“I falò dell’autunno”, o l’ultima tappa italiana del caso Némirovsky

di Elena Quaglia

Scrivere di Irène Némirovsky significa rendere conto dei tanti paradossi di cui la sua vita e la sua opera sono portatrici. Autrice contemporanea o autrice del cosiddetto entre-deux-guerres? Autrice di successo o “di nicchia”? Ebrea o cattolica? Russa o francese? Molte date, molte identità, molte domande. 1903, nascita a Kiev di Irina Némirovsky. 1919, arrivo in Francia, in fuga dalla Russia sovietica: Irina diventa Irène. 1942, morte ad Auschwitz. Irène nasce russa, vive da francese – scrive quasi esclusivamente in francese –, muore da ebrea.

La sua vita letteraria si prolunga invece ben oltre la morte: la Némirovsky è nota ai lettori italiani a partire dalla pubblicazione postuma di Suite francese nel 2005 presso Adelphi (edizione francese Denoël, 2004). Il manoscritto era stato custodito per più di sessant’anni in una vecchia valigia di pelle, trascinata dalle figlie da un rifugio clandestino ad un altro durante la Seconda Guerra Mondiale. Per molti anni le due ragazze, sfuggite ai campi di concentramento dove avevano trovato la morte i genitori, non hanno osato nemmeno aprirla, non volendo risvegliare dolorosi ricordi. Quando infine Denise Epstein, la figlia primogenita di Irène, fa pubblicare il romanzo incompiuto, il successo è mondiale: vi contribuiscono l’affascinante storia del manoscritto ritrovato e la commozione per la sorte della scrittrice.

In Francia, la Némirovsky era già stata al centro di un caso letterario molti anni prima, nel 1929. La pubblicazione di David Golder, romanzo che dipinge con toni di secco cinismo il milieu dei ricchi finanzieri ebrei, aveva captato l’attenzione dei critici letterari più in vista dell’epoca. Scrittrice dallo stile tradizionale, ottocentesco, attenta ai gusti del pubblico borghese, non si era affermata nel contesto della Nouvelle Revue Française, che vantava tra le sue fila scrittori di maggiore sperimentalismo, che oggi costituiscono il canone letterario degli anni venti trenta e quaranta (tra tutti André Gide e il giovane Jean-Paul Sartre). Nel 2004 Suite Française vince il Premio Renaudot, solitamente conferito ad autori viventi. Tralasciando le numerose polemiche nate in seguito a questa decisione, indubbiamente tale riconoscimento conferisce all’opera di Irène Némirovsky, pressoché dimenticata, un nuovo valore nel panorama letterario francese. Questo processo di riposizionamento assiologico è ancora più evidente in Italia. La Némirovsky è tra gli autori di punta di una casa editrice come Adelphi che fa dell’alta qualità letteraria indirizzata a una ricezione colta il proprio carattere distintivo. A partire dalla pubblicazione di Suite francese, Adelphi sta pubblicando in italiano, al ritmo di uno-due titoli l’anno, l’opera della scrittrice, in ordine non cronologico. La ricezione contemporanea di quest’opera, italiana in particolare, non potrebbe dunque essere più distante da quella del passato. Quasi come se esistessero due Némirovsky: una autrice di feuilleton e novelle su riviste popolari della Francia anni Trenta (come “Gringoire” e “Candide”), l’altra autrice contemporanea di romanzi di alta qualità letteraria. Il contesto di pubblicazione e ricezione dell’opera condizionano dunque più che mai in questo caso il giudizio di valore, difficilmente formulabile in maniera obiettiva. Le polarità tra cui si muove l’autrice non possono dunque essere sottoposte forzatamente a un processo di reductio ad unum, ma analizzate nella loro complessa dialettica.

