché sentimentalmente disarmato e misantropo per paura più che per odio, è un cinico approfittatore, pronto ad attaccare senza scrupoli le parti molli di una società che, insieme a una nuova sezione del mercato, scopre anche nuove e più distorte declinazioni dell’affettività.

Eppure, per come lo racconta Bellanger (e per come interessa qui vederlo), Ertanger si avvicina a quello stesso misterioso mondo della comunicazione, della trasmissione e condivisione di informazioni mosso da un inesausto sogno, che si fa man mano più preciso alla sua percezione: dalla messa in scena delle relazioni sentimentali nelle chat di Minitel alla capillarizzazione della rete di telefonia mobile fino alla rivoluzione dei social network, prende forma in lui il desiderio di ricostruire, attraverso software e codici di scrittura, una dimensione di realtà virtuale che porti inscritte in sé tutte le possibilità della realtà materiale. Una sorta di deposito informatico del codice genetico di un’umanità in qualsiasi momento replicabile e riproducibile. Se le punte più estreme di questo delirio non sono certo attribuibili alla persona reale di Xavier Niel, ma sono frutto della costruzione allo stesso tempo inquietante e affascinante dell’autore (in un finale di libro che assume tratti sempre più smaccatamente houellebecquiani e fantascientifici), un simile carattere aiuta a completare il profilo di una persona abitata da un’inquietudine, da una mania votata a un assoluto irraggiungibile, a un ideale annichilente. Ed è a partire da questo tratto che vorrei azzardare l’accostamento con Aaron Swartz. Si tratta di un carattere psicologico (e forse anche psichico) che connota simbolicamente le loro due figure: se l’origine romanzesca di Pascal Ertanger evidenzia spontaneamente questa natura, e anzi ne fa un cardine per la riuscita della costruzione del personaggio, la morte improvvisa e terribile di Swartz ci impone con prepotenza di saggiarne i riflessi nel mondo reale.

Il suicidio di Swartz chiama in causa infatti – prima ancora che una discussione sulla distribuzione e la condivisione del sapere scientifico (che pure è avvenuta) -, un riflessione sul perché di un gesto tanto forte e violento; ci induce a considerare quali comportamenti potessero farlo presagire, cosa abitasse in lui che lo ha portato a una reazione tanto drastica. Ci si è allora sperticati in ricostruzioni, più o meno attendibili; si è provato a descrivere il carattere di questo ragazzo, a ricostruirne successi e fallimenti. Punto di partenza di ogni discorso era, dovunque, un termine che credo possa definire oggi un protagonista sempre meno oscuro dei nostri tempi iper-tecnologizzati: geek.

Il geek è il giovanissimo genio incapace di dominare le situazioni di socialità più comuni con la stessa abilità con cui riesce a padroneggiare i problemi avanzati da una delle più difficili discipline di oggi, l’informatica. Il geek risulta ancora più isolato ed escluso del nerd – tanto per usare un altro termine abusato -, che quanto meno sembra avere una comunità di “simili” con cui ritrovarsi. È una persona che non è in grado di trovare conforto e serenità neanche nel momento dello scambio, intellettuale o affettivo, con chi condivide la sua stessa passione, i suoi stessi tormenti. Il geek è capace, attraverso le sue conoscenze tecniche, di rendere possibile e accessibile a tutti qualcosa in grado di cambiare sensibilmente una vita, ma non sembra capace allo stesso modo, per quanto ne abbia tutte le possibilità materiali, di dare una svolta altrettanto positiva alla propria, di vita. È votato naturalmente alla solitudine, a un isolamento autoimposto e infrangibile.

