Amletofelia, ovvero la follia di Ofelia. D’Ambrosi e Shakespeare per raccontare il Teatro Patologico

D'Ambrosi

di Alice Maggioni

“Essere o non essere Amleto?”

Un Amleto confuso e in preda alle psicosi quello rappresentato da Dario D’Ambrosi. Il principe danese, eterno indeciso per antonomasia, dubita anche sull’essere o meno se stesso, perseguitato dai fantasmi che la tragedia ha seminato. L’attore, impegnato da anni con ragazzi affetti da disturbi mentali, sconvolge il pubblico con una versione della tragedia shakespeariana unica nel suo genere, in cui non emerge solo il punto di vista del protagonista ma anche, e forse soprattutto, viene dato spazio alla vera vittima della vicenda: Ofelia. Una donna che ama, soffre, si uccide per amore. Non può scegliere, tutto le è imposto. I due amanti si scontrano sulla scena, si confrontano e si scambiano di ruolo, in un gioco teatrale affascinante e complesso. L’azione si svolge su un piccolo palcoscenico in metallo, all’interno del quale è ricavata una vasca d’acqua che si tingerà di rosso e accoglierà i protagonisti come una fonte purificatrice, simbolo di rinascita e di morte allo stesso tempo.

Amletofelia cerca di scavare nella psiche malata del principe e della sua innamorata; una performance dai toni cupi e crudi, che lascia ben poco spazio alla dimensione fiabesca che ruota attorno alle corti e ai castelli. Un viaggio all’interno della psicosi, la malattia mentale come sofferenza e non solo come fonte di ispirazione. D’Ambrosi colpisce per la sua forza recitativa, egregiamente accompagnato da Valentina Lattuada, una recitazione fisica e viscerale in grado di esprimere la disperazione di un Amleto ormai sconfitto.

Tuttavia, dietro al linguaggio scurrile e ai colpi di scena, Amletofelia cela una realtà ben più profonda, che il regista conosce da vicino. È una riflessione sulla malattia mentale, un dramma che colpisce senza possibilità di scelta. Ecco il trait d’union tra i personaggi: se Amleto fino alla fine è combattuto se mostrarsi folle, Ofelia non ha scampo. La psicosi, che la psichiatria ottocentesca definiva il “mal d’amore”, la colpisce fino a portarla alla rovina.

Dario D’Ambrosi esce dal personaggio e incontra il pubblico per raccontare non solo il suo spettacolo, ma anche la sua realtà all’interno del Teatro Patologico di Roma. Curare i ragazzi disabili attraverso lo spazio teatrale. Non si tratta di utopia, la drammaturgia ha davvero il potere di alleviare le sofferenze e di portare i ragazzi affetti da patologie psichiche in una dimensione in cui non esiste la “normalità”.

Il teatro è come capodanno, è un luogo in cui tutto ti è concesso, puoi urlare, rompere i piatti e dire parolacce ed è considerato normale.

Così D’Ambrosi definisce il ruolo della sua scuola e la sua concezione di teatro. La follia è sofferenza, niente a che vedere con lo stereotipo che la collega alla genialità. Ma non per questo è una dimensione priva di riscatto, tutt’altro. Questo è il progetto di Dario D’Ambrosi, la missione che lo ha portato in giro per il mondo con spettacoli applauditi dalle più svariate platee e interpretati dai suoi allievi che nulla hanno da invidiare alle compagnie professioniste.

Amletofelia sconvolge e commuove, tocca il cuore del pubblico con una dolcezza inaspettata, propria del suo ideatore.

Venite ad assistere alla confessione di Amleto, attraverso il quale Dario dà voce ai suoi ragazzi. In scena al Teatro Franco Parenti fino a domenica 27 gennaio.



Categorie:Alice Maggioni, Plancton

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