La cosa migliore è partire dai testi, in questo caso da I falò dell’autunno (Les feux de l’automne), ultimo romanzo uscito in Italia, pubblicato in Francia per la prima volta da Albin Michel nel 1957, a poco meno di vent’anni dalla composizione, avvenuta tra il 1941 e il 1942. L’opera si inserisce tra i romanzi in cui Irène ritrae la borghesia francese alla quale aspirava ad appartenere. Il protagonista Bernard ha combattuto in trincea nella Prima Guerra Mondiale e, partito pieno di ingenue speranze, si ritrova alla fine della guerra disilluso e pieno di quel “nouveau mal du siècle” di cui tanto ha parlato la NRF: un misto di tedio e ansia di rivalersi del tempo perso. Bernard decide di diventare ricco, tramite affari più o meno leciti, ma che garantiscono un guadagno facile e veloce. Sposa Thérèse, ma la tradisce e la abbandona, finché la Seconda Guerra Mondiale non lo riavvicina alla famiglia. L’apparente semplicità moralistica della trama, che sembra suggerire un ritorno alla tradizione sulla scia di quello promosso dal maresciallo Pétain, cela in realtà una sottile critica del sistema politico francese che ha trascinato il paese verso una nuova guerra. Contribuisce al valore del romanzo l’attenta cura stilistica, confermata dal lavoro filologico svolto da Teresa Lussone, che ha portato alla luce il processo di revisione formale del testo da parte dell’autrice in una serie di redazioni successive. La struttura tripartita sottolinea l’importanza della prospettiva storica: le tre parti corrispondono infatti a tre intervalli cronologici: 1912-1918, 1920-1936 e 1936-1941.

A questo punto può sorgere una legittima domanda: che interesse può avere un romanzo storico, dallo stile ottocentesco, per i lettori contemporanei? In Francia la riscoperta dell’opera della Némirovsky si inquadra in un generale ritorno della letteratura verso temi storici e grandi narrazioni, come testimonia il Premio Goncourt attribuito nel 2006 al romanzo Les Bienveillantes di Jonathan Littell. Un tema centrale è quello della Francia occupata: solo Chirac, dopo anni di rimozione di stampo gollista in nome di un presunto “résistencialisme” che avrebbe coinvolto tutta la nazione, ha ammesso la colpa del collaborazionismo e le ambiguità del regime di Vichy. I  francesi desiderano dunque vederci chiaro su quegli anni e molti romanzi dell’autrice franco-russa sono letti quasi come una testimonianza diretta. L’elemento autobiografico nell’opera della scrittrice è certamente presente, ma la pubblicazione di Suite Française nel 2004 ha fuorviato alcune letture interpretative, che hanno insistito sul riemergere di una testimonianza di una deportata ebrea, sulla scia di un filone letterario, quello testimoniale e più in generale auto-biografico e auto-finzionale che è tra i più in voga nel panorama editoriale francese.

E in Italia? Il successo della Némirovsky, al di là del caso letterario, ha le sue radici in un’epoca in cui il lettore medio torna all’intrigo romanzesco classico, anche nel nostro paese. I romanzi di Irène vanno incontro a un pubblico variegato, dagli amanti di letteratura russa, che nutre profondamente la scrittura dell’autrice, a una platea di lettrici al femminile. Ma sicuramente anche un lettore colto può riconoscere il valore dell’opera della Némirovsky. In particolare Suite Francese, scritto quando ormai per gli ebrei era impossibile pubblicare, è un capolavoro di stile. La scrittura degli altri romanzi è stata invece maggiormente condizionata dalla necessità di una rapida pubblicazione, dal momento che i guadagni di Irène erano fonte di sostentamento per l’intera famiglia molto più di quelli del marito.

Se in Francia la critica letteraria ha ormai accettato che qualità letteraria e successo possano andare di pari passo, in Italia il caso Némirovsky potrebbe suscitare qualche fastidio. Un’autrice di successo pubblicata da Adelphi? Sarà davvero una letteratura di qualità? Forse dovremmo rassegnarci a questa possibilità.



Categorie:Elena Quaglia, Letterature

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