Friedrich 2Aaron Swartz e Pascal Ertanger sono due geni divorati da un passione, che ora è utopia, ora invece mania. Un’ossessione che non riesce a trovare pace, che non permette di gioire dei successi perché ha sempre nel mirino una nuova frontiera. È qui che risiede il loro fascino. Essi incarnano un nuovo modello di eroe romantico, impegnato in una lotta titanica con una forza tutta interiore, che impedisce di trovare pace e spinge il limite sempre un passo più avanti. Le loro virtù più significative sono la gioventù e un’autonomia intellettuale che rasenta talora una condizione “selvaggia” rispetto alle convenzioni della cultura corrente: proprio dall’incrocio di questi due caratteri nasce una figura in completa controtendenza con il mondo che ci circonda, gerontocratico e plagiante. Sono gli esemplari irraggiungibili di una formula 3.0 di self-made man: sono autodidatti, hanno smesso di imparare per cominciare a costruire loro stessi i contorni del campo in cui si muoveranno; non hanno più bisogno dell’assistenza della comunità che abitano, verso la quale, nonostante tutto, ricadono gli effetti della loro inesauribile attività. Abitano un mondo, quello della rete – telematica prima e interattiva dopo -, che appare ancora oggi un dominio selvaggio, regno del contraddittorio, dove saltano le consuete norme: nella cybersfera si afferma un nuovo modo di giudicare, le fondamentali categorie del pensiero, i principi morali di base – bene e male, giusto e sbagliato – vengono rifondati. È anche per questo che stenta ad affermarsi una legislazione definitiva e univocamente accettata: perché le norme giuridiche, ispirate a principi validi nel mondo normale, nella dimensione della rete richiedono nuove e differenti fondamenta. Quello che la legge tradizionale annovera come crimine, come il “furto” realizzato ai danni di JSTOR o il raggiro di France Telecom, può trasformarsi, e imporsi in maniera incontrovertibile, come un eroico atto di giustizia, o quantomeno come la messa in pratica di un diritto legittimo. Di fronte al fatto compiuto da questi pionieri a essere in torto sembra la legislazione. A loro è conferito un ruolo di «padri fondatori», con le loro azioni fanno giurisprudenza e delineano i contorni di un ordine nuovo.

Nella società che gode dei benefici prodotti da questi individui solitari – si tratti di possibilità d’accesso a contenuti d’informazione o a sistemi di comunicazioni interpersonali – si genera però una sorta di conflitto tra il desiderio di mostrare loro la dovuta riconoscenza e la manifesta incapacità di accoglierli come membri effettivi della comunità, per via di una differenza che appare ineliminabile. Si genera così una sorta di culto per queste figure, circonfuse di un’aura a metà tra lo sciamanico (più volte evocato da Bellanger nel ritrarre il modo in cui emerse pubblicamente la figura del giovanissimo Ertanger) e il sacrificale. Scopriamo allora che quello che ci affascina tanto è proprio la loro natura gregaria. Poco importa che grazie a questo “sacrificio” questi uomini raggiungano un «successo» mondiale, che possano diventare miliardari o ottenere ruoli di responsabilità e controllo nei più avanzati settori dello sviluppo mondiale. Quello che ci interessa, che rende queste figure a un tempo distanti e vicinissime a noi, è una loro irriducibile tristezza. Un’infelicità romantica, ancora una volta, dovuta alla “disumanità” delle ambizioni di queste coscienze, alla natura sostanzialmente utopica (o distopica) del loro sogno. È un sentimento di malinconia che nessun successo può ricomporre: si riferisce che Aaron Swartz, il giorno in cui trasferì Reddit nella nuova sede Condé Nast (nel 2006), raggiungendo un risultato storico, abbia detto che il suo unico desiderio era «chiudersi in bagno a piangere». Questi personaggi sono preda di una vocazione alla conoscenza che non raggiunge mai il suo punto di tensione, e che proprio per questo può concedere alla massa, semplificati e accessibili, gli svalutati frutti del suo lungo processo. La loro spinta trascende il momento della condivisione, e anzi sembra averne bisogno per superarsi e puntare laddove non può arrivare alcuno sforzo umano. L’insoddisfazione umanizza e disinnesca la loro incomprensibile genialità. La loro impresa, nobilitata dal servizio alla comunità che li emargina, è irrimediabilmente destinata al fallimento. Un fallimento umano, però. Non certo tecnico o commerciale.

C’è però qualcosa che stride in tutto questo discorso; qualcosa che lo rende percettibilmente fuori fase. Ed è proprio la differenza, sopra già riconosciuta, che intercorre tra i due personaggi messi a confronto. L’utopia libertaria e pacifista di Swartz è distante anni luce dall’impero economico di un imprenditore sorprendente per le proprie capacità, ma in fin dei conti squallido e senza scrupoli, duttile al punto da rinunciare alla propria genialità per farsi un semplicissimo venditore. Passando dal romanzesco al reale (da Pascal Ertanger a Xavier Niel), ci accorgiamo che Niel non è altro che il rappresentante di un capitalismo che, se pure opera su un campo ipermoderno, ragiona ancora secondo vecchie logiche. Niel è il genio che si è “venduto”, mentre Swartz era l’emblema di un nuovo mondo da costruire e di cui lui possedeva i codici, oltreché lo spirito. Tra i due, è Swartz a sembrare un personaggio romanzesco, mentre Ertanger, come d’altra parte il suo doppio Niel, incarna un tipo umano ormai fin troppo reale e noto.

theorie de l'informationAurelien Bellanger ha provato a raccontare questo paradosso in un grande libro (di cui troppo poco si è potuto dire in questa occasione): l’ha fatto romanzando una personalità che nella realtà si mostrava inevitabilmente più piatta, anche se indiscutibilmente eccezionale. Ha arricchito la sua personalità tormentandola con un sogno folle, una mania distopica ad altissima componente tecnologica, in perfetta linea con l’orizzonte postmoderno su cui si staglia il personaggio. Ha reso tormentato un percorso umano che, visto dall’esterno, sarebbe potuto apparire entro certi termini scontato, oltreché deprecabile; lo ha fatto per salvare la coscienza del proprio personaggio. Rendendolo vittima di un delirio biopolitico che lo trascende ne ha in qualche modo giustificato anche i tratti più squallidi e perversi. Per perpetuare, poi, i caratteri di quella perturbante personalità, per rendere drammaturgicamente credibili quei connotati di gioventù e autonomia intellettuale che sopra si sono identificati come cardini di questa nuova figura umana, ne ha dovuto rinnovare continuamente gli orizzonti di proiezione, allargando la parabola del personaggio fino ai confini di una fantascienza microinformatica che in parte stride con le prime due parti del romanzo.

È qui che allora si demarca la differenza più netta e forte tra letteratura e realtà. Là dove la scrittura romanzesca deve continuamente inventare espedienti per rilanciare una trama, la vita interviene con una tragica drasticità i cui effetti letterari sono paradossalmente molto più potenti. A segnare un’incommensurabile distanza tra Aaron Swartz e Pascal Ertanger è infatti la morte, il suicidio. Un gesto che solamente lambisce la coscienza del protagonista della Théorie de l’information, momento decisivo ma passeggero di un tormento ineliminabile, e che invece ci priva e allo stesso tempo salva la persona e l’immagine del giovane attivista della rete. Se pure possiamo essere sicuri che Swartz non sarebbe mai arrivato ad approfittare economicamente e privatamente delle proprie enormi competenze e della popolarità ottenuta con le proprie campagne per la liberazione dei saperi; se pure possiamo essere sicuri che non sarebbe mai diventato quello che è oggi Xavier Niel, la sua morte immobilizza la sua figura in un’immagine tanto orribile quanto nobile, garantendola contro ogni possibilità di degradazione. Bellanger ci consegna un personaggio problematico e ricco, che è riuscito, pur tra difficoltà e sofferenze mai completamente risolte, a superare il momento critico che ne metteva a repentaglio la vita; Swartz non è riuscito a farsi forte della propria parabola, ben più illuminante di quella dell’imprenditore francese, per risparmiarsi il pegno da pagare a un irrealizzabile sogno di giustizia (e forse anche di amore). Mentre Pascal Ertanger resterà come protagonista di una futuribile storia che ci tocca per i suoi inquietanti risvolti biopolitici, ma che ci mostra anche le maniacali e folli evoluzioni di una genialità perturbante, Aaron Swartz continuerà a incarnare il genio puro, incorrotto, che soccombe volontariamente al mondo prima di vedersene moralmente sopraffatto, e si staglierà contro tutti i Niel, simboli di una disponibilità al compromesso che rima minacciosamente con l’adultità.

Forse i rischi di strumentalizzazione sono troppi; forse il fascino perverso della morte dovrebbe metterci in guardia; forse le contraddizioni che il discorso comune mette in mostra andrebbero indagate più a fondo. Quel che però sembra certo, pur con tutta la tragicità del caso, è che per una volta, e a malincuore, nella capacità di fornire modelli, esemplari e perfetti nella loro tenuta, la realtà vince sulla letteratura.



Categorie:Giacomo Raccis, Letterature

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2 replies

  1. Il geek vive probabilmente una situazione analoga a quella di Neo in Matrix, quando si convince di essere l’eletto e inizia a vedere codice ovunque. La sua genialità gli permette di riconoscere i meccanismi là dove tutti gli altri si bloccano alla superficie, limitandosi a essere utenti (o oggetti) dei servizi forniti dai nuovi strumenti virtuali o “ipermediatici”. I nuovi servizi funzionano come scatole nere: “in cibernetica, dispositivi utilizzati come unità non scomponibili, di cui non serve conoscere il funzionamento interno ma solo lʼeffetto che produce” (F. Erspamer). Per i geek, tutte le scatole nere sono aperte.
    Nel nuovo mondo informatizzato l’accesso di pochi a una conoscenza “olistica” e privilegiata realizza il mito dell’eletto, del sacerdote predestinato. Da sempre la cultura è fonte di potere e perciò di disuguaglianza. Ma la diffusione assoluta e pervasiva di supporti mediali attraverso cui negoziare la propria identità sociale rende ancora più concreto e solido lo scarto tra chi “usa” senza preoccuparsi di conoscere e chi ha invece accesso alle “cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”. Probabilmente il geek regge a fatica tutto il suo potere, a cui non segue un riconoscimento sociale (riservato da sempre ai sacerdoti), ma un’emarginazione pressoché completa (pensiamo alla vita underground di Neo all’inizio di Matrix).
    Il suicidio di Swartz, secondo me, va inteso non come atto eroico ma come epilogo tragico. Manifestazione di un’alienazione sempre più evoluta, che accomuna insieme ingenui ed eletti. Alcuni “ideologi” hanno il coraggio di sostenere che Marx aveva torto, perché gli operai non sono alienati, ma svolgono “lavori specializzati”. Dopo qualche istruttiva gita nelle fabbriche (anche lombarde) bisognerà riflettere sulle forme sempre più raffinate di alienazione nel nostro regime di capitalismo virtuale. In un mondo in cui tutti usano strumenti di cui non hanno né la proprietà né il controllo, mentre i pochi eletti muoiono di tristezza o vengono assorbiti dal capitalismo, Skynet ha vinto. Con un sistema molto più elegante ed efficace dell’olocausto nucleare.

  2. Posso concordare su tutto.
    Ci tengo solo a dire che la prospettiva”romantica” – in tutti i sensi – che ho provato ad adottare questa vicenda, e il suo parallelo con una trama romanzesca, mi ha fatto giungere alla conclusione, forse semplicistica e banale, forse utopistica e ingenua, della figura di Swartz come un sacrificato alle perverse logiche di quello che definisci un “capitalismo virtuale”, ma come un sacrificato che si salva. Swartz ci lascia un modello, eroico e tragico al tempo stesso: ci lascia l’immagine di una figura pura – e di questa purezza la malinconia (tutta romantica) e l’infelicità sono componente essenziale -, che tuttavia salvaguardia la propria purezza con il suicidio.
    Ripeto. Forse ho voluto trovare, un po’ forzatamente, il lato buono di questa vicenda. Forse addirittura l’ho inventato come il peggiore titolista di “Repubblica” (http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/01/13/news/aaron_swartz_suicida_a_26_anni_la_famiglia_era_perseguitato-50429490/). Di sicuro non funziona per lui l’etichetta di “guru” (così come non funziona per Ertanger/Niel), ma piuttosto quella che adoperi tu di “eletto”, di individuo che si distingue ma che emerge comunque dalla massa di alienati della realtà mediatico-virtuale.E forse proprio questo suo provenire dalle nostre stesse fila dovrebbe rendere la sua figura, ai nostri occhi, ancora più emblematica e significativi: un’avanguardia dell’esplosione di tutte le contraddizioni che compongono la nostra attuale civiltà.